giovedì 9 settembre 2010

Love Boat

Considerazioni e riflessioni dopo lo stop all’opzione elezioni anticipate

Finchè la nave va lasciala andare… recitava una canzonetta di tanto tempo fa. Più o meno, insomma. Forse il paroliere citava le barche, ma noi dobbiamo parlare di navi. Anche di navi di una certa stazza immagino, navi lussuose, da crociera per intenderci. Di quelle che partono per viaggi lunghi, programmati nel dettaglio, con lista definita di passeggeri, assegnazione di cabine più o meno prestigiose, ospiti trendy ed una attenta selezione dei porti-cool dove ancorare per il tempo necessario, in attesa di riprendere di nuovo il largo. Verso il mare aperto ed altri indimenticabili mete da sogno.

Accade raramente, ma sembrerebbe che accada, che l’ancoraggio sia permanente, o comunque duraturo. Una sorta di incaglio, di fermata di una nave in una secca, ma volontario. Ancoraggio-forzato dunque, per lo più conseguenza di alcuni problemi tecnici rilevati, perché prevenire, si sa, è meglio che curare. Proprio come potrebbero aver pensato negli alti luoghi dove si fa la politica che conta, per la precisione laddove si è deciso di non curare lo strappo interno alla maggioranza con un ricorso alle elezioni anticipate. Del resto, questa era una delle possibilità dall’esito incerto prospettate dalla situazione di eccezionale stallo che si era venuta a creare nei giorni scorsi o, per meglio dire, una delle possibile risposte ad un rebus senza soluzione.

Ciò che colpisce in tutta questa vicenda non è tuttavia la decision presa per risolvere, quanto piuttosto la straordinarietà delle dinamiche che si sono andate manifestando. Caratteristica prima dei governi di coalizione (ed il corrente esecutivo è senz’altro il risultato di un’alleanza di più partiti per quanto si tenda a dimenticarlo) è generalmente la loro precarietà sempre determinata dalle dinamiche fragili e volatili che li sostengono. Un poco come una specie di zattera assemblata malamente e le cui singole assi si perderanno finanche nel mare più calmo non appena le funi marce con cui sono state legate cederanno.

Nel caso specifico però si è scoperto che di zattera non si trattava proprio, quanto piuttosto di nave piuttosto complessa, per certi versi tecnologicamente evoluta nel suo essere saldata con una speciale colla che adesso ne impedisce il riutilizzo delle singole parti. Tentare di scinderle infatti, significherebbe restituire a ciascuna asse usata per costruirla una identità diversa da quella sacrificata nella saldatura. Ma soprattutto significherebbe rompere il prezioso giocattolo così creato, perdere la fiducia dei clienti che lo hanno acquistato e dulcis in fundo favorire il loro migrare verso i servigi di altro… armatore.

Nessuna meraviglia dunque che si sia preferito ancorare la love-boat, la nave dei sogni, in porto-sicuro. Nell’attesa che il vento cambi naturalmente, e che i tecnici si occupino di riparare i guasti. Senza considerare che all’interno di una qualsiasi lussuosa nave da crociera, così come accade in ogni microuniverso bastante alle sue necessità, la vita continuerà a scorrere tranquilla. E ci saranno incontri, discussioni, feste, baccanali, colpi bassi, colpi mortali, disannoramenti, innamoramenti, ma persino colpi di fulmine capaci di rivoltare le carte in tavola… in the blink of an eye.

Et intanto, potrebbe cantare un qualsiasi poeta, il popolo ammirato stava a guardare….. Perché se, come sosteneva Abramo Lincoln, la democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo, è pure innegabile che quando si tratta di andare in crociera esista popolo e popolo. E così è anche se non ci pare.

Rina Brundu

09/09/2010

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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/

venerdì 27 agosto 2010

Antimateria

Teoria-fisica-per-dummies ed altre robe inutili.

