Decalogo maledettamente serio per chi decide di creare uno
(o più) giornali letterari online
(o della Sindrome dell’Albero di Natale)
1. Assicurati di avere diretto accesso all’acqua benedetta o ad un’acquasantiera! Se sei nato in Sardegna procura di non abitare a più di un isolato di distanza dalla donna che prepara sa domina!
2. Non cominciare (per-carità-di-Dio) se prima non hai portato a termine i tuoi studi di linguistica: ti serviranno per capire le leggi di generazione di “costrutti acustici” quali: fanculo!
3. Ricordati che è sempre colpa tua se, dopo che gli/le hai pubblicato (e pure recensito!) tanto-cogitare-artistico non gli/le hanno assegnato il Campiello o similare! Vedi bene di scudisciarti severamente non meno di tre volte al giorno!
4.No, non sono zecche! Sono quelli che pensano che l’HTML sia una malattia infettiva…. però, a sentirli, hanno fatto loro!
5.No, non sono mosche fastidiose! Sono quelli che l’università non l’hanno vista neppure da lontano, però come scrivono e “criticano” loro! E senza tutta quella superbia!
6.No, non sono acari del bosco! Sono quelli che hanno quattro lauree e quindi ti consigliano che è “tutto da rifare!”.
7.Procura di aggiornare, almeno una volta al giorno, la classifica geni-incompresi-che-frequentano-il-tuo-sito!
8.Procura di ringraziare, almeno una volta al giorno, tutti i geni-incompresi-che-frequentano-il-tuo-sito!
9.Ricordati che devi morire!
10. And last but least… Bada bene che l’essere affetti dalla Sindrome dell’albero di Natale è una conditio sine qua non anche solo per azzardare un titolo della tua futura creazione. Insomma, maschio o femmina che tu sia, occorre avere le palle!
Rina Brundu
Dublin, 28/12/2009
©All rights reserved
martedì 29 dicembre 2009
lunedì 28 dicembre 2009
Giornalismo online: il mito di Internet
Considerazioni e riflessioni sulla Social-Network-Politik imperante
Non sono una fustigatrice di Internet! L’idea non mi passerebbe neppure per l'anticamera del cervello! Per quanto mi riguarda, il luogo-vituale-Internet è l’unico vero ricettacolo di tutto ciò che la nostra anima ed il nostro intelletto sono in grado di produrre! La Rete é infatti il solo media capace di far arrivare tale produzione, dalla fonte al fruitore, senza affrontare alcun “ostacolo” materiale, o “correzione” editoriale.
Con questo, voglio rispondere anche a coloro che accusano gli internauti di dotarsi di una “maschera” per poter navigare, ovvero per poter Essere dentro la nuova realtà ricreata! Una simile proposizione è, a mio modo di vedere, figlia di una grande incapacità di analisi, di un approccio obsoleto e moralistico ai problemi. Di fatto, di un approccio che mal si concilia con le “possibilità straordinarie” che questo modernissimo strumento di comunicazione ci fa intuire.
Vero è invece che se, come io sostengo, è soprattutto l’anima ad incastrarsi tra le maglie della Rete, la “moralità” e la “verità” della stessa non potrà che essere riflesso della somma delle “moralità” e delle “verità” proposte da tutte le anime che la fanno esistere! Ne consegue che, una “anima bella”, rifletterà questa sua bellezza, sul palcoscenico virtuale, anche laddove la sua quotidianità non le rendesse invece giustizia. Per converso, un’anima portata a “mascherare” la sua Essenza (della quale potrebbe pure vergognarsi!), lo farà anche in Internet. Né più, né meno! La “maschera” di cui si parla, naturalmente, non ha nulla a che vedere con l’utilizzo, da parte di molti “navigatori”, di nick, o dopplegaenger per proporsi online (ci possono essere ragioni molto valide per usare un alter ego, mentre a volte è persino necessario!), ma riguarda piuttosto ogni genere di armeggio difensivistico che tenda a presentarci come NON-siamo-dentro-veramente!
La Rete dunque come luogo di estrema libertà dello Spirito! Difficile negarlo! Per chiunque! Diverso è invece il discorso della idealizzazione del mito Internet. Diverso e pericoloso! Ancora più pericoloso può diventarlo quando, una simile idealizzazione, viene promossa dalla Stampa con la S maiuscola. Spetterebbe infatti proprio a questo tipo di giornalismo, e ai professionisti che lo fanno vivere, il proporsi come valvola di riduzione “umana” delle “comprensibilissime” esagerazioni “tecniche” internettiane.
Alla maniera dell’insegnante entusiasta, determinato a spiegare, agli alunni scalmanati, il valore di una-gita-di-classe-al-luna-park, oltre la gioia fugace che può dare l’immancabile corsa sulle montagne russe, il bravo giornalista dovrebbe tentare di razionalizzare “il buono” che offre Internet. Soprattutto, dovrebbe tentare di “depurarlo” dai suoi inevitabili eccessi, al fine di presentarlo, in maniera più controllata, ad un Signor Rossi qualsiasi. Ad un tempo, il buon giornalista, (ed il buon giornalismo), dovrebbe sapere confrontarsi onestamente con il dark-side di questa community molto speciale (inutile negarlo: tale lato oscuro esiste, come esiste un dark-side dell’anima di cui è riflesso!), tentare di capirlo, raccoglierne l’umore, anticiparne le mosse. Anche quando queste possono presentarsi potenzialmente nocive. In modo particolare, quando queste possono presentarsi “potenzialmente nocive”!
Oggidì però, non è certo questo approccio didattico che, una rapida carrellata tra le homepages dei principali quotidiani italiani, rivela! Di fatto, è da parecchi mesi che - particolarmente quando ci sono in ballo argomenti di natura politica, ma anche culturale - si assiste ad una progressiva, quanto fastidiosa, antropomorfizzazione della Rete che lascia davvero perplessi. Espressioni quali “Internet si sta mobilitando”, “Il popolo di Internet in piazza”, “Internet dice no (o dice si, per quel che ce ne cale!)” e via titolando, si fanno notare un giorno sì e l’altro pure. E non hanno senso!
Piuttosto, il giornale che le pubblica rischia quasi sempre di darsi la zampa sul piede! Da un lato, si ha l’impressione che non ci sia precisa percezione dell’universo che-è-la-Rete (ciascuna anima e ciascun intelletto, infatti, all’interno di quel calderone di anime di cui si è detto, conserva una sua totale indipendenza, e questo non è poco!), dall’altro, il tentativo di “addomesticare” l’intera community virtuale con metodi propagandistici-da-mobilitazione-generale-primi-anni-70, non può non far sorridere.
Sicuramente può lasciare perplesse le moderne generazioni! Paradossalmente però, essendo queste ultime frange giovanili più digitalmente-evolute e smaliziate, sono molto meno “a rischio-cooptazione” dei padri, meno abituati alle “insidie” virtuali! Al Signor Rossi qualsiasi, infatti, leggere che “Internet si sta mobilitando”, potrebbe creare una qualche preoccupazione! Soprattutto, senza sapere bene cosa stia accadendo, potrebbe crederci! O al contrario, potrebbe, nel tempo, assuefarsi alla Sindrome-dell’al-lupo-al-lupo, e quindi evitare di allertarsi veramente quando sarà necessario farlo!
Un altro rischio generato da questa imperante ed eccessiva “responsabilizzazione” giornalistica delle dinamiche virtuali, è quello di creare “confusione” sui ruoli assegnati dal consorzio civile. Se è vero dunque che i numerosi salotti televisivi non possono sostituirsi al Parlamento della Repubblica nello svolgere le mansioni che gli competono, è vero anche che questo ruolo non lo possono usurpare neppure i diversi social-network-de-noiartri! Non importa quanto trendy! Non importa quanto cool! Non importa quanto à-la-page! L’ultima novità di cui si sente davvero bisogno in un Paese come l’Italia (in un qualsiasi Paese mediamente civilizzato!), è una Social Network Politik post rivoluzione digitale che sommi, alle croniche magagne del carrozzone politico reale, le incontrollabili esagerazioni del suo alter ego virtuale! Oltre il danno la beffa!
Di sicuro, davanti agli inevitabili pericoli generati da questi perniciosi meccanismi comunicazionali moderni, è inaccettabile che una Stampa con la S maiuscola tiri il sasso per ritirare la mano subito dopo! Non vi è dubbio infatti che, oggi come oggi, la maggiore imputabilità per la circolazione di simili mostruosità-politico-culturali stia ancora con il giornalismo-tradizionale. Ma il buon padre è colui che si adopera in tutti i modi per evitare che il figlio commetta i suoi stessi errori, non colui che, in maniera incauta, gli fa portare il peso dei propri peccati sulle spalle!
Rina Brundu
Dublin, 26/12/2009
©All rights reserved
Non sono una fustigatrice di Internet! L’idea non mi passerebbe neppure per l'anticamera del cervello! Per quanto mi riguarda, il luogo-vituale-Internet è l’unico vero ricettacolo di tutto ciò che la nostra anima ed il nostro intelletto sono in grado di produrre! La Rete é infatti il solo media capace di far arrivare tale produzione, dalla fonte al fruitore, senza affrontare alcun “ostacolo” materiale, o “correzione” editoriale.
Con questo, voglio rispondere anche a coloro che accusano gli internauti di dotarsi di una “maschera” per poter navigare, ovvero per poter Essere dentro la nuova realtà ricreata! Una simile proposizione è, a mio modo di vedere, figlia di una grande incapacità di analisi, di un approccio obsoleto e moralistico ai problemi. Di fatto, di un approccio che mal si concilia con le “possibilità straordinarie” che questo modernissimo strumento di comunicazione ci fa intuire.
Vero è invece che se, come io sostengo, è soprattutto l’anima ad incastrarsi tra le maglie della Rete, la “moralità” e la “verità” della stessa non potrà che essere riflesso della somma delle “moralità” e delle “verità” proposte da tutte le anime che la fanno esistere! Ne consegue che, una “anima bella”, rifletterà questa sua bellezza, sul palcoscenico virtuale, anche laddove la sua quotidianità non le rendesse invece giustizia. Per converso, un’anima portata a “mascherare” la sua Essenza (della quale potrebbe pure vergognarsi!), lo farà anche in Internet. Né più, né meno! La “maschera” di cui si parla, naturalmente, non ha nulla a che vedere con l’utilizzo, da parte di molti “navigatori”, di nick, o dopplegaenger per proporsi online (ci possono essere ragioni molto valide per usare un alter ego, mentre a volte è persino necessario!), ma riguarda piuttosto ogni genere di armeggio difensivistico che tenda a presentarci come NON-siamo-dentro-veramente!
La Rete dunque come luogo di estrema libertà dello Spirito! Difficile negarlo! Per chiunque! Diverso è invece il discorso della idealizzazione del mito Internet. Diverso e pericoloso! Ancora più pericoloso può diventarlo quando, una simile idealizzazione, viene promossa dalla Stampa con la S maiuscola. Spetterebbe infatti proprio a questo tipo di giornalismo, e ai professionisti che lo fanno vivere, il proporsi come valvola di riduzione “umana” delle “comprensibilissime” esagerazioni “tecniche” internettiane.
Alla maniera dell’insegnante entusiasta, determinato a spiegare, agli alunni scalmanati, il valore di una-gita-di-classe-al-luna-park, oltre la gioia fugace che può dare l’immancabile corsa sulle montagne russe, il bravo giornalista dovrebbe tentare di razionalizzare “il buono” che offre Internet. Soprattutto, dovrebbe tentare di “depurarlo” dai suoi inevitabili eccessi, al fine di presentarlo, in maniera più controllata, ad un Signor Rossi qualsiasi. Ad un tempo, il buon giornalista, (ed il buon giornalismo), dovrebbe sapere confrontarsi onestamente con il dark-side di questa community molto speciale (inutile negarlo: tale lato oscuro esiste, come esiste un dark-side dell’anima di cui è riflesso!), tentare di capirlo, raccoglierne l’umore, anticiparne le mosse. Anche quando queste possono presentarsi potenzialmente nocive. In modo particolare, quando queste possono presentarsi “potenzialmente nocive”!
Oggidì però, non è certo questo approccio didattico che, una rapida carrellata tra le homepages dei principali quotidiani italiani, rivela! Di fatto, è da parecchi mesi che - particolarmente quando ci sono in ballo argomenti di natura politica, ma anche culturale - si assiste ad una progressiva, quanto fastidiosa, antropomorfizzazione della Rete che lascia davvero perplessi. Espressioni quali “Internet si sta mobilitando”, “Il popolo di Internet in piazza”, “Internet dice no (o dice si, per quel che ce ne cale!)” e via titolando, si fanno notare un giorno sì e l’altro pure. E non hanno senso!
Piuttosto, il giornale che le pubblica rischia quasi sempre di darsi la zampa sul piede! Da un lato, si ha l’impressione che non ci sia precisa percezione dell’universo che-è-la-Rete (ciascuna anima e ciascun intelletto, infatti, all’interno di quel calderone di anime di cui si è detto, conserva una sua totale indipendenza, e questo non è poco!), dall’altro, il tentativo di “addomesticare” l’intera community virtuale con metodi propagandistici-da-mobilitazione-generale-primi-anni-70, non può non far sorridere.
Sicuramente può lasciare perplesse le moderne generazioni! Paradossalmente però, essendo queste ultime frange giovanili più digitalmente-evolute e smaliziate, sono molto meno “a rischio-cooptazione” dei padri, meno abituati alle “insidie” virtuali! Al Signor Rossi qualsiasi, infatti, leggere che “Internet si sta mobilitando”, potrebbe creare una qualche preoccupazione! Soprattutto, senza sapere bene cosa stia accadendo, potrebbe crederci! O al contrario, potrebbe, nel tempo, assuefarsi alla Sindrome-dell’al-lupo-al-lupo, e quindi evitare di allertarsi veramente quando sarà necessario farlo!
Un altro rischio generato da questa imperante ed eccessiva “responsabilizzazione” giornalistica delle dinamiche virtuali, è quello di creare “confusione” sui ruoli assegnati dal consorzio civile. Se è vero dunque che i numerosi salotti televisivi non possono sostituirsi al Parlamento della Repubblica nello svolgere le mansioni che gli competono, è vero anche che questo ruolo non lo possono usurpare neppure i diversi social-network-de-noiartri! Non importa quanto trendy! Non importa quanto cool! Non importa quanto à-la-page! L’ultima novità di cui si sente davvero bisogno in un Paese come l’Italia (in un qualsiasi Paese mediamente civilizzato!), è una Social Network Politik post rivoluzione digitale che sommi, alle croniche magagne del carrozzone politico reale, le incontrollabili esagerazioni del suo alter ego virtuale! Oltre il danno la beffa!
Di sicuro, davanti agli inevitabili pericoli generati da questi perniciosi meccanismi comunicazionali moderni, è inaccettabile che una Stampa con la S maiuscola tiri il sasso per ritirare la mano subito dopo! Non vi è dubbio infatti che, oggi come oggi, la maggiore imputabilità per la circolazione di simili mostruosità-politico-culturali stia ancora con il giornalismo-tradizionale. Ma il buon padre è colui che si adopera in tutti i modi per evitare che il figlio commetta i suoi stessi errori, non colui che, in maniera incauta, gli fa portare il peso dei propri peccati sulle spalle!
Rina Brundu
Dublin, 26/12/2009
©All rights reserved
giovedì 24 dicembre 2009
Giornalismo online e cultura d’impresa
Considerazioni e riflessioni sul futuro del giornalismo e sul giornalismo del futuro.
Leggo che negli Stati Uniti d'America la deontologia giornalistica, ovvero l’insieme delle norme comportamentali, il codice etico proprio della professione, richiede un test di coerenza interna della notizia ed almeno una sua controprova da fonte diversa prima che dalla stessa si proceda a trarne conclusioni accettabili e dunque pubblicabili. A questo severo processo di controllo sembrerebbe non siano sfuggiti neppure gli articoli scritti da Bob Woodward e Carl Bernstein sul celeberrimo scandalo Watergate.
Nutro dubbi sul fatto che questo condivisibile modus operandi venga sempre applicato con pedissequa determinazione nella terra dello zio Sam, ma l’evidenza di questi tempi mi porta a concludere che di una tale illuminata prassi procedurale non esista traccia in Italia.
Scopo di questo articolo non è comunque quello di tirare nuovamente in ballo le note magagne del giornalismo italiano. Il target sarebbe piuttosto quello di tentare di identificare un possibile futuro della professione, anche alla luce delle molte possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dunque di capire quali strumenti possano aiutare nel tentativo di costruire questo futuro possibile.
La mia tesi di fondo è che il domani del giornalismo, e dunque di ogni giornalista del domani, sarà di molto legato alla sua capacità imprenditoriale. Ne deriva che, in quel tempo-che-verrà, la deontologia di riferimento non sarà solo quella storicamente applicabile al mestiere, ma dovrà gioco forza guardare ad una più generale etica imprenditoriale che, a sua volta, potrà diventare pedina rilevante nel modellarne il cammino.
Un primo importante vantaggio nell’avere una figura di giornalista-imprenditore sarebbe infatti quello di una maggiore “responsabilizzazione alla fonte”, quando la “fonte” è il professionista stesso. I benefici di una simile situazione non sarebbero pochi. Da un lato, ci sarebbe certezza di una serietà di metodo e di indagine che renderebbe pure meno pregnante la necessità della controprova di cui si è già detto, dall’altro verrebbe ridotta in maniera sensibile la “responsabilità” editoriale e dunque la capacità dell’editore di “pilotare” l’attività del giornalista.
Inoltre, dato che ogni buona avventura imprenditoriale riesce a sopravvivere, nel tempo, solamente quando all’ottenimento di un risultato corrisponde anche una indiscussa competenza di fondo, nonché una virtuosa gestione degli affari, l’avvento della figura del giornalista-imprenditore darebbe garanzia di professionalità prima di tutto al lettore. Questo perché, come in ogni business che si rispetti, sarà proprio il talento del mestierante in questione a creare un bacino d’utenza da portare in dono ad un qualsiasi editore disponibile a pubblicare il lavoro svolto. Né più né meno!
Conseguenza delle cose sarà che il futuro giornalista potrà essere tale solamente se l'occupazione che si é scelto coinciderà con le necessità delle passioni di una vita. Anzi, sarà proprio quell'interesse alle fondamenta a permettergli di superare qualsiasi ostacolo e a guadagnarsi il rispetto sul campo. Da non dimenticare vi é che un simile professionista in realtà non sarà mai solo. Lui/lei potrà sempre contare sull’aiuto di ogni strumento normalmente a disposizione di un buon gestore per fare crescere in maniera sana la sua impresa.
Di fatto, la concorrenza impedirà qualsiasi deriva perniciosa, mentre la necessità di tenere legato a sé il cliente-lettore sarà la potentissima arma di auto-controllo di quella possibile deriva. Diventare buoni-ottimi giornalisti sarà quindi condizione imprescindibile per venire considerati giornalisti tout court! E, vivaddio, non potrebbe essere altrimenti! Infatti, verranno subito a cadere gli alibi di quanti hanno sempre usato le manchevolezze editoriali o le manchevolezze degli enti deputati al controllo delle cose della professione, per giustificare la propria incapacità di base; l’imperdonabile leggerezza di avere scambiato un mestiere che è anche una missione per una possibilità facile di tirare a campare. Sempre meglio che lavorare, appunto!
Quando visto da questo prospettiva, il giornalismo del futuro potrà contare dunque su una task-force di professionisti assolutamente affidabili, preparati, presenti e determinati ad ottenere il miglior risultato con ogni mezzo lecito. Perché sarà pure la liceità del mezzo usato a fare la differenza, meglio ancora, la “liceità del mezzo” sarà davvero una conditio sine qua non (del resto, non è proprio la deontologia ad affermare che fini e mezzi sono strettamente dipendenti gli uni dagli altri, e dunque che un fine giusto sarà il risultato dell'utilizzo di giusti mezzi?).
Non ci si dovrà stupire perciò se, una sana concorrenza tra professionisti sarà la chiave di lettura del giornalismo che verrà ed, in verità, sarà la sola speranza di sopravvivenza del suo buon nome. Questo perché, come in ogni avventura umana o imprenditoriale che sia, non mancheranno certamente le insidie e gli ostacoli da superare. Al contrario, non meraviglierebbe se gli stessi, nel futuro prossimo, si presentassero moltiplicati rispetto alle misere schermaglie del presente. Proprio per questo sarà dunque necessario poter contare su professionisti capaci e deontologicamente irreprensibili!
Non so quanto tempo dovrà trascorrere prima che questo prevedibile status quo-professionistico comincerà ad imporsi nella realtà dei fatti, ma non ho dubbi che così sarà. Sia perché alla realizzazione di un simile - e altrimenti utopico - progetto darà una mano importante la Rete, sia perché l’alternativa sarebbe data dall’azzeramento della dignità del singolo professionista a favore delle più oscure velleità di questo o quell’altro gruppo editoriale. Dato che l’esperienza, anche di questi tempi, insegna che gli interessi-altri tendono spesso ad essere più forti ed impellenti della necessità della bontà-della-notizia, inutile dire che prima partirà questa rivoluzione possibile, meglio sarà!
Rina Brundu
Dublin, 29/11/2009
©All rights reserved
Leggo che negli Stati Uniti d'America la deontologia giornalistica, ovvero l’insieme delle norme comportamentali, il codice etico proprio della professione, richiede un test di coerenza interna della notizia ed almeno una sua controprova da fonte diversa prima che dalla stessa si proceda a trarne conclusioni accettabili e dunque pubblicabili. A questo severo processo di controllo sembrerebbe non siano sfuggiti neppure gli articoli scritti da Bob Woodward e Carl Bernstein sul celeberrimo scandalo Watergate.
Nutro dubbi sul fatto che questo condivisibile modus operandi venga sempre applicato con pedissequa determinazione nella terra dello zio Sam, ma l’evidenza di questi tempi mi porta a concludere che di una tale illuminata prassi procedurale non esista traccia in Italia.
Scopo di questo articolo non è comunque quello di tirare nuovamente in ballo le note magagne del giornalismo italiano. Il target sarebbe piuttosto quello di tentare di identificare un possibile futuro della professione, anche alla luce delle molte possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dunque di capire quali strumenti possano aiutare nel tentativo di costruire questo futuro possibile.
La mia tesi di fondo è che il domani del giornalismo, e dunque di ogni giornalista del domani, sarà di molto legato alla sua capacità imprenditoriale. Ne deriva che, in quel tempo-che-verrà, la deontologia di riferimento non sarà solo quella storicamente applicabile al mestiere, ma dovrà gioco forza guardare ad una più generale etica imprenditoriale che, a sua volta, potrà diventare pedina rilevante nel modellarne il cammino.
Un primo importante vantaggio nell’avere una figura di giornalista-imprenditore sarebbe infatti quello di una maggiore “responsabilizzazione alla fonte”, quando la “fonte” è il professionista stesso. I benefici di una simile situazione non sarebbero pochi. Da un lato, ci sarebbe certezza di una serietà di metodo e di indagine che renderebbe pure meno pregnante la necessità della controprova di cui si è già detto, dall’altro verrebbe ridotta in maniera sensibile la “responsabilità” editoriale e dunque la capacità dell’editore di “pilotare” l’attività del giornalista.
Inoltre, dato che ogni buona avventura imprenditoriale riesce a sopravvivere, nel tempo, solamente quando all’ottenimento di un risultato corrisponde anche una indiscussa competenza di fondo, nonché una virtuosa gestione degli affari, l’avvento della figura del giornalista-imprenditore darebbe garanzia di professionalità prima di tutto al lettore. Questo perché, come in ogni business che si rispetti, sarà proprio il talento del mestierante in questione a creare un bacino d’utenza da portare in dono ad un qualsiasi editore disponibile a pubblicare il lavoro svolto. Né più né meno!
Conseguenza delle cose sarà che il futuro giornalista potrà essere tale solamente se l'occupazione che si é scelto coinciderà con le necessità delle passioni di una vita. Anzi, sarà proprio quell'interesse alle fondamenta a permettergli di superare qualsiasi ostacolo e a guadagnarsi il rispetto sul campo. Da non dimenticare vi é che un simile professionista in realtà non sarà mai solo. Lui/lei potrà sempre contare sull’aiuto di ogni strumento normalmente a disposizione di un buon gestore per fare crescere in maniera sana la sua impresa.
Di fatto, la concorrenza impedirà qualsiasi deriva perniciosa, mentre la necessità di tenere legato a sé il cliente-lettore sarà la potentissima arma di auto-controllo di quella possibile deriva. Diventare buoni-ottimi giornalisti sarà quindi condizione imprescindibile per venire considerati giornalisti tout court! E, vivaddio, non potrebbe essere altrimenti! Infatti, verranno subito a cadere gli alibi di quanti hanno sempre usato le manchevolezze editoriali o le manchevolezze degli enti deputati al controllo delle cose della professione, per giustificare la propria incapacità di base; l’imperdonabile leggerezza di avere scambiato un mestiere che è anche una missione per una possibilità facile di tirare a campare. Sempre meglio che lavorare, appunto!
Quando visto da questo prospettiva, il giornalismo del futuro potrà contare dunque su una task-force di professionisti assolutamente affidabili, preparati, presenti e determinati ad ottenere il miglior risultato con ogni mezzo lecito. Perché sarà pure la liceità del mezzo usato a fare la differenza, meglio ancora, la “liceità del mezzo” sarà davvero una conditio sine qua non (del resto, non è proprio la deontologia ad affermare che fini e mezzi sono strettamente dipendenti gli uni dagli altri, e dunque che un fine giusto sarà il risultato dell'utilizzo di giusti mezzi?).
Non ci si dovrà stupire perciò se, una sana concorrenza tra professionisti sarà la chiave di lettura del giornalismo che verrà ed, in verità, sarà la sola speranza di sopravvivenza del suo buon nome. Questo perché, come in ogni avventura umana o imprenditoriale che sia, non mancheranno certamente le insidie e gli ostacoli da superare. Al contrario, non meraviglierebbe se gli stessi, nel futuro prossimo, si presentassero moltiplicati rispetto alle misere schermaglie del presente. Proprio per questo sarà dunque necessario poter contare su professionisti capaci e deontologicamente irreprensibili!