Dice che la Nasa ha finalmente dato il via libera alla missione AMS (Alpha Magnetic Spectrometer), lo strumento preparato dal Cern di Ginevra e a cui è stato affidato il futuristico compito di scovare l’antimateria e dunque gli eventuali antimondi intorno a noi. L’antimateria viene descritta come una aggregazione di antiparticelle (ovvero di particelle aventi una stessa massa, ma numeri quantici di segno opposto) corrispondenti alle particelle tipiche della materia ordinaria. Per esempio, un atomo di antidrogeno, sarà composto da un antiprotone caricato negativamente, attorno al quale orbita un positrone (antielettrone) caricato positivamente.

Dice che se una particella ed una antiparticella si toccano, le due si annichiliscono, ovvero si distruggono, si annientano emettendo radiazione elettromagnetica. Un poco come se un governo-del-fare venisse a contatto con un governo-del-quanto-me-la-godo e dalla collusione emergesse un popolo senza dirigenza. L’unica differenza con lo scontro particella-antiparticella sarebbe data dal fatto che le onde elettromagnetiche prodotte fanno meno rumore di una camera di rappresentanti del popolo che se la danno di santa ragione e non reclamano costosi fondi pensione a carico del contribuente.

Dice che gli antimondi potrebbero essere tutti intorno a noi. Insomma, non esisterebbe soltanto l’universo che abitiamo, tocchiamo, vediamo. Quasi come se qui in Italia, una opposizione politica organizzata esistesse veramente e non fosse solo una proiezione astratta di qualche teorico impenitente. Il problema che mi pare di individuare è che l’antimondo dovrebbe essere un negativo del mondo reale, arduo dunque capire se non si rischierebbe di cadere dalla padella nella brace, fermo restando che da noi nulla mai è se così non ci pare.

Dice che l’antimateria implicherebbe l’esistenza di un nostro doppione caricato al contrario. Facile quindi immaginare un antiuniverso benigno pullulante di mondi abitati da esseri civili e moralmente evoluti. Una antiterra abitata da uomini e donne apparentemente simili a noi ma capaci di accogliere gli altri piuttosto che rispedirli alla frontiera come indesiderati. Capaci di commuoversi davanti ad un altro bambino Rom sacrificato sull’altare della nostra stessa inadeguatezza o davanti all’infinita emergenza di un Pakistan prostrato dalle alluvioni, dove la morte non fa fatica a proporsi quale chimera amica. Facile finanche capire perché simili anti-esseri illuminati preferirebbero annichilirsi nel contatto piuttosto che coesistere.

Dice che la materia oscura è concezione totalmente diversa. E sarebbe quella componente di materia non osservabile direttamente ma intuibile nei suoi effetti gravitazionali. Individuarla significherebbe comprendere come hanno fatto a formarsi le galassie in un tempo così ridotto e come riescano a mantenere la loro integrità a dispetto di una gravità non sufficiente per lo scopo. Misteri minimi se comparati ai grandi misteri d’Italia, per la cui chiarificazione non basterebbero cento “modelli standard”. Ma che anche la colpa di quei nostri enigmi irrisolti e delle mille stragi impunite sia della materia-oscura mi pare fuori discussione. Del resto, se la risposta non la fornisse la Scienza… campa cavallo!

Rina Brundu

27/08/2010

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domenica 8 agosto 2010

Dis-unions

Sul ruolo dei sindacati in tempi di crisi
Dopo il default Lehman Brothers del 15 Settembre 2008, e nella successiva crisi finanziaria globale che ne seguì, uno degli aspetti che maggiormente mi colpirono in quel d’Irlanda fu il quasi totale venire meno del ruolo dei sindacati. Vi era qualcosa di paradossale in quello che stava accadendo, dato che mai come in quel momento una loro presenza attiva sarebbe stata indispensabile.

Di fatto, mi rendevo conto che l’assenza delle unions non era viziosa. Non era neppure un’assenza. Semplicemente, tanto più è perniciosa la crisi tanto più il ruolo del sindacato diventa marginale. È una verità e non può essere altrimenti. Di sicuro, non poteva essere altrimenti nel burrascoso aftermath del crollo Lehman quando i posti di lavoro cominciarono a rovinare a centinaia di migliaia come ciliegie appese ai rami fragili di un albero sbatacchiato dall’uragano più spaventoso.