Non so quanto tempo dovrà trascorrere prima che questo prevedibile status quo-professionistico comincerà ad imporsi nella realtà dei fatti, ma non ho dubbi che così sarà. Sia perché alla realizzazione di un simile - e altrimenti utopico - progetto darà una mano importante la Rete, sia perché l’alternativa sarebbe data dall’azzeramento della dignità del singolo professionista a favore delle più oscure velleità di questo o quell’altro gruppo editoriale. Dato che l’esperienza, anche di questi tempi, insegna che gli interessi-altri tendono spesso ad essere più forti ed impellenti della necessità della bontà-della-notizia, inutile dire che prima partirà questa rivoluzione possibile, meglio sarà!
Rina Brundu
Dublin, 29/11/2009
©All rights reserved
giovedì 29 ottobre 2009
Diario di una futura giornalista senza speranze...
Visita il mio nuovo blog satirico...
sempre se non hai nient'altro di meglio da fare, s'intende!!
Diario di una futura giornalisa senza speranze...
Saludos meda.
sempre se non hai nient'altro di meglio da fare, s'intende!!
Diario di una futura giornalisa senza speranze...
Saludos meda.
domenica 11 ottobre 2009
MR PRESIDENT, PLEASE SAY NO THANK YOU
LETTERA APERTA A BARACK OBAMA
Illustrissimo Presidente,
per favore, dica no! Trovi una scusa, una qualunque, ma rifiuti “quel” premio! Del resto, è stato proprio Lei, il primo a dire di non essere sicuro di meritarlo. Ebbene – con tutto il rispetto che Le è dovuto – mi permetta di mostrarmi d'accordo: lei non lo merita! Non ancora almeno! Abbia dunque il coraggio di fare l’ultimo passo e dica: No, thank you! It should be awarded to whoever deserves it!
Donare gli “spiccioli” in beneficienza, come Lei ha già dichiarato di voler fare, in questo caso particolare caso, non è sufficiente. Il valore del Premio Nobel per la Pace, infatti, non dovrebbe essere nell’assegno staccato, ma nel suo significato simbolico. Perché di simboli abbiamo spesso bisogno noi uomini e donne. Di credere in qualcosa che vada oltre la miseria – anche politica – del quotidiano.
Così come di coltivare la speranza. Lei che quella speranza ha cominciato a darla ai tanti che La seguono, trovi il coraggio di mostrare al mondo quanto questo sentimento, nella realtà di ogni giorno, si nutra solamente di molto lavoro. Di sacrificio continuato. Spesso frustrato.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di quei giovani universitari cinesi dissidenti che, venti anni fa, trovarono la forza fisica, morale, intellettuale, di opporsi ai carri armati radunati in Piazza Tienammen. Le speranze del giovane attivista Hu Jia, di Wei Jingsheng che ha trascorso gli ultimi 17 anni in carcere a difesa di un suo ideale-di-Stato-diverso. Le speranze di tutti quelli che, come loro, riescono ancora a credere nel valore del sogno. A dispetto della sua impossibilità.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di coloro che, nel silenzio, giorno dopo giorno, spendono l’esistenza a difendere l’indifendibile. A salvare vite dimenticate, barattate senza vergogna nel nome di ogni più lurido interesse. A curare vite martoriate, abbandonate ai “miracoli” improvvisati dell’anima misericordiosa che per accidente del destino si sia trovata a passare di lì.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di noi occidentali “privilegiati” che, contro ogni più becera evidenza, ci ostiniamo ancora a credere nella esistenza-possibile di una realtà migliore. Una realtà oggettiva per i più, dove il colore che fa da sfondo al vivere sia davvero uguale per i tanti. Dove la parola “merito” conservi ancora un qualche suo significato – staccato dall’interesse privato e dall’opinione limitata del capoccia-caporale di turno.
Dico “quasi” Presidente, perché quel Suo rifiuto farebbe una differenza. Importante. Laddove si può comprendere infatti che sarebbe impossibile per Lei esprimere una opinione su chi dovrebbe essere il vero destinatario di un tale, notevole riconoscimento, non vi sono dubbi che un suo rifiuto dello stesso manderebbe al-mondo-che-ascolta un messaggio ben più potente. Soprattutto, indimenticabile!
Diceva Carlo Levi, un grande scrittore italiano: “L’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”. Lei che di trovare un impiego migliore non ne ha bisogno, per favore dia una mano: evitiamo il contagio estero!
Rina Brundu
Dublin, 11/10/2009
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Illustrissimo Presidente,
per favore, dica no! Trovi una scusa, una qualunque, ma rifiuti “quel” premio! Del resto, è stato proprio Lei, il primo a dire di non essere sicuro di meritarlo. Ebbene – con tutto il rispetto che Le è dovuto – mi permetta di mostrarmi d'accordo: lei non lo merita! Non ancora almeno! Abbia dunque il coraggio di fare l’ultimo passo e dica: No, thank you! It should be awarded to whoever deserves it!
Donare gli “spiccioli” in beneficienza, come Lei ha già dichiarato di voler fare, in questo caso particolare caso, non è sufficiente. Il valore del Premio Nobel per la Pace, infatti, non dovrebbe essere nell’assegno staccato, ma nel suo significato simbolico. Perché di simboli abbiamo spesso bisogno noi uomini e donne. Di credere in qualcosa che vada oltre la miseria – anche politica – del quotidiano.
Così come di coltivare la speranza. Lei che quella speranza ha cominciato a darla ai tanti che La seguono, trovi il coraggio di mostrare al mondo quanto questo sentimento, nella realtà di ogni giorno, si nutra solamente di molto lavoro. Di sacrificio continuato. Spesso frustrato.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di quei giovani universitari cinesi dissidenti che, venti anni fa, trovarono la forza fisica, morale, intellettuale, di opporsi ai carri armati radunati in Piazza Tienammen. Le speranze del giovane attivista Hu Jia, di Wei Jingsheng che ha trascorso gli ultimi 17 anni in carcere a difesa di un suo ideale-di-Stato-diverso. Le speranze di tutti quelli che, come loro, riescono ancora a credere nel valore del sogno. A dispetto della sua impossibilità.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di coloro che, nel silenzio, giorno dopo giorno, spendono l’esistenza a difendere l’indifendibile. A salvare vite dimenticate, barattate senza vergogna nel nome di ogni più lurido interesse. A curare vite martoriate, abbandonate ai “miracoli” improvvisati dell’anima misericordiosa che per accidente del destino si sia trovata a passare di lì.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di noi occidentali “privilegiati” che, contro ogni più becera evidenza, ci ostiniamo ancora a credere nella esistenza-possibile di una realtà migliore. Una realtà oggettiva per i più, dove il colore che fa da sfondo al vivere sia davvero uguale per i tanti. Dove la parola “merito” conservi ancora un qualche suo significato – staccato dall’interesse privato e dall’opinione limitata del capoccia-caporale di turno.
Dico “quasi” Presidente, perché quel Suo rifiuto farebbe una differenza. Importante. Laddove si può comprendere infatti che sarebbe impossibile per Lei esprimere una opinione su chi dovrebbe essere il vero destinatario di un tale, notevole riconoscimento, non vi sono dubbi che un suo rifiuto dello stesso manderebbe al-mondo-che-ascolta un messaggio ben più potente. Soprattutto, indimenticabile!
Diceva Carlo Levi, un grande scrittore italiano: “L’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”. Lei che di trovare un impiego migliore non ne ha bisogno, per favore dia una mano: evitiamo il contagio estero!
Rina Brundu
Dublin, 11/10/2009
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sabato 3 ottobre 2009
AL VOTO, AL VOTO!
CRONACHE IRLANDESI DI INIZIO AUTUNNO
Ci risiamo! Dopo l’Affaire-Trattato di Nizza, l’Irlanda si presenta, per la seconda volta, al voto, chiamata a ratificare il Trattato di Lisbona che permetterebbe la tanto auspicata riforma dell’Unione Europea.
Non sono Nostradamus, ma pronosticare una vittoria del SI non dovrebbe essere troppo difficile. Anche le “ragioni” che “faciliterebbero” questo “assenso” non sono di ardua identificazione. Si può pescare nel mucchio: dalla decisa “mano di aiuto” data in quel di Bruxelles in forma di borsellino aperto, alle minacce del Boss Supremo di Ryanair di chiudere i suoi Head Offices nell’Isola Smeralda se il NO dovesse avere la meglio, dai mai sopiti fantasmi dell’emigrazione bruscamente risvegliati dalla recessione galoppante, alla fobia di questo o di quell’altro partito (politico, economico e chi più ne ha ne metta) di perdere i privilegi immeritatamente acquisiti nel corso degli ultimi dieci anni.
L’eventuale vittoria delle forze dell’ YES-a-tutti-i-costi non dovrebbe però ingannare sullo spettacolo che è stata la Dublino pre-elettorale. Infatti, nella città che è pure il cuore pulsante del Paese – nonché una delle metropoli europee più vive, dinamiche e a perfetta misura giovane – a farla da padrone è stata senz’altro un’organizzatissima campagna NO-TO-EUROPE che ha sicuramente vinto in visibilità, creatività, nella sua determinazione a dimostrare il deciso dissenso. Una vittoria dei suoi promotori quindi non sarebbe cosa tanto sorprendente!
Questo perché, nulla, come il guidare, in questi giorni, lungo le intasate strade dublinesi, ha mai reso più evidente, all-occhio-che-guarda, la desolante Essenza (in termini di percezione del cittadino) della moderna Europa comunitaria. Ovvero il suo essere, di fatto, ideale meramente privato. Di un’establishment, di un gruppo di sognatori, di una politica utopica che probabilmente dovrà faticare per centinaia di anni prima di “giustificare pienamente” la sua meravigliosa intenzione primaria. Ancora, il suo essere visione-non-condivisa, appesantita da una ingombrante cornice burocratica. Brutta a vedersi. Probabilmente inutile. O quasi.
Ma, tra gli effetti-nefasti della crisi marciante e le ragioni di un esagerato anti-europeismo da baraccone, come spesso accade con ogni umana tragedia, il rischio di sfiorare il ridicolo è stato sempre dietro l’angolo. Rasentato ad ogni rotonda e ad ogni curva, di un Paese che ha sempre succhiato sangue dalla Sacra Mucca comunitaria, mostrando, ad un tempo, una imperdonabile incapacità nel gestire il prezioso dono di un boom economico duraturo e favoloso.
Per accorgersi di questo rischio-possibile bastava semplicemente leggere le didascalie sulle centinaia di cartelli, di tutte le dimensioni, di tutti i tipi – e che si succedevano, uno dietro l’altro, lungo le strade principali, i vicoli nascosti, le mulattiere abbandonate della capitale irlandese, fatalmente “impregnando e mutando” finanche la sua pur sempre caratteristica atmosfera.
Ecco dunque un esempio di come quei comunicati, con la loro logica random di proposizione, riuscivano mirabilmente a sottolineare lo straordinario status quo economico-politico:
- Irish Democracy 1916-2009? Vote NO! (manifesto contro il Trattato di Lisbona)
- ON SALE (nota immobiliare sulla veranda di un appartamento centrale)
- European Democracy 1945- 2009? Vote NO! (manifesto contro il Trattato di Lisbona)
- OFFICE TO LET (avviso su un enorme edificio abbandonato)
- Small country BIG VOICE vote no to a bad deal! (cartello contro il Trattato di Lisbona)
- ON SALE (nota immobiliare su una casa in vendita)
- The only job that Lisbon saves is HIS! (con foto di un noto politico sul cartello)
- TO LET – PAY NO RENT ( avviso disperato su un altro enorme edificio abbandonato)
- LISBON TREATY – VOTE NO!
- ON SALE!
- 1.84 Euro – Minimum wages after LISBON! Vote NO!
- OFFICES TO LET
- NO 2 LISBON!
- ON SALE……
Scriveva James Joyce nel 1914: “Se ho scelto Dublino per scena è perché quella città mi appariva come il centro della paralisi”. Manco il già citato Nostradamus avrebbe saputo fare tanto!
Rina Brundu
Dublin, 02/10/2009
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Ci risiamo! Dopo l’Affaire-Trattato di Nizza, l’Irlanda si presenta, per la seconda volta, al voto, chiamata a ratificare il Trattato di Lisbona che permetterebbe la tanto auspicata riforma dell’Unione Europea.
Non sono Nostradamus, ma pronosticare una vittoria del SI non dovrebbe essere troppo difficile. Anche le “ragioni” che “faciliterebbero” questo “assenso” non sono di ardua identificazione. Si può pescare nel mucchio: dalla decisa “mano di aiuto” data in quel di Bruxelles in forma di borsellino aperto, alle minacce del Boss Supremo di Ryanair di chiudere i suoi Head Offices nell’Isola Smeralda se il NO dovesse avere la meglio, dai mai sopiti fantasmi dell’emigrazione bruscamente risvegliati dalla recessione galoppante, alla fobia di questo o di quell’altro partito (politico, economico e chi più ne ha ne metta) di perdere i privilegi immeritatamente acquisiti nel corso degli ultimi dieci anni.
L’eventuale vittoria delle forze dell’ YES-a-tutti-i-costi non dovrebbe però ingannare sullo spettacolo che è stata la Dublino pre-elettorale. Infatti, nella città che è pure il cuore pulsante del Paese – nonché una delle metropoli europee più vive, dinamiche e a perfetta misura giovane – a farla da padrone è stata senz’altro un’organizzatissima campagna NO-TO-EUROPE che ha sicuramente vinto in visibilità, creatività, nella sua determinazione a dimostrare il deciso dissenso. Una vittoria dei suoi promotori quindi non sarebbe cosa tanto sorprendente!
Questo perché, nulla, come il guidare, in questi giorni, lungo le intasate strade dublinesi, ha mai reso più evidente, all-occhio-che-guarda, la desolante Essenza (in termini di percezione del cittadino) della moderna Europa comunitaria. Ovvero il suo essere, di fatto, ideale meramente privato. Di un’establishment, di un gruppo di sognatori, di una politica utopica che probabilmente dovrà faticare per centinaia di anni prima di “giustificare pienamente” la sua meravigliosa intenzione primaria. Ancora, il suo essere visione-non-condivisa, appesantita da una ingombrante cornice burocratica. Brutta a vedersi. Probabilmente inutile. O quasi.
Ma, tra gli effetti-nefasti della crisi marciante e le ragioni di un esagerato anti-europeismo da baraccone, come spesso accade con ogni umana tragedia, il rischio di sfiorare il ridicolo è stato sempre dietro l’angolo. Rasentato ad ogni rotonda e ad ogni curva, di un Paese che ha sempre succhiato sangue dalla Sacra Mucca comunitaria, mostrando, ad un tempo, una imperdonabile incapacità nel gestire il prezioso dono di un boom economico duraturo e favoloso.
Per accorgersi di questo rischio-possibile bastava semplicemente leggere le didascalie sulle centinaia di cartelli, di tutte le dimensioni, di tutti i tipi – e che si succedevano, uno dietro l’altro, lungo le strade principali, i vicoli nascosti, le mulattiere abbandonate della capitale irlandese, fatalmente “impregnando e mutando” finanche la sua pur sempre caratteristica atmosfera.
Ecco dunque un esempio di come quei comunicati, con la loro logica random di proposizione, riuscivano mirabilmente a sottolineare lo straordinario status quo economico-politico:
- Irish Democracy 1916-2009? Vote NO! (manifesto contro il Trattato di Lisbona)
- ON SALE (nota immobiliare sulla veranda di un appartamento centrale)
- European Democracy 1945- 2009? Vote NO! (manifesto contro il Trattato di Lisbona)
- OFFICE TO LET (avviso su un enorme edificio abbandonato)
- Small country BIG VOICE vote no to a bad deal! (cartello contro il Trattato di Lisbona)
- ON SALE (nota immobiliare su una casa in vendita)
- The only job that Lisbon saves is HIS! (con foto di un noto politico sul cartello)
- TO LET – PAY NO RENT ( avviso disperato su un altro enorme edificio abbandonato)
- LISBON TREATY – VOTE NO!
- ON SALE!
- 1.84 Euro – Minimum wages after LISBON! Vote NO!
- OFFICES TO LET
- NO 2 LISBON!
- ON SALE……
Scriveva James Joyce nel 1914: “Se ho scelto Dublino per scena è perché quella città mi appariva come il centro della paralisi”. Manco il già citato Nostradamus avrebbe saputo fare tanto!
Rina Brundu
Dublin, 02/10/2009
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sabato 19 settembre 2009
Trinceras
Omaggio a Matteo Mureddu – caporal maggiore di Solarussa, provincia di Oristano. Sardegna.
È una sorta di colpo al cuore che mi prende ogni qualvolta uno dei nostri soldati muore dilaniato in un qualche remoto angolo di mondo. Quando poi il “soldato” è sardo, come nel caso del giovane caporal maggiore Matteo Mureddu, uno dei sei militari italiani morti nell’attacco suicida di Kabul, lo scorso 17 Settembre, non posso impedirmi di provare anche una strana “stretta” che grava sull’anima.
Sarà che le cose per noi sardi non sono cambiate più di tanto da quando i nostri avi venivano richiamati per andare al fronte! Ora come allora, a parte le rare eccezioni, partono perché “costretti”. Raccontavano i nostri vecchi ogliastrini che, durante la Grande Guerra, a “costringerli” erano i “marescialli” che si presentavano all’improvviso nelle case, mentre loro si trovavano in campagna a pascolare gli animali. Quello recapitato era comunque un ordine a cui non si poteva disobbedire – sebbene molti lo fecero, pagandone le amare conseguenze.
Il problema era infatti capire dove si stava andando e cosa si sarebbe andati a fare. Certo, i contadini e gli allevatori isolani comprendevano che sarebbero dovuti andare “a gherrae”(2), in “su fronte”(3), contro il Nemico. Ma il nemico di chi? Sicuramente non il loro, che già avevano difficoltà nel riconoscere – se non a comunicare – con la Parte Amica. Ma, dall’Ogliastra a Civitavecchia, passando per Cagliari, i richiamati scoprivano presto, e a loro spese, che il temutissimo “fronte” non era poi così lontano. Con tutte le sue atrocità. Con tutta la sua solitudine.
Di fatto, a proteggerli, ad “interessarsi” del loro destino, restavano solamente ”is trinceras” (1) che scavavano di propria mano - e che venivano descritte come “fossati alti, larghi, capaci di nascondere l’uomo che sparava”. Nelle trincee si mangiava e si dormiva. Si viveva. Spesso ubriachi del vino che veniva fatto circolare per permettere al corpo di riscaldarsi, ma soprattutto all’anima di vincere la paura, la naturalissima fobia dell’ignoto che attanagliava l’Essere. Storie di Sardegna. Dimenticate.
Ma storie di Sardegna che, nel tempo, sono pure mutate soltanto quel tanto che basta a riflettere le mutate situazioni socio-economiche locali, nazionali. Internazionali. La verità recita infatti che, molti dei racconti di vita di ieri e di oggi, si somigliano spaventosamente nella loro essenza più vera. In virtù di questo, si può senz’altro dire che una parte importante dei ragazzi sardi che si arruolano oggidì lo fanno perché “costretti”. Non dal capoccia di turno, rappresentante locale di una misteriosa quanto sconosciuta, lontanissima potestà, ma dalle necessità contingenti.
Dalla necessità di liberarsi dell’ombra soffocante che da millenni avviluppa la Sardegna interna, et non, dalla necessità fisiologica di costruirsi un percorso, possibilmente alternativo a quello che ha determinato il destino dei padri. Che continua a determinarlo. Dalla necessità di sfuggire alle grinfie, spesso fatalmente attraenti, di una tentazione-criminale giustificata, da sempre, dal mai dimenticato mito della balentìa-a-tutti-i-costi. E si potrebbe andare avanti all’infinito.
“Oggigiorno, sono comunque ben pagati!” si sente poi, de vez en cuando: le bocche delle rane-dalla-bocca-grande tendono per loro natura ad eruttare senza requie! Il cervello collegato permetterebbe però di realizzare che “oggigiorno” sono in tanti a ricevere lauti compensi, senza per questo avere necessità di rischiare la vita, senza meritarli e, molto spesso – vedi la corrente crisi cafonal finanziaria e scandali correlati, ma non solo – elegantemente sfilando la pecunia dal nostro portafoglio senza colpo ferire. E senza correre rischio alcuno.
Occorrerebbe almeno avere rispetto! Rispetto delle scelte di vita. Rispetto di decisioni che, a mio avviso, sebbene originate da una ridotta possibilità di scelta – riflettono anche una data necessità dello spirito di rivelarsi nella Sua Essenza. Non ho dubbi infatti che Matteo, così come il 99% di questi nostri ragazzi che ogni anno lasciano la loro casa per andare a servire la Patria (perché, per inciso, questo è il loro lavoro), a servire noi, si sia arruolato soprattutto perché convinto di poter dare qualcosa in quel particolarissimo ruolo. E non ho dubbi che lui, come gli altri, abbia trovato conferma della bontà delle sue intenzioni vivendo la quotidianità “differente” delle zone martoriate che ha scelto di andare ad aiutare. A rischio della propria vita.
Si, di andare ad “aiutare”. Mi rendo perfettamente conto che questo non sarebbe il verbo utilizzato dai tanti contrari a questo genere di missioni militari – ma, nel caso specifico, la cosa non mi sorprenderebbe. Molto più difficile mi risulta capire le motivazioni che spingono coloro che queste operazioni le hanno volute e le hanno promosse, a nascondersi, e a proteggersi, dentro una sorta di “trincea mentale” ogni qualvolta arrivano "cattive nuove" da questi moderni “fronti” di battaglia. Si butta la pietra e si ritira il braccio. Meglio ancora, ciò che è buono e giusto prima diventa cattivo dopo – ciò che è stato perfettamente legittimo e valido fino a ieri, viene completamente rimesso in discussione oggi.
Non ho capito: ma dove crediamo di mandarli questi ragazzi? Ripeto, occorrerebbe avere rispetto. Rispetto delle scelte e delle storie di vita. Della memoria. Del lavoro altrui. Ed il rispetto deve venire primariamente dai rappresentanti di quella Patria che questi ragazzi vanno a servire, mentre l’appoggio di tutti noi, pro o contro, dovrebbe essere totale. Incondizionato. Dall’inizio alla fine.
Perché ci rappresentano. Perché rappresentano il nostro Paese. Perché portano dentro reminescenza delle fatiche e delle molte umiliazioni che hanno dovuto subire i nostri avi. Loro invece si. Dimenticati. Lasciati morire. In solitudine. Al freddo. Aintro de is trinceras (4).
Note:
(1) Le trincee.
(2) A combattere.
(3) Al fronte.
(4) Dentro le trincee.
Rina Brundu
Dublin, 19/09/2009
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È una sorta di colpo al cuore che mi prende ogni qualvolta uno dei nostri soldati muore dilaniato in un qualche remoto angolo di mondo. Quando poi il “soldato” è sardo, come nel caso del giovane caporal maggiore Matteo Mureddu, uno dei sei militari italiani morti nell’attacco suicida di Kabul, lo scorso 17 Settembre, non posso impedirmi di provare anche una strana “stretta” che grava sull’anima.
Sarà che le cose per noi sardi non sono cambiate più di tanto da quando i nostri avi venivano richiamati per andare al fronte! Ora come allora, a parte le rare eccezioni, partono perché “costretti”. Raccontavano i nostri vecchi ogliastrini che, durante la Grande Guerra, a “costringerli” erano i “marescialli” che si presentavano all’improvviso nelle case, mentre loro si trovavano in campagna a pascolare gli animali. Quello recapitato era comunque un ordine a cui non si poteva disobbedire – sebbene molti lo fecero, pagandone le amare conseguenze.
Il problema era infatti capire dove si stava andando e cosa si sarebbe andati a fare. Certo, i contadini e gli allevatori isolani comprendevano che sarebbero dovuti andare “a gherrae”(2), in “su fronte”(3), contro il Nemico. Ma il nemico di chi? Sicuramente non il loro, che già avevano difficoltà nel riconoscere – se non a comunicare – con la Parte Amica. Ma, dall’Ogliastra a Civitavecchia, passando per Cagliari, i richiamati scoprivano presto, e a loro spese, che il temutissimo “fronte” non era poi così lontano. Con tutte le sue atrocità. Con tutta la sua solitudine.
Di fatto, a proteggerli, ad “interessarsi” del loro destino, restavano solamente ”is trinceras” (1) che scavavano di propria mano - e che venivano descritte come “fossati alti, larghi, capaci di nascondere l’uomo che sparava”. Nelle trincee si mangiava e si dormiva. Si viveva. Spesso ubriachi del vino che veniva fatto circolare per permettere al corpo di riscaldarsi, ma soprattutto all’anima di vincere la paura, la naturalissima fobia dell’ignoto che attanagliava l’Essere. Storie di Sardegna. Dimenticate.
Ma storie di Sardegna che, nel tempo, sono pure mutate soltanto quel tanto che basta a riflettere le mutate situazioni socio-economiche locali, nazionali. Internazionali. La verità recita infatti che, molti dei racconti di vita di ieri e di oggi, si somigliano spaventosamente nella loro essenza più vera. In virtù di questo, si può senz’altro dire che una parte importante dei ragazzi sardi che si arruolano oggidì lo fanno perché “costretti”. Non dal capoccia di turno, rappresentante locale di una misteriosa quanto sconosciuta, lontanissima potestà, ma dalle necessità contingenti.
Dalla necessità di liberarsi dell’ombra soffocante che da millenni avviluppa la Sardegna interna, et non, dalla necessità fisiologica di costruirsi un percorso, possibilmente alternativo a quello che ha determinato il destino dei padri. Che continua a determinarlo. Dalla necessità di sfuggire alle grinfie, spesso fatalmente attraenti, di una tentazione-criminale giustificata, da sempre, dal mai dimenticato mito della balentìa-a-tutti-i-costi. E si potrebbe andare avanti all’infinito.