Ma non poteva essere altrimenti neppure nel tempo che ne seguì quando, dopo mesi e mesi di orizzonte cupo, la situazione cominciò a stabilizzarsi. Solamente in apparenza si intende. In verità, era proprio in quel momento che cominciava uno status-quo veramente deleterio e che, a mio modo di vedere, nessuno si è mai preso la briga di andare a verificare con l’attenzione che meriterebbe. Uno status-quo insalubre soprattutto nell’Isola Smeralda, appena reduce da un boom continuato che, per più di una decade, aveva suo malgrado contribuito a distaccare mentalmente gli Irlandesi e i loro ospiti residenti dalle dinamiche lavorative più severe che di solito governano il mondo.

Fu allora dunque che, con lo spettro del licenziamento che vagava libero lungo le verdi colline d’Irlanda, iniziò quel periodo di assoluto padroneggiare delle company sul destino dei loro uomini e delle loro donne. E proprio come accade durante il periodo più oscuro di un qualsiasi regime dittatoriale la paura serpeggiava. La paura di dire la paura di fare. Ricordo soprattutto il silenzio rassegnato che lentamente andò prendendo il posto delle grasse risate e dell’incoscienza propiziata da anni di abbondanza e di edonismo esagerato.

Ricordo il passo affrettato degli Irlandesi che la mattina si alzavano insolitamente presto per andare al lavoro, ricordo i loro visi segnati dallo stress, ricordo i titoloni sui giornali e ricordo i cartelli ON SALE appesi dalle agenzie immobiliari alle decine e decine di graziose villette spuntate come funghi durante la decade precedente. Ricordo anche cartelloni giganti aggrappati lungo tutta la superficie di edifici destinati ad uffici, e che un tempo avevano procurato affari d’oro, nei quali si leggeva un invito alle società a trasferirvisi e a pagare soltanto le spese.

E infine ricordo quel ritrovato parlare di emigrazione, di visita ai parenti in Australia, di desiderio di cambiamento. Erano gli stessi discorsi che gli avi di sempre avevano conosciuto per una vita e che per un fuggevole istante il tempo avevo dato l’illusione che potessero non farsi più. Ma si facevano. Occorreva farli. E ogni lavoratore d’Irlanda li faceva a sé stesso. Nella più completa solitudine.

Ripensando a quel tempo mi viene adesso da parafrasare Proust. E da dire quindi che i legami tra gli esseri umani esistono solamente nel pensiero. La difficoltà (la crisi finanziaria?) nell’acutizzarsi li allenta, “e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri (o veniamo ingannati?) noi viviamo soli. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente”.

Rina Brundu

08/08/2010

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mercoledì 28 luglio 2010

Giornalismo online: i predicatori

Sui Savonarola dei nostri tempi e su altri dettagli minimi.

Una caratteristica del giornalismo online che mi ha sempre colpito e la facilità con cui sa creare moderni Savonarola e predicatori di vario genere. Vale a dire, V.I.P, semi-V.I.P., sconosciuti, semi-sconosciuti che dall’oggi al domani, in virtù della facilità di pubblicazione in Rete, si impegnano in un quotidiano dirimere su ogni argomento possibile e immaginabile. Il più delle volte senza cognizione di causa. Lo dico con certezza perché io sono uno spirito-che-scrive a rischio trasformazione in un tal moderno Savonarola, e non potrei negare altrimenti.

Da dire vi è che simili figure esistevano ed esistono anche nel giornalismo tradizionale. Di fatto, un qualsiasi editorialista che commenta la notizia del giorno è un possibile predicatore. La differenza con i “colleghi online” è data soprattutto da due fattori: il controllo editoriale e la capacità minima di interazione che consente la pubblicazione cartacea. Gli effetti della supervisione editoriale sono, a loro volta, duplici. Da un lato assicureranno il controllo editoriale (appunto!) sul giornalista-commentatore (che è dunque sotto tutela formale dell’editore), dall’altro agiranno quale fondamentale elemento capace di conferire “importanza” a colui o colei che scrive. In altre parole, l’autorità morale (et non) di un qualsiasi commentatore tradizionale può derivare più facilmente dal prestigio della testata per cui lavora, piuttosto che dalla sua effettiva capacità di analisi.