“Oggigiorno, sono comunque ben pagati!” si sente poi, de vez en cuando: le bocche delle rane-dalla-bocca-grande tendono per loro natura ad eruttare senza requie! Il cervello collegato permetterebbe però di realizzare che “oggigiorno” sono in tanti a ricevere lauti compensi, senza per questo avere necessità di rischiare la vita, senza meritarli e, molto spesso – vedi la corrente crisi cafonal finanziaria e scandali correlati, ma non solo – elegantemente sfilando la pecunia dal nostro portafoglio senza colpo ferire. E senza correre rischio alcuno.
Occorrerebbe almeno avere rispetto! Rispetto delle scelte di vita. Rispetto di decisioni che, a mio avviso, sebbene originate da una ridotta possibilità di scelta – riflettono anche una data necessità dello spirito di rivelarsi nella Sua Essenza. Non ho dubbi infatti che Matteo, così come il 99% di questi nostri ragazzi che ogni anno lasciano la loro casa per andare a servire la Patria (perché, per inciso, questo è il loro lavoro), a servire noi, si sia arruolato soprattutto perché convinto di poter dare qualcosa in quel particolarissimo ruolo. E non ho dubbi che lui, come gli altri, abbia trovato conferma della bontà delle sue intenzioni vivendo la quotidianità “differente” delle zone martoriate che ha scelto di andare ad aiutare. A rischio della propria vita.
Si, di andare ad “aiutare”. Mi rendo perfettamente conto che questo non sarebbe il verbo utilizzato dai tanti contrari a questo genere di missioni militari – ma, nel caso specifico, la cosa non mi sorprenderebbe. Molto più difficile mi risulta capire le motivazioni che spingono coloro che queste operazioni le hanno volute e le hanno promosse, a nascondersi, e a proteggersi, dentro una sorta di “trincea mentale” ogni qualvolta arrivano "cattive nuove" da questi moderni “fronti” di battaglia. Si butta la pietra e si ritira il braccio. Meglio ancora, ciò che è buono e giusto prima diventa cattivo dopo – ciò che è stato perfettamente legittimo e valido fino a ieri, viene completamente rimesso in discussione oggi.
Non ho capito: ma dove crediamo di mandarli questi ragazzi? Ripeto, occorrerebbe avere rispetto. Rispetto delle scelte e delle storie di vita. Della memoria. Del lavoro altrui. Ed il rispetto deve venire primariamente dai rappresentanti di quella Patria che questi ragazzi vanno a servire, mentre l’appoggio di tutti noi, pro o contro, dovrebbe essere totale. Incondizionato. Dall’inizio alla fine.
Perché ci rappresentano. Perché rappresentano il nostro Paese. Perché portano dentro reminescenza delle fatiche e delle molte umiliazioni che hanno dovuto subire i nostri avi. Loro invece si. Dimenticati. Lasciati morire. In solitudine. Al freddo. Aintro de is trinceras (4).
Note:
(1) Le trincee.
(2) A combattere.
(3) Al fronte.
(4) Dentro le trincee.
Rina Brundu
Dublin, 19/09/2009
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domenica 26 luglio 2009
L'estate sul tetto che scotta
Cronache da una tranquilla estate sarda di crisi globale.
Estate 2009: dicono che la Sardegna brucia. Non è una novità. Così come non è la prima volta che la furia degli incendi, solitamente dolosi, distrugge migliaia di ettari di macchia mediterranea, uccide animali, finanche persone. Non è perciò nuovo neppure il dolore che questi fenomeni procurano, così come non sono nuovi i motti di “sorpresa” e di indignazione, le promesse non mantenute.
Ma se la Sardegna interna piange, neanche la ricca e abbiente Costa Smeralda ride. Non troppo, almeno. Dopo decenni di continuata crescita, dicono che la crisi – finanziaria et politica - si stia facendo sentire anche nelle sue località più “in” quali Porto Cervo e Porto Rotondo, nonché dentro le molte ville e spiagge private satelliti.
Simili alla “gatta sul tetto che scotta”, i suoi frequentatori più irriducibili si danno comunque da fare per impedirne la fine del mito. Per non precipitare con quello. Alla maniera di Melchisedec, ogni VIP si sente infatti tale in eterno, e teme come cancrena i fantasmi di un possibile anonimato-di-ritorno che si agitano minacciosi all’orizzonte, incutendo terrore e timore.
Non mancano neanche i fuochi d’artificio che accompagnano la fine di ogni grande festa. Nello specifico, la fine di un’epoca. In attesa del botto finale. L’esperienza passata insegna però che anche se questa nuova caduta della “Repubblica delle Banane” dovesse esserci, a farne le spese saranno sempre gli stessi.
Rapportando il tutto alle cose di Sardegna, si potrebbe forse dire che a farne le spese saranno sempre le “formiche” che da secoli abitano le pendici del Gennargentu ed assistono impotenti alla “programmazione esterna” del loro futuro. Un futuro che quasi sicuramente parlerà ancora di nuova emigrazione giovane e racconterà altre storie simili a quelle dell’operaio sardo che un paio di giorno fa è morto nel Nord Italia il primo giorno di cantiere. A casa lo attendevano le due figlie bambine.
C’è qualche cosa che non va, da qualche parte, quando un tocco-di-benessere-continuato, come è comunque stato quello che ha interessato la Sardegna del boom turistico degli ultimi dieci anni, non raggiunge tutti gli strati della popolazione. C’è una chiara, cronica, mancanza politico-amministrativa, tanto più che l’isola è stata pure in prima fila quando si è trattato di muoversi dentro le dinamiche più accelerate imposte dalle nuove tecnologie digitali.
Misteri d’Italia. Naturalmente, ti sfiora anche il sospetto che una forte cultura “assistenzialista” continui a sopravvivere tra le vallate del Gennargentu, così come nelle pianure del Campidano e, in verità, dovunque in quell’isola bellissima. Soprattutto, ti sfiora il sospetto che, laddove quel dato-benessere sia stato invece raggiunto, la parola d’ordine continui ad essere quella di mungere la vacca da latte fino a spremerne anche l’ultima goccia, ma senza preoccuparsi di far uscire l’animale al pascolo. Del resto, i campi bruciano… ed il cerchio si chiude.
Niente di nuovo sotto la presente canicola che asfissia l’isola e la penisola, dunque? Non proprio. Qualcosa di veramente nuovo, questa estate 2009 effettivamente lo ha prodotto. La novità è data da una compiuta e finalmente totale commistione delle “necessità” minimali della Politica con quelle più “strategiche” dei nostri organi di informazione: radio, televisione pubblica e privata, giornali che guardano a destra, al centro e a sinistra.
Eh già – perché per guardare guardano tutti: il problema è che non si sa cosa stiano guardando! Men che meno si riesce a capire cosa vedono e di che raccontano. Come non bastasse, il “virus disinformativo” pare muoversi su scala mondiale e di pari passo con quello della peste suina, facendo vittime illustri anche tra i più blasonati “organi di informazione” anglosassoni. Impossibile impedire il dubbio che tale visione-limitata-e-limitante sia stato di fatto cronico-status-vivendi. Magari la differenza la fa il nostro spirito tragicamente disincantato e gli occhi solamente un tantino più aperti!
Difficile dire! Così, se leggiamo e sentiamo che la Sardegna interna brucia, che la vita “smeralda” è in ribasso, ma che la crisi – finanziaria et politica – è fondamentalmente alle nostre spalle, occorre saper fare di necessità virtù. Occorre ingegnarci, imparare a distinguere il vero dal falso ed il falso dal vero – nonché il vero che è urgenza-amministrativa-del-territorio, dal falso che diventa urlo-di-Pierino-che-fa-sempre-cool. Per chi mancasse di tale capacità discriminante, un vaticinio aiuterebbe senz’altro, così come un sentito atto fede.
Sì, resto convinta che un generale atto di fede dovrebbe traghettarci tutti, e con una certa serenità, verso la fine di quest’ennesima, tranquilla, estate sul tetto che scotta.
Rina Brundu
Dublin, 26/07/2009
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Estate 2009: dicono che la Sardegna brucia. Non è una novità. Così come non è la prima volta che la furia degli incendi, solitamente dolosi, distrugge migliaia di ettari di macchia mediterranea, uccide animali, finanche persone. Non è perciò nuovo neppure il dolore che questi fenomeni procurano, così come non sono nuovi i motti di “sorpresa” e di indignazione, le promesse non mantenute.
Ma se la Sardegna interna piange, neanche la ricca e abbiente Costa Smeralda ride. Non troppo, almeno. Dopo decenni di continuata crescita, dicono che la crisi – finanziaria et politica - si stia facendo sentire anche nelle sue località più “in” quali Porto Cervo e Porto Rotondo, nonché dentro le molte ville e spiagge private satelliti.
Simili alla “gatta sul tetto che scotta”, i suoi frequentatori più irriducibili si danno comunque da fare per impedirne la fine del mito. Per non precipitare con quello. Alla maniera di Melchisedec, ogni VIP si sente infatti tale in eterno, e teme come cancrena i fantasmi di un possibile anonimato-di-ritorno che si agitano minacciosi all’orizzonte, incutendo terrore e timore.
Non mancano neanche i fuochi d’artificio che accompagnano la fine di ogni grande festa. Nello specifico, la fine di un’epoca. In attesa del botto finale. L’esperienza passata insegna però che anche se questa nuova caduta della “Repubblica delle Banane” dovesse esserci, a farne le spese saranno sempre gli stessi.
Rapportando il tutto alle cose di Sardegna, si potrebbe forse dire che a farne le spese saranno sempre le “formiche” che da secoli abitano le pendici del Gennargentu ed assistono impotenti alla “programmazione esterna” del loro futuro. Un futuro che quasi sicuramente parlerà ancora di nuova emigrazione giovane e racconterà altre storie simili a quelle dell’operaio sardo che un paio di giorno fa è morto nel Nord Italia il primo giorno di cantiere. A casa lo attendevano le due figlie bambine.
C’è qualche cosa che non va, da qualche parte, quando un tocco-di-benessere-continuato, come è comunque stato quello che ha interessato la Sardegna del boom turistico degli ultimi dieci anni, non raggiunge tutti gli strati della popolazione. C’è una chiara, cronica, mancanza politico-amministrativa, tanto più che l’isola è stata pure in prima fila quando si è trattato di muoversi dentro le dinamiche più accelerate imposte dalle nuove tecnologie digitali.
Misteri d’Italia. Naturalmente, ti sfiora anche il sospetto che una forte cultura “assistenzialista” continui a sopravvivere tra le vallate del Gennargentu, così come nelle pianure del Campidano e, in verità, dovunque in quell’isola bellissima. Soprattutto, ti sfiora il sospetto che, laddove quel dato-benessere sia stato invece raggiunto, la parola d’ordine continui ad essere quella di mungere la vacca da latte fino a spremerne anche l’ultima goccia, ma senza preoccuparsi di far uscire l’animale al pascolo. Del resto, i campi bruciano… ed il cerchio si chiude.
Niente di nuovo sotto la presente canicola che asfissia l’isola e la penisola, dunque? Non proprio. Qualcosa di veramente nuovo, questa estate 2009 effettivamente lo ha prodotto. La novità è data da una compiuta e finalmente totale commistione delle “necessità” minimali della Politica con quelle più “strategiche” dei nostri organi di informazione: radio, televisione pubblica e privata, giornali che guardano a destra, al centro e a sinistra.
Eh già – perché per guardare guardano tutti: il problema è che non si sa cosa stiano guardando! Men che meno si riesce a capire cosa vedono e di che raccontano. Come non bastasse, il “virus disinformativo” pare muoversi su scala mondiale e di pari passo con quello della peste suina, facendo vittime illustri anche tra i più blasonati “organi di informazione” anglosassoni. Impossibile impedire il dubbio che tale visione-limitata-e-limitante sia stato di fatto cronico-status-vivendi. Magari la differenza la fa il nostro spirito tragicamente disincantato e gli occhi solamente un tantino più aperti!
Difficile dire! Così, se leggiamo e sentiamo che la Sardegna interna brucia, che la vita “smeralda” è in ribasso, ma che la crisi – finanziaria et politica – è fondamentalmente alle nostre spalle, occorre saper fare di necessità virtù. Occorre ingegnarci, imparare a distinguere il vero dal falso ed il falso dal vero – nonché il vero che è urgenza-amministrativa-del-territorio, dal falso che diventa urlo-di-Pierino-che-fa-sempre-cool. Per chi mancasse di tale capacità discriminante, un vaticinio aiuterebbe senz’altro, così come un sentito atto fede.
Sì, resto convinta che un generale atto di fede dovrebbe traghettarci tutti, e con una certa serenità, verso la fine di quest’ennesima, tranquilla, estate sul tetto che scotta.
Rina Brundu
Dublin, 26/07/2009
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domenica 19 luglio 2009
Amica
Amica mia,
qualità dell’anima
Infinita
Immortale
Senza più lacrime,
senza più lamenti,
senz’altre parole
percorrerò la strada che rimane
… senza di te.
Rina Brundu
Dedicata 19.07.2009
All rights reserved©
qualità dell’anima
Infinita
Immortale
Senza più lacrime,
senza più lamenti,
senz’altre parole
percorrerò la strada che rimane
… senza di te.
Rina Brundu
Dedicata 19.07.2009
All rights reserved©
Ad un bambino appena nato.
Bentornato! Sento che ci legano…
Giorni lontani.
Umili ricordi,
Giocano,
Liberati,
Irradiando
Echi dolcissimi che
Limitano
Momenti - solo in apparenza -
Oscuri.
Rina Brundu
13.07.2009
All rights reserved ©
Giorni lontani.
Umili ricordi,
Giocano,
Liberati,
Irradiando
Echi dolcissimi che
Limitano
Momenti - solo in apparenza -
Oscuri.
Rina Brundu
13.07.2009
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martedì 14 luglio 2009
lunedì 13 luglio 2009
I cinque punti di Lenin per un buon partito bolscevico
1) ogni comunista deve essere marxista;
2) ogni comunista deve essere in prima linea nelle lotte proletarie;
3) ogni comunista deve aborrire dalle pose rivoluzionarie e dalle frasi superficialmente scarlatte, cioè deve essere non solo un rivoluzionario, ma anche un politico realista;
4) ogni comunista deve sentire sempre di essere subordinato alla volontà del suo partito e deve giudicare tutto dal punto di vista del suo partito, cioè deve essere settario nel senso migliore che questa parola può avere;
5) ogni comunista deve essere internazionalista.
Sarà ma la vedo brutta per le primarie....
2) ogni comunista deve essere in prima linea nelle lotte proletarie;
3) ogni comunista deve aborrire dalle pose rivoluzionarie e dalle frasi superficialmente scarlatte, cioè deve essere non solo un rivoluzionario, ma anche un politico realista;
4) ogni comunista deve sentire sempre di essere subordinato alla volontà del suo partito e deve giudicare tutto dal punto di vista del suo partito, cioè deve essere settario nel senso migliore che questa parola può avere;
5) ogni comunista deve essere internazionalista.
Sarà ma la vedo brutta per le primarie....
domenica 12 luglio 2009
Giorni della memoria (ma non solo).
So che sono giorni che ricorderò.
Scritti nella memoria, ma non solo.
Scritti nel destino... che diviene. Lentamente.
Scritti nella memoria, ma non solo.
Scritti nel destino... che diviene. Lentamente.
martedì 7 luglio 2009
Odio i blog letterari.
Non riesco a capire come uno scrittore possa svendere la sua anima in pubblico.
A parlare di libri. Che ha già scritto.
Non riuscirei mai a parlare di un libro già scritto. Men che meno di un mio libro.
A meno che l'anima non domandi altro. Si accontenti. Ma non riuscirei neppure a parlare di un libro da scrivere, perché é tesoro dell'Essere. E poi i libri debbono raccontarsi da soli. Come gli articoli sui giornali. Come i post di un blog.
Gli esperimenti metascritturali vanno bene per un saggio accademico mica quando parla l'anima. L'anima di uno scrittore vero.
Ma naturalmente io non sono tale. Sono piuttosto uno-spirito-che-scrive. E che dovrebbe scrivere meglio. Non per un'estetica fine a se stessa, ma per ricercare scampoli di qualcosa che valga dentro l'antro buio della torre.
Certo potrebbe essere pure tutto un non-valore-aggiunto.
Comincia a piacermi qui. Qui c'è silenzio. Un bellissimo silenzio.
La parte migliore di me.
A parlare di libri. Che ha già scritto.
Non riuscirei mai a parlare di un libro già scritto. Men che meno di un mio libro.
A meno che l'anima non domandi altro. Si accontenti. Ma non riuscirei neppure a parlare di un libro da scrivere, perché é tesoro dell'Essere. E poi i libri debbono raccontarsi da soli. Come gli articoli sui giornali. Come i post di un blog.
Gli esperimenti metascritturali vanno bene per un saggio accademico mica quando parla l'anima. L'anima di uno scrittore vero.
Ma naturalmente io non sono tale. Sono piuttosto uno-spirito-che-scrive. E che dovrebbe scrivere meglio. Non per un'estetica fine a se stessa, ma per ricercare scampoli di qualcosa che valga dentro l'antro buio della torre.
Certo potrebbe essere pure tutto un non-valore-aggiunto.
Comincia a piacermi qui. Qui c'è silenzio. Un bellissimo silenzio.
La parte migliore di me.
lunedì 6 luglio 2009
La presa della pastiglia
Considerazioni sullo “sciopero” dei blogger del 14 Luglio 2009
Leggo che il 14 Luglio 2009, 220 anni dopo la Presa della Bastiglia, ci sarà una nuova rivoluzione: una eccezionale giornata di silenzio, osservato dai blog italiani per protestare contro il decreto Alfano. Non si tratterebbe di una adesione allo sciopero dei giornalisti, quanto piuttosto una decisione di protestare contro il provvedimento tout court.
Indipendentemente dalle ragioni, più o meno condivisibili, più o meno oneste, più o meno giuste, che possano avere spinto a circolare una simile notizia, come blogger io trovo la stessa molto preoccupante. E’ un po’ come se un sedicente amministratore di condominio entrasse in casa mia per annunciarmi che, in tale data, il resto dei condomini ha deciso di osservare dieta vegetariana. Ed io con loro!
Il fatto è che io non sapevo neppure che questo amministratore fosse stato nominato e soprattutto avevo appena acquistato una bistecca per celebrare quella giornata coi cugini d’oltralpe!
Fuor di metafora, a mio modo di vedere, tutta la storia non ha capo né coda. Posso solo pensare che si tratti di confusione semantica: “abbaglio” per “bavaglio”, “Bastiglia” per “pastiglia”.
Detto questo, se il target dell’iniziativa è quello nobile di sostenere un discorso di maggiore libertà informativa, non vedo proprio come si possa raggiungerlo togliendo il cerotto dalla bocca di qualcuno per metterlo sulla bocca di qualcun altro.
A parte questo, la “gravità” dell’intero progetto sta soprattutto nel tentativo, che pare di ravvisare (ma potrei sbagliarmi, anzi, sicuramente mi sbaglio, anzi, voglio sbagliarmi!), di far entrare quel tempio dell’espressione libera che è Internet dentro dinamiche editoriali obsolete (ma non solo!) e assolutamente provinciali. La Rete rappresenta infatti l’antitesi delle stesse!
La Rete, a dispetto delle apparenze, non è il Borg di Star Trek! Non è un organismo cibernetico dedito ad assimilare col fine di controllare, ma è espressione viva della libertà dell’anima e della sua diversità. Un’anima che fa fatica a trovare accordo persino con se stessa, figuriamoci aderire a progetti corporativi di qualsiasi genere e natura!
Si può solo pensare che questa “uscita” infelice sia stata soprattutto determinata dalla buona fede: ovvero dal desiderio di garantire quella stessa libertà che così facendo si va a ledere. Ma, fortunatamente, in questo caso specifico “Resistance is NOT futile and we will NOT be assimilated”!
Rina Brundu
Dublin, 06/07/2009
©All rights reserved
Leggo che il 14 Luglio 2009, 220 anni dopo la Presa della Bastiglia, ci sarà una nuova rivoluzione: una eccezionale giornata di silenzio, osservato dai blog italiani per protestare contro il decreto Alfano. Non si tratterebbe di una adesione allo sciopero dei giornalisti, quanto piuttosto una decisione di protestare contro il provvedimento tout court.
Indipendentemente dalle ragioni, più o meno condivisibili, più o meno oneste, più o meno giuste, che possano avere spinto a circolare una simile notizia, come blogger io trovo la stessa molto preoccupante. E’ un po’ come se un sedicente amministratore di condominio entrasse in casa mia per annunciarmi che, in tale data, il resto dei condomini ha deciso di osservare dieta vegetariana. Ed io con loro!
Il fatto è che io non sapevo neppure che questo amministratore fosse stato nominato e soprattutto avevo appena acquistato una bistecca per celebrare quella giornata coi cugini d’oltralpe!
Fuor di metafora, a mio modo di vedere, tutta la storia non ha capo né coda. Posso solo pensare che si tratti di confusione semantica: “abbaglio” per “bavaglio”, “Bastiglia” per “pastiglia”.
Detto questo, se il target dell’iniziativa è quello nobile di sostenere un discorso di maggiore libertà informativa, non vedo proprio come si possa raggiungerlo togliendo il cerotto dalla bocca di qualcuno per metterlo sulla bocca di qualcun altro.
A parte questo, la “gravità” dell’intero progetto sta soprattutto nel tentativo, che pare di ravvisare (ma potrei sbagliarmi, anzi, sicuramente mi sbaglio, anzi, voglio sbagliarmi!), di far entrare quel tempio dell’espressione libera che è Internet dentro dinamiche editoriali obsolete (ma non solo!) e assolutamente provinciali. La Rete rappresenta infatti l’antitesi delle stesse!
La Rete, a dispetto delle apparenze, non è il Borg di Star Trek! Non è un organismo cibernetico dedito ad assimilare col fine di controllare, ma è espressione viva della libertà dell’anima e della sua diversità. Un’anima che fa fatica a trovare accordo persino con se stessa, figuriamoci aderire a progetti corporativi di qualsiasi genere e natura!
Si può solo pensare che questa “uscita” infelice sia stata soprattutto determinata dalla buona fede: ovvero dal desiderio di garantire quella stessa libertà che così facendo si va a ledere. Ma, fortunatamente, in questo caso specifico “Resistance is NOT futile and we will NOT be assimilated”!
Rina Brundu
Dublin, 06/07/2009
©All rights reserved
Giornalismo online: rivoluzione (T)WIT-LESS
Sul pericolo rappresentato dalle rivoluzioni editoriali moderne
C’è qualcosa che non mi torna leggendo il pur ottimo articolo di Massimo Gaggi “La rivoluzione di Twitter manda in affanno i media” (Corriere della Sera del 24 Giugno 2009).
Concordo, per esempio, quando nel catenaccio scrive “Le reti sociali impongono una ridefinizione del giornalismo”, concordo (a fatica, ma concordo) quando mi fa indirettamente notare che si può fare “giornalismo” anche semplicemente riuscendo a trafugare una “fotografia vietata” da un Paese governato da un regime dispotico (vedi i ragazzi iraniani che grazie a Twitter trasmettono “brevi messaggi e immagini della sommossa e della repressione”).
Concordo pienamente quando sostiene che nel prossimo futuro “fare giornalismo diventa (anche) saper dominare le nuove tecnologie, aggirare i muri della censura, ma anche filtrare fonti la cui attendibilità è tutta da dimostrare..”. Ma questo è quanto. Ciò che non mi torna invece è l’impressione, che ricavo dalla lettura, di un eccessivo entusiasmo rispetto a quello che, alla fin fine, resta sempre un social-network tout court. Nulla più, nulla meno.
Associare “troppo” le cose del giornalismo (almeno di quello con la G maiuscola) agli exploit dell’ultima modalità comunicativa digitale (per quanto glamour e per quanto powerful) può essere pericoloso. Nonché controproducente. Sarebbe un po’ come se, nel microcosmo X, si ponessero sullo stesso piano gli informati e tempestivi pettegolezzi della Perpetua di paese, con i tentativi della “mente razionante locale” di verificare, approfondire, ma anche spiegare quelle stesse “notiziole” (e perché no? persino di determinarle – vedi per associazione il giornalismo d’inchiesta), allo scopo di meglio comprendere le soffocanti dinamiche dentro cui le stesse si producono.
Sarà perché parlare delle prospettive future (o della mancanza delle stesse) del giornalismo è diventato di moda! Giorni fa nel suo interessante Mediablog, Marco Pratellesi, discutendo di giornalismo online, titolava “Web, la fine del tutto gratis”. Il post faceva poi una veloce ricapitolazione di possibili “soluzioni” alla “reale” problematica di fondo (ovvero, come creare un modello giornalistico online economicamente valido), così come proposte da diverse fonti informative.
Mediablog citava, tra gli altri, uno studio americano riportato su Il Corriere Economia, studio che avrebbe evidenziato come la metà dei “navigatori-lettori” sarebbe disposta a pagare un abbonamento mensile ad un quotidiano se il costo fosse modesto (cinque euro circa). Pratellesi ricordava poi l’analisi fatta dallo stesso Gaggi sulla “soluzione-micro pagamenti” lanciata da Rupert Murdoch. Altre proposte si soffermavano sulla necessità di “una maggiore sintonia con i lettori”, mentre il post si chiudeva ricordando l’altalenante percorso compiuto da diversi, importanti, quotidiani tra la formula gratuita e quella a pagamento (delle notizie, s’intende!).
Per quanto mi riguarda, escluso l’item della “maggiore sintonia con i lettori”, che mi pare piuttosto una conditio sine qua non, io ritengo che tutte queste “ possibili, metodologie lavorative” siano in realtà superate e che avranno pure scarse possibilità di successo. Soprattutto, avranno scarse possibilità di successo se si limiteranno a diventare moderna confezione di un prodotto che resterà datato.