Per converso, la ridotta possibilità di interazione con il lettore (che con il giornalismo tradizionale può manifestarsi solamente attraverso le lettere al giornale) è un altro elemento capace di limitare “l’esposizione” mediatica del commentatore che, a meno di un suo essere particolarmente brillante, difficilmente potrà “esistere” quale stella indipendente dall’universo-testata che la fa vivere. Problemi questi che certamente non incontra il “giornalista online”, non quando è veramente tale e può gestire in totale autonomia la sua attività.

Naturalmente, quest’ultimo ha altre “difficoltà” da considerare. È infatti proprio la mancanza di un valido filtro-editoriale la causa principale della Sindrome del Predicatore, ovvero di quel perniciosissimo processo che può rapidamente trasformare un onesto gentiluomo (o gentildonna) in una sorta di cyber-cronista vinto da manie di grandezza. Tale Sindrome è tanto più nefasta quando si considera la facilità con cui la Rete può creare l’equazione popolarità-del-sito=credibilità-della-notizia-riportata. Non è così naturalmente, ma dirigere in maniera accorta il traffico sulle intasate strade dell’interweb è compito improbo quasi quanto completare i lavori della Salerno-Reggio Calabria.

Il problema che ne deriva è dato dal fatto che, una volta creato, il “predicatore online” è praticamente inarrestabile. Per certi versi ricorda quelle instancabili comari che, dentro le dinamiche atrofizzate dei villaggi di provincia, si impongono quali organizzatrici della vita sociale, proponendo la realizzazione di mille futuri-progetti ad ogni raduno settimanale. Tra questi: la creazione di un centro ricreativo per la gioventù-che-non-si-sa-dove-sta-andando, di una discoteca psichedelica per anziani rampanti, di un centro polifunzionale per convegni sui tartufi caso mai qualche-cercatore-di-tartufi-interessato-passasse-di-qui. Nel tempo, arrivano ad occuparsi di qualsiasi argomento che esula dalle competenze, e vittime pure loro di un mal intenso senso di potenza (altrimenti noto come Sotto-sindrome del Ghe pensi mi) arrivano immancabilmente a sfidare l’autorità costituita (nello specifico il Sindaco e il Consiglio Comunale) candidandosi direttamente alle incombenti elezioni di paese.

Ironia a parte, la Storia, anche recente, ci insegna che questi rischi di esasperazione delle possibilità democratiche che offre la Rete sono qualcosa di più di un rischio, ovvero sono una concreta possibilità deleteria. Molto spesso con la complicità delle più oneste intenzioni del predicatore stesso: per intenderci, è un processo molto simile a quello delle incoronazioni per acclamazione popolare procurate più dal mood del momento che da una ponderata considerazione delle azioni che si stanno compiendo.

Tutto questo mentre di ogni altro in-più avrebbe bisogno il giornalismo online meno che di contribuire alla creazione di nuovi eroi, martiri della libertà di stampa capaci di spostare con la loro sola esistenza il baricentro dell’attenzione dai veri problemi che occorrerebbe risolvere. E che i “commentatori online” dovrebbero, nel loro piccolo, aiutare a risolvere. Magari limitandosi a proporre una diversa visione delle cose, che sommata alle altre visioni, potrebbe certamente permettere di cogliere momenti di verità altrimenti negata.

Rina Brundu

28/07/2010

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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/

Lo statista

Teoria-politica-per-dummies applicata alla qualità della leadership in Italia

Secondo alcune definizioni, il termine “statista” indicherebbe “un personaggio politico deputato a governare e regolare gli affari dello Stato”. Lo stesso termine non implicherebbe però “caratteristiche democratiche della figura: anche un dittatore può considerarsi uno statista”. Francamente questa spiegazione non mi convince. Sarà che ci avrei messo la mano sul fuoco sulla carica connotativa positiva della parola! Ma c’è di più! Chi è “deputato” a fare una qualsiasi cosa, di solito la fa perché è stato incaricato da qualcuno, o più di uno. Insomma, il verbo “deputare” non lo vedo bene con le cose delle dittatura. E questo lo dico ben sapendo di un significato originario del termine “dittatore” molto diverso da quello attuale.

Speculazioni linguistiche a parte, conservo dubbi anche di altra-natura. Prendiamo per esempio il caso di Winston Churchill, lo statista per eccellenza! Una figura molto controversa, il cui personale prestigio ha conosciuto alti e bassi. Mi chiedo come l’avrebbe ricordato la Storia se non avesse mai potuto sollevare al cielo le dita in segno di vittoria!! Questo per dire che forse i grandi statisti, indipendentemente dai risultati raggiunti, li consacra il Tempo. Un Tempo che confida nel suo stesso scorrere, nella memoria fallace degli uomini e soprattutto nell’inevitabile morire di ogni loro più accesa passione. Con tutto ciò che quelle passioni si portano dietro: invidia, gelosia, rancore. Ma, paradossalmente, anche la capacità di ricordare ogni scomoda-verità che, al fine di permettere la consacrazione “dell’eroe”, dovrà necessariamente venire rimossa. O almeno “obliata”.

Esistono oggidì sul suolo del Bel Paese dei leader meritevoli di essere ricordati come dei grandi statisti, o degli statisti-tout-court? Immagino che una onesta analisi dello status-quo politico italiano, implicherebbe una risposta positiva. E se ad una tale onestà di metodo vogliamo attenerci, è pure facile individuare nell’attuale Presidente del Consiglio la figura che più di ogni altra potrebbe aspirare a questo titolo. Se non altro perché l’Italia-berlusconiana è un fatto storico inconfutabile. Positivo o negativo, non è rilevante per i nostri scopi. Del resto, una simile conclusione concorderebbe perfettamente con le indicazioni fornite dalla definizione del termine “statista” già analizzata nell’incipit. Non mi sto riferendo naturalmente ad una fantomatica coincidenza della figura del Berlusconi-statista con quella di un dittatore (ritengo infatti che simili accostamenti siano delle grandi sciocchezze da bar-dello-sport – soprattutto, li ritengo manchevoli di rispetto nei confronti di coloro che le dittature, quelle vere, le soffrono sulla pelle), quanto piuttosto alla possibilità che uno “statista” possa essere tale indipendentemente dalla qualità della carica etica che marca il suo personaggio.

Detto questo, continuo a nutrire delle perplessità. Per esempio non ho difficoltà ad associare Silvio Berlusconi con la figura del “principe” di Machiavelli. Ovvero, la figura di un leader-nato che, in quanto tale, è capace di generare consenso e dissenso. Di stringere amicizie, così come di esasperare la disamistade. Di ottenere grandi risultati, ma ad un tempo vivere in bilico tra ciò che potrebbe essere e ciò che imprevedibilmente non sarà (per quanto accuratamente programmato!). Tuttavia, mi viene molto difficile considerarlo un grande statista. Non escludo che così sia perché i tempi moderni mal si addicono ai grandi statisti! O forse perché, a ben vedere, di grandi statisti non ce ne sono mai stati! Ci sono stati solo uomini (poche donne, purtroppo!) con i loro molti difetti e le poche virtù. Da qui anche la cautela etica nella definizione di “statista” più volte ricordata….

Di sicuro, nel mio immaginario privato, un grande statista è uno spirito capace di “governare e regolare gli affari” dello Stato affidatogli con mano ferma e decisa. Ma è anche qualcuno che accompagna a tanta pragmatica determinazione, una notevole capacità d’intelletto. Insomma, è un uomo o una donna che conduce a spasso un’anima vecchia di secoli. E in virtù di una tale esperienza, è capace di portare sulle spalle, con notevole onestà di metodo e la dovuta accortezza, l’enorme responsabilità che gli è stata affidata. Mi chiedo anche se i più grandi uomini (e donne) di Stato non siano venuti e andati nel silenzio.

Ma la mia è solo una opinione come un’altra. E i dubbi restano. Triste arte quella di noi umani che viviamo credendo di vedere, sperando di capire, ma intuendo di sbagliare!