Per usare una semplice analogia, sarebbe come pretendere che i ragazzi di oggi mangiassero pavesini a go-go solo perché una determinatissima (a non soccombere) ditta produttrice, pur di salvare il prodotto, dopo settimane di intenso brain-storming del suo miglior management, fosse venuta su con l’idea di stimolare le vendite creando un package avveniristico.
Anche se il package fosse d’oro, infatti, sempre di pavesini si tratterebbe! Dubito molto dunque che, per quanto gloriosa, quella semplice galletta sarebbe in grado di soddisfare (da sola) i palati più “raffinati” della gioventù moderna (non me ne vogliano i produttori!). Senza considerare (e qui mi rifaccio alle perplessità avanzate in precedenza rispetto alla questione Twitter), che il rischio che questa incauta ditta correrebbe sarebbe quello di catalizzare l’attenzione sulle “meraviglie” della confezione e non sul prodotto stesso.
Dio ne scampi! La verità per fortuna recita che un lettore-navigatore può sì sborsare il peculio per pagare un lavoro scritturale ma questo deve valere il suo costo! Per esempio, è vecchissima (rispetto alla storia di Internet) la pratica di far pagare saggi letterari, o anche accurate analisi finanziarie delle tendenze di mercato (questo accadeva al tempo del boom – solo dopo è venuto fuori che era tutta carta straccia comunque, ma queste sono altre storie!). Quale laureando non lo farebbe se avesse la necessità di “rimpolpare” la sua tesi? Quale investitore non lo farebbe se fosse preoccupato per il domani?
Per converso, io non ho mai rinnovato per due mesi di fila un abbonamento online ad un quotidiano, perché alla fine mi veniva a noia: mi veniva a noia la sua struttura obsoleta, mi veniva a noia la mancanza di dinamicità rispetto al mondo vivo (e persino gratuito!) che lo circondava in Rete. Allo stesso modo, mai e poi mai accetterei di versare un micro-pagamento che magari mi si presenta sul conto in compagnia della diletta sorella banking-fee; in simil guisa, e per chiudere il cerchio, mai e poi mai accetterei di finanziare uno pseudo-giornalismo che sia anche soltanto un lontano parente di un social network o di un circolo gossiparo.
A mio modo di vedere dunque (e pur rendendomi conto che il tallone d’Achille di tutto il mio discorso sta nel suo fine ideale!), non si può parlare di nuovi modelli editoriali per il giornalismo del futuro, senza prima affrontare il tema dei suoi contenuti. O senza rispondere a fondamentali domande quali: che cosa vorrà dire essere giornalisti domani? Quali qualità renderanno tale un Premio Pulitzer del futuro che dovrà per forza giostrarsi tra le necessità “spirituali” della sua “arte” e quelle del ritorno economico?
Tutto questo ci riporta, fatalmente, alla importantissima questione dell’intrinseca capacità del professionista che svolgerà quella professione: che lo si voglia oppure no sarà infatti tale elemento il fattore chiave che farà la differenza. E, per certi versi, permetterà pure di vivere senza grosse preoccupazioni editoriali.
Insomma, per dirla seguendo la modalità glamour corrente, sarà proprio quello il fattore chiave che segnerà il confine tra l’essere professionisti-(T) wit-less e l’essere professisti (T) wit-full.(1)
Note:
(1) Lo wit (lo dico ad uso e consumo di quei quattro lettori che hanno avuto il buon senso di restare fedeli alla lingua di Dante) è l’arguzia, il bello spirito. Ma in verità è anche qualcosa di più. E’ di fatto parola quasi impossibile da tradurre in Italiano perché descrive in maniera mirabile la più grande capacità dell’intelletto - non a caso viene citato di frequente il learned-wit di Oscar Wilde.
Rina Brundu
Dublin, 24/06/2009
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C’è qualcosa che non mi torna leggendo il pur ottimo articolo di Massimo Gaggi “La rivoluzione di Twitter manda in affanno i media” (Corriere della Sera del 24 Giugno 2009).
Concordo, per esempio, quando nel catenaccio scrive “Le reti sociali impongono una ridefinizione del giornalismo”, concordo (a fatica, ma concordo) quando mi fa indirettamente notare che si può fare “giornalismo” anche semplicemente riuscendo a trafugare una “fotografia vietata” da un Paese governato da un regime dispotico (vedi i ragazzi iraniani che grazie a Twitter trasmettono “brevi messaggi e immagini della sommossa e della repressione”).
Concordo pienamente quando sostiene che nel prossimo futuro “fare giornalismo diventa (anche) saper dominare le nuove tecnologie, aggirare i muri della censura, ma anche filtrare fonti la cui attendibilità è tutta da dimostrare..”. Ma questo è quanto. Ciò che non mi torna invece è l’impressione, che ricavo dalla lettura, di un eccessivo entusiasmo rispetto a quello che, alla fin fine, resta sempre un social-network tout court. Nulla più, nulla meno.
Associare “troppo” le cose del giornalismo (almeno di quello con la G maiuscola) agli exploit dell’ultima modalità comunicativa digitale (per quanto glamour e per quanto powerful) può essere pericoloso. Nonché controproducente. Sarebbe un po’ come se, nel microcosmo X, si ponessero sullo stesso piano gli informati e tempestivi pettegolezzi della Perpetua di paese, con i tentativi della “mente razionante locale” di verificare, approfondire, ma anche spiegare quelle stesse “notiziole” (e perché no? persino di determinarle – vedi per associazione il giornalismo d’inchiesta), allo scopo di meglio comprendere le soffocanti dinamiche dentro cui le stesse si producono.
Sarà perché parlare delle prospettive future (o della mancanza delle stesse) del giornalismo è diventato di moda! Giorni fa nel suo interessante Mediablog, Marco Pratellesi, discutendo di giornalismo online, titolava “Web, la fine del tutto gratis”. Il post faceva poi una veloce ricapitolazione di possibili “soluzioni” alla “reale” problematica di fondo (ovvero, come creare un modello giornalistico online economicamente valido), così come proposte da diverse fonti informative.
Mediablog citava, tra gli altri, uno studio americano riportato su Il Corriere Economia, studio che avrebbe evidenziato come la metà dei “navigatori-lettori” sarebbe disposta a pagare un abbonamento mensile ad un quotidiano se il costo fosse modesto (cinque euro circa). Pratellesi ricordava poi l’analisi fatta dallo stesso Gaggi sulla “soluzione-micro pagamenti” lanciata da Rupert Murdoch. Altre proposte si soffermavano sulla necessità di “una maggiore sintonia con i lettori”, mentre il post si chiudeva ricordando l’altalenante percorso compiuto da diversi, importanti, quotidiani tra la formula gratuita e quella a pagamento (delle notizie, s’intende!).
Per quanto mi riguarda, escluso l’item della “maggiore sintonia con i lettori”, che mi pare piuttosto una conditio sine qua non, io ritengo che tutte queste “ possibili, metodologie lavorative” siano in realtà superate e che avranno pure scarse possibilità di successo. Soprattutto, avranno scarse possibilità di successo se si limiteranno a diventare moderna confezione di un prodotto che resterà datato.
Per usare una semplice analogia, sarebbe come pretendere che i ragazzi di oggi mangiassero pavesini a go-go solo perché una determinatissima (a non soccombere) ditta produttrice, pur di salvare il prodotto, dopo settimane di intenso brain-storming del suo miglior management, fosse venuta su con l’idea di stimolare le vendite creando un package avveniristico.
Anche se il package fosse d’oro, infatti, sempre di pavesini si tratterebbe! Dubito molto dunque che, per quanto gloriosa, quella semplice galletta sarebbe in grado di soddisfare (da sola) i palati più “raffinati” della gioventù moderna (non me ne vogliano i produttori!). Senza considerare (e qui mi rifaccio alle perplessità avanzate in precedenza rispetto alla questione Twitter), che il rischio che questa incauta ditta correrebbe sarebbe quello di catalizzare l’attenzione sulle “meraviglie” della confezione e non sul prodotto stesso.
Dio ne scampi! La verità per fortuna recita che un lettore-navigatore può sì sborsare il peculio per pagare un lavoro scritturale ma questo deve valere il suo costo! Per esempio, è vecchissima (rispetto alla storia di Internet) la pratica di far pagare saggi letterari, o anche accurate analisi finanziarie delle tendenze di mercato (questo accadeva al tempo del boom – solo dopo è venuto fuori che era tutta carta straccia comunque, ma queste sono altre storie!). Quale laureando non lo farebbe se avesse la necessità di “rimpolpare” la sua tesi? Quale investitore non lo farebbe se fosse preoccupato per il domani?
Per converso, io non ho mai rinnovato per due mesi di fila un abbonamento online ad un quotidiano, perché alla fine mi veniva a noia: mi veniva a noia la sua struttura obsoleta, mi veniva a noia la mancanza di dinamicità rispetto al mondo vivo (e persino gratuito!) che lo circondava in Rete. Allo stesso modo, mai e poi mai accetterei di versare un micro-pagamento che magari mi si presenta sul conto in compagnia della diletta sorella banking-fee; in simil guisa, e per chiudere il cerchio, mai e poi mai accetterei di finanziare uno pseudo-giornalismo che sia anche soltanto un lontano parente di un social network o di un circolo gossiparo.
A mio modo di vedere dunque (e pur rendendomi conto che il tallone d’Achille di tutto il mio discorso sta nel suo fine ideale!), non si può parlare di nuovi modelli editoriali per il giornalismo del futuro, senza prima affrontare il tema dei suoi contenuti. O senza rispondere a fondamentali domande quali: che cosa vorrà dire essere giornalisti domani? Quali qualità renderanno tale un Premio Pulitzer del futuro che dovrà per forza giostrarsi tra le necessità “spirituali” della sua “arte” e quelle del ritorno economico?
Tutto questo ci riporta, fatalmente, alla importantissima questione dell’intrinseca capacità del professionista che svolgerà quella professione: che lo si voglia oppure no sarà infatti tale elemento il fattore chiave che farà la differenza. E, per certi versi, permetterà pure di vivere senza grosse preoccupazioni editoriali.
Insomma, per dirla seguendo la modalità glamour corrente, sarà proprio quello il fattore chiave che segnerà il confine tra l’essere professionisti-(T) wit-less e l’essere professisti (T) wit-full.(1)
Note:
(1) Lo wit (lo dico ad uso e consumo di quei quattro lettori che hanno avuto il buon senso di restare fedeli alla lingua di Dante) è l’arguzia, il bello spirito. Ma in verità è anche qualcosa di più. E’ di fatto parola quasi impossibile da tradurre in Italiano perché descrive in maniera mirabile la più grande capacità dell’intelletto - non a caso viene citato di frequente il learned-wit di Oscar Wilde.
Rina Brundu
Dublin, 24/06/2009
©All rights reserved
domenica 5 luglio 2009
L'ombra
Tutto sommato va meglio...
Naturalmente non è che i cambiamenti siano sostanziali, ma a volte basta poco per migliorare l'umore.
Strane le giornate che sono e quelle che verranno.
Lui ne ha 100, lui nasce, lei se ne va.
Naturalmente non è che i cambiamenti siano sostanziali, ma a volte basta poco per migliorare l'umore.
Strane le giornate che sono e quelle che verranno.
Lui ne ha 100, lui nasce, lei se ne va.
venerdì 3 luglio 2009
La torre
MT mi ha chiesto della torre.
Mi ha detto che dovrei uscire dalla stessa.
Avrei voluto spiegarle che la "torre" è sì luogo fisico, ma è soprattutto
costruzione mentale. Prigione dell'anima. Cronica prigione dell'anima.
Nel tempo dovrebbe diventare anche osservatorio privilegiato.
Non per ora.
Sarà quando i capelli diventeranno bianchi e quel colore candido illuderà l'occhio che guarda su una qualche possibilità di saggezza acquisita.
Per il momento mi tormenta il dubbio soltanto.
Mi ha detto che dovrei uscire dalla stessa.
Avrei voluto spiegarle che la "torre" è sì luogo fisico, ma è soprattutto
costruzione mentale. Prigione dell'anima. Cronica prigione dell'anima.
Nel tempo dovrebbe diventare anche osservatorio privilegiato.
Non per ora.
Sarà quando i capelli diventeranno bianchi e quel colore candido illuderà l'occhio che guarda su una qualche possibilità di saggezza acquisita.
Per il momento mi tormenta il dubbio soltanto.
L'altra stanza
Di fatto, mi pare proprio un'altra stanza.
Teoricamente dovrebbe permettermi di essere meno "formale"....
Non riesco ad esserlo.
Non ne sono capace.
Peccato!
Aiuterebbe di tanto.
Lasciarmi andare.
Vivo invece di infiniti silenzi.
A volte mi pare di vivere solo dentro tale dimensione e tutto ciò che
esiste intorno a quella, sopra e sotto... è solo conseguenza di cose minime.
Teoricamente dovrebbe permettermi di essere meno "formale"....
Non riesco ad esserlo.
Non ne sono capace.
Peccato!
Aiuterebbe di tanto.
Lasciarmi andare.
Vivo invece di infiniti silenzi.
A volte mi pare di vivere solo dentro tale dimensione e tutto ciò che
esiste intorno a quella, sopra e sotto... è solo conseguenza di cose minime.
sabato 20 giugno 2009
Flo O’Fly: spia o vittima del Sistema?