Rina Brundu

24/07/2010

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sabato 17 luglio 2010

U.F.O. e afa

Diario di un’estate strana.

Che “strana” questa estate 2010: U.F.O. in Cina, scandali in Italia! Naturalmente, agli scandali in Italia ci siamo abituati. Piuttosto, è questa storia degli U.F.O. in Cina che dà da pensare (si fa per dire). Peraltro, ho come l’impressione che tra gli oggetti volanti non identificati che pattugliano i cieli cinesi e gli scandali italiani non ci sia una grossa differenza. In entrambi i casi si tratta di fenomeni noti per i quali non è mai stata trovata una spiegazione convincente. Meno che meno si sa chi e cosa c’è dietro; soprattutto, i “veri” X files o verbali che li riguardano restano segretati in eterno.

Del resto, che gli eventuali “alieni” a bordo di queste improbabili astronavi interstellari vogliano sorvolare i soli cieli cinesi non è davvero credibile. Diverso sarebbe se, in questa estate “strana”, gli stessi U.F.O., guidati da Esseri di intelligenza e di levatura morale superiore alla nostra, “circumnavigassero” il globo in lungo e in largo ma evitassero accuratamente i confini del Bel Paese. Ecco, questo sarebbe senz’altro un primo segno di “vita extraterrestre” capace di discernere.

Secondo me ad attirarli è l’afa! Parlo degli scandali estivi italiani, s’intende! Più precisamente, a richiamarli è quella “inevitabile distrazione” che, sotto il solleone, immancabilmente prende chi è deputato a coprirli. Una distrazione finanche comprensibile quando il “lavoro” si ammonticchia sul tavolo. E se partiamo dall’imprescindibile verità: fatto l’appalto trovato l’inganno, è indubbio che sul territorio della Repubblica il da fare non è poco. La stessa pseudo-formula matematica che se ne potrebbe ricavare non mente 1ap = 1sc*sc∞= ap∞, dove un appalto equivale ad uno scandalo moltiplicato per un numero infinito di scandali (sc∞) tanti quanti sono gli appalti in Italia (ap ∞). Infiniti, appunto!

Ma non basta. A mio modo di vedere, infatti, l’arcinoto statement shakespeariano “Ci sono più cose (nda occultate) in cielo e in terra (nda d’Italia), Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia” non si riferiva a possibili “realtà-altre”, sconosciute ai suoi contemporanei (incluse le futuristiche dimensioni abitate dagli improbabili U.F.O. cinesi), quanto piuttosto preconizzava lo status quo affaristico-politico-sociale della nostra penisola tra il XX e il XXI secolo. Questo per dire che la “malattia” sembrerebbe datata, cronica, endemica, radicata. Incurabile. Imperscrutabile ma non per questo meno assente, proprio come capita con il fenomeno degli avvistamenti di oggetti volanti non identificati.

Che fare per risolvere? Non ho dubbi che per quanto riguarda gli U.F.O. la faccenda verrà chiusa presto. Magari basteranno dei radar o dei satelliti di nuova generazione nelle decadi a venire. Strumenti di rilevazione molto avanzati che ci sveleranno tutto sulle nuove tecnologie aereonautiche Made in China. Molto più complessa mi pare la questione della corruzione italiana. A qualsiasi livello. Senza considerare che una credibile “cura” da adottare sembrerebbe di là da venire.

Per esserne certi basta guardare alle mille e mille cattedrali nel deserto che popolano il territorio della Repubblica da Nord a Sud. Monumenti fatiscenti celebranti il nulla che non avrebbe dovuto esistere. Per esserne certi basta fermarsi il tanto necessario per scoprire sotto il solleone anche una miriade di piccoli altri “scandali” da dimenticare e che però dicono tutto di noi: lo sfregio delle statue di Falcone e Borsellino in Sicilia, gli incendi in Sardegna, la violenza continuata contro le donne e i bambini. Contro i più indifesi… in questa ennesima estate sul tetto che scotta.

Difficile capire perché così è. Difficile capire le ragioni imperscrutabili che determinano questi fenomeni. I fenomeni corruttivi dell’Essenza così come quelli dell’avvistamento degli U.F.O. nei cieli della Cina. Anche se, lo abbiamo già detto, in fondo questi eventi si somigliano. Una sicura differenza è però data dal fatto che gli oggetti volanti non identificati – cinesi o meno – hanno fatto meno danni. Almeno fino ad ora.

Rina Brundu

17/07/2010

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mercoledì 14 luglio 2010

Vita smeralda

A m’arcord…

Non so a voi, ma a me quasi mancano! Mi pare infatti di vederli mentre si trastullavano nell’acqua salata, giochicchiavano sulla spiagge di finissima sabbia rosata, facevano shopping nelle boutiques griffate, partecipavano a raduni glamour e saltavano di yacht-favoloso-in-yacht-favoloso come api birichine e mai stanche. Sto parlando dei potentati made-in-Italy, dei vip e vipetti nostrani, naturalmente. Sto parlando di veline, velone, letterine, letteronze, dei figli del Grande Fratello e dei nipoti da salutaci-a-soreta che faceva-tanto-cool nei cinepanettoni.

Che tristezza queste spiagge sarde semi-deserte! Che mestizia questi sfondi arroventati dove l’eco della gloria-che-fu muore dentro il più tonante sciabordio delle onde! Non che non ci si trastulli nell’acqua salata anche oggidì. Non che non si giochicchi sulla spiaggia, non che si sia smesso di frequentare negozi trendy, non che le celebrazioni siano più morigerate, non che gli yacht-da-mille-e-una-notte siano meno lunghi (piuttosto, il contrario!), ma di sicuro occorre stare attenti a non strafare. Occorre dare meno nell’occhio. Occorre darsi una regolata, insomma.

Colpa di questa crisi perniciosa! Colpa degli operai e dei precari che si lamentano, del governo, dell’opposizione che non esiste, dell’afa continuata, persino dell’acqua del mare che dopo lo scandalo BP non sembra davvero più quella. Ma colpa anche della brutta figura rimediata dalla nazionale di Lippi! Perché, il va sans dire, quando perdono perdono loro quando vincono vinciamo noi. Certo, resta il contentino che, coppa del mondo considerata, la crisi non sparagna re di Francia né di Spagna ma, vuoi mettere i bei tempi andati?

A m’arcord… quando si organizzavano feste megagalattiche e l’esserci faceva la differenza tra gli individui-che-contano e quelli che non contano un cazzo. I poveri Cristi come noi tanto per capirci. Quelli dai turni massacranti (quando fortunati abbastanza da averlo un lavoro), dall’abbronzatura da muratore, dalla stanchezza cronica e che dopo il telegiornale si addormentano sempre sul divano perdendosi gli approfondimenti-giornalistici-in-seconda-serata.

A m’arcord… le frotte di paparazzi che sulle vespe-ronzanti fotografavano qualsiasi cosa si muovesse-a-tiro. Essere umano o animale. Minerale finanche. E che servizi in prima sui più prestigiosi rotocalchi scandalistici: love-story esotiche, love-story taroccate, love story per tutti, tutti per le love story. A m’arcord… gli arrivi degli sceicchi, le corse automobilistiche extra-lusso, le esagerazioni dei magnati, le bizze da modella, lo scialacquare continuato, l’orgoglio dell’appartenenza. A m’arcord… Madoff che si arricchiva, il debito sub-prime, la Lehman Brothers in default, il rapporto deficit/PIL che cresceva come sempre accade quando, tra un onesto intrattenimento e l’altro, ci si dimentica che ci sono redditi da dichiarare, imposte dirette e/o indirette da versare.

A m’arcord… ma l’è tutto finì! Almeno così sembrerebbe se ci appare! Che tristezza queste spiagge sarde semi-deserte! Che mestizia questi sfondi arroventati dove l’eco della gloria-che-fu muore dentro il più tonante sciabordio delle onde, etc etc. Non so a voi, ma a me quasi manca quella Vita smeralda degli altri che avrebbe dovuto giustificare l’ottimismo nella mia. Ho detto “quasi”. A volte m’arcord… infatti, però poi mi passa.

Rina Brundu

13/07/2010

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