Che desse fastidio non ci sono dubbi! Che fosse molesta, determinata, ostinata, neppure! Ma, perché farla fuori così? A due giorni dalla tragica morte, non sono in pochi a domandarsi se Flo O’Fly, la cittadina irlandese barbaramente uccisa in quel di Washington Mercoledì 17 Giugno, davanti agli occhi di milioni di spettatori, non sia stata anche una sorta di testimone scomodo.
Cosa aveva visto Flo durante quel suo ultimo volo? Perché l’Amministrazione Obama nega l’innegabile? Ma, soprattutto, che fine ha fatto il cadavere di Flo?
Nel piccolo villaggio di Gort na gCappal (Irlanda occidentale), la famiglia O’Fly non riesce a darsi pace. Padraig O’Fly è il congiunto più anziano. Nelle ultime 48 ore sembra invecchiato di milioni di anni. Quando busso a casa sua mi accoglie comunque con la cortesia tipica degli isolani: Flo avrebbe voluto così!
Non passa troppo tempo però prima che smetta di prestarmi attenzione ed inizi un suo particolare lamento privato, simile al fastidioso ronzìo di un vecchio moscone morente: “Get out of here! Get out of here! – Scacciata come un dittero infame! E poi…. uccisa!” ricorda con orrore mentre tutto il suo corpo freme.
Padraig é affranto dal dolore! Tira in ballo la mafia irlandese, l’IRA, Michael Collins e le troppe storie di emigrazione della sua terra. Storie passate, il cui fantasma tormenta ancora le memorie dei più vecchi. E lui vecchio lo è sicuramente. Ora come non mai!
“Le assicuro che quello di mia nipote era stato solo un viaggio premio – il coronamento di un sogno!” tenta di convincermi più tardi quando, di nuovo calmo, ricorda l’impegno politico di Flo e il suo attivismo pro-Democratico. Benché stanco e provato è sempre questo il messaggio che mi ripete con maggior insistenza anche sull’uscio di casa, prima di salutarmi.
L’imprecazione urlata al Cielo la conserva invece per quando si richiude la porta alle spalle:
“Stupida mosca progressista, almeno Cheney sparava solo alle quaglie!”.
In memoria di Flo O’Fly, (Musca domestica minore, Fannia carnicularis, Fanniidae)
R.I.P. White House, Washington D.C., Giugno 2009
Nota storica: Nostre ricerche hanno dimostrato come la famiglia O'Fly abbia di fatto una chiara origine partenopea.
Tal Gennaro Florienzo O'Flaiatone emigrò da Posillipo in quel di Connemara intorno al 1850 AD e colà si ammogliò ed ebbe famiglia. Invitato a commentare la notizia il sindaco di Napoli si è così espresso "Se pigliano cchiù mmosche cu 'na goccia 'e mele, ca cu 'na vott' acito".
Rina Brundu
Dublin, 19/06/2009
©All rights reserved
Fatto reale di riferimento: Barack Obama, il presidente degli Stati Uniti d’America, il 17 Giugno 2009, uccide con un unico colpo di mano una mosca durante un’intervista alla Cnbc.
Cosa aveva visto Flo durante quel suo ultimo volo? Perché l’Amministrazione Obama nega l’innegabile? Ma, soprattutto, che fine ha fatto il cadavere di Flo?
Nel piccolo villaggio di Gort na gCappal (Irlanda occidentale), la famiglia O’Fly non riesce a darsi pace. Padraig O’Fly è il congiunto più anziano. Nelle ultime 48 ore sembra invecchiato di milioni di anni. Quando busso a casa sua mi accoglie comunque con la cortesia tipica degli isolani: Flo avrebbe voluto così!
Non passa troppo tempo però prima che smetta di prestarmi attenzione ed inizi un suo particolare lamento privato, simile al fastidioso ronzìo di un vecchio moscone morente: “Get out of here! Get out of here! – Scacciata come un dittero infame! E poi…. uccisa!” ricorda con orrore mentre tutto il suo corpo freme.
Padraig é affranto dal dolore! Tira in ballo la mafia irlandese, l’IRA, Michael Collins e le troppe storie di emigrazione della sua terra. Storie passate, il cui fantasma tormenta ancora le memorie dei più vecchi. E lui vecchio lo è sicuramente. Ora come non mai!
“Le assicuro che quello di mia nipote era stato solo un viaggio premio – il coronamento di un sogno!” tenta di convincermi più tardi quando, di nuovo calmo, ricorda l’impegno politico di Flo e il suo attivismo pro-Democratico. Benché stanco e provato è sempre questo il messaggio che mi ripete con maggior insistenza anche sull’uscio di casa, prima di salutarmi.
L’imprecazione urlata al Cielo la conserva invece per quando si richiude la porta alle spalle:
“Stupida mosca progressista, almeno Cheney sparava solo alle quaglie!”.
In memoria di Flo O’Fly, (Musca domestica minore, Fannia carnicularis, Fanniidae)
R.I.P. White House, Washington D.C., Giugno 2009
Nota storica: Nostre ricerche hanno dimostrato come la famiglia O'Fly abbia di fatto una chiara origine partenopea.
Tal Gennaro Florienzo O'Flaiatone emigrò da Posillipo in quel di Connemara intorno al 1850 AD e colà si ammogliò ed ebbe famiglia. Invitato a commentare la notizia il sindaco di Napoli si è così espresso "Se pigliano cchiù mmosche cu 'na goccia 'e mele, ca cu 'na vott' acito".
Rina Brundu
Dublin, 19/06/2009
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Fatto reale di riferimento: Barack Obama, il presidente degli Stati Uniti d’America, il 17 Giugno 2009, uccide con un unico colpo di mano una mosca durante un’intervista alla Cnbc.
domenica 14 giugno 2009
Qualcosa di sinistra
Nel Giugno del 1969, la rivolta antimilitarista delle regioni interne della Sardegna: un ricordo.
Quaranta anni fa, il 18 Giugno del 1969, la popolazione di Orgosolo si mobilitò. Gli Orgolesi decisero di recarsi in massa nei pascoli di Pratobello per protestare contro la realizzazione dell’ennesimo poligono militare in territori da sempre destinati all’agricoltura e alla pastorizia.
La rivolta antimilitarista delle regioni interne della Sardegna fu un altro momento “importante” della Storia dell’isola. Pastori e contadini non furono comunque lasciati soli, come si evince dal testo del telegramma inviato da Emilio Lussu al Presidente della Giunta Regionale Giovanni Del Rio:
“50 anni di vita politica permanentemente legata popolo sardo mi autorizzano rivolgermi a lei -stop- Quanto avviene Pratobello pastorizia et agricoltura Orgosolo est provocazione colonialista -stop- Bisogna riandare periodo fascista per simile arbitrio poliziesco -stop- Poligono tiro bimestrale aut eventuale istituzione poligono permanente est negazione Piano rinascita -stop- Rimborso danni et premio in danaro est offensivo palliativo che non annulla ma aggrava ingiustizia -stop- Chi ha coscienza dei propri diritti non li baratta -stop- Responsabilità non est militare ma politica et in massimo grado maggioranza governativa nazionale -stop- In tempo di guerra prevalgono interessi militari ma in tempo di pace comandano interessi opposti -stop- Perciò mi sento solidale incondizionatamente con pastori et contadini Orgosolo che non hanno capitolato et se fossi in condizioni di salute differenti sarei in mezzo a loro -stop- Allontanamento immediato poligono e militari si impone come misura civile e democratica lavoro e produzione -stop- Questi avvenimenti pongono problema revisione Statuto speciale Regione oggi insufficiente protezione interessi isolani -stop-”.
Quaranta anni dopo, ripensando alla faciloneria con cui è stata archiviata, politicamente e culturalmente, la tragedia avvenuta negli impianti della raffineria Saras a Sarroch (dove tre operai sono morti ed uno è rimasto ferito a causa delle esalazioni tossiche prodotte da un impianto di desolforazione) ma, più in generale, alla faciloneria con cui viene archiviata ogni altra “questione operaia” ancora esistente in Sardegna (e non solo), molte sono le domande che sorgono spontanee.
Come è noto, infatti, altri e ben più “pregnanti” argomenti hanno infiammato la recente dialettica elettorale nazionale. Più che quelle di Lussu, non possono dunque che tornare alla mente le parole di Gramsci quando nel 1921 scriveva “La classe operaia non ha nulla da sperare da questo o da quell'altro ministro; la classe operaia non può fare affidamento che in se stessa. Ogni decreto, ogni disegno di legge non sono che pezzi di carta per i padroni, la cui volontà può trovare un limite solo nella forza medesima degli operai e non mai negli organi dello Stato.”(1).
“Serran buttega artigianos, baristas,
e partin tottus, minores e mannos,
pro che cazzare sos militaristas:
pizzinneddos e bezzos de chent’annos
e zovaneddas de sa prima essida
han’indossadu sos rusticos pannos.
Tottu sa idda in campagna est partída,
in càmiu e in macchina minore.
Sa lotta durat piús d’una chida;
a Pratobello finas su rettore
ch’est arrivadu cun su sagrestanu
pro difende su pradu e su pastore”(2)
Note:
(1)da “Illusioni”, di Antonio Gramsci – L’Ordine Nuovo, 8 Agosto 1921
(2)Estratto da “Sa lotta de Pratobello” di Peppino Marotto
Rina Brundu
Dublin, 14/06/2009
©All rights reserved
web: www.terzapaginaworld.com
Quaranta anni fa, il 18 Giugno del 1969, la popolazione di Orgosolo si mobilitò. Gli Orgolesi decisero di recarsi in massa nei pascoli di Pratobello per protestare contro la realizzazione dell’ennesimo poligono militare in territori da sempre destinati all’agricoltura e alla pastorizia.
La rivolta antimilitarista delle regioni interne della Sardegna fu un altro momento “importante” della Storia dell’isola. Pastori e contadini non furono comunque lasciati soli, come si evince dal testo del telegramma inviato da Emilio Lussu al Presidente della Giunta Regionale Giovanni Del Rio:
“50 anni di vita politica permanentemente legata popolo sardo mi autorizzano rivolgermi a lei -stop- Quanto avviene Pratobello pastorizia et agricoltura Orgosolo est provocazione colonialista -stop- Bisogna riandare periodo fascista per simile arbitrio poliziesco -stop- Poligono tiro bimestrale aut eventuale istituzione poligono permanente est negazione Piano rinascita -stop- Rimborso danni et premio in danaro est offensivo palliativo che non annulla ma aggrava ingiustizia -stop- Chi ha coscienza dei propri diritti non li baratta -stop- Responsabilità non est militare ma politica et in massimo grado maggioranza governativa nazionale -stop- In tempo di guerra prevalgono interessi militari ma in tempo di pace comandano interessi opposti -stop- Perciò mi sento solidale incondizionatamente con pastori et contadini Orgosolo che non hanno capitolato et se fossi in condizioni di salute differenti sarei in mezzo a loro -stop- Allontanamento immediato poligono e militari si impone come misura civile e democratica lavoro e produzione -stop- Questi avvenimenti pongono problema revisione Statuto speciale Regione oggi insufficiente protezione interessi isolani -stop-”.
Quaranta anni dopo, ripensando alla faciloneria con cui è stata archiviata, politicamente e culturalmente, la tragedia avvenuta negli impianti della raffineria Saras a Sarroch (dove tre operai sono morti ed uno è rimasto ferito a causa delle esalazioni tossiche prodotte da un impianto di desolforazione) ma, più in generale, alla faciloneria con cui viene archiviata ogni altra “questione operaia” ancora esistente in Sardegna (e non solo), molte sono le domande che sorgono spontanee.
Come è noto, infatti, altri e ben più “pregnanti” argomenti hanno infiammato la recente dialettica elettorale nazionale. Più che quelle di Lussu, non possono dunque che tornare alla mente le parole di Gramsci quando nel 1921 scriveva “La classe operaia non ha nulla da sperare da questo o da quell'altro ministro; la classe operaia non può fare affidamento che in se stessa. Ogni decreto, ogni disegno di legge non sono che pezzi di carta per i padroni, la cui volontà può trovare un limite solo nella forza medesima degli operai e non mai negli organi dello Stato.”(1).
“Serran buttega artigianos, baristas,
e partin tottus, minores e mannos,
pro che cazzare sos militaristas:
pizzinneddos e bezzos de chent’annos
e zovaneddas de sa prima essida
han’indossadu sos rusticos pannos.
Tottu sa idda in campagna est partída,
in càmiu e in macchina minore.
Sa lotta durat piús d’una chida;
a Pratobello finas su rettore
ch’est arrivadu cun su sagrestanu
pro difende su pradu e su pastore”(2)
Note:
(1)da “Illusioni”, di Antonio Gramsci – L’Ordine Nuovo, 8 Agosto 1921
(2)Estratto da “Sa lotta de Pratobello” di Peppino Marotto
Rina Brundu
Dublin, 14/06/2009
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Giornalismo online: quale potere?
Considerazioni e riflessioni sul rapporto tra il giornalismo online ed il cosiddetto Quarto Potere.
Un altro aspetto che, secondo me, vale la pena investigare, rispetto alle cose del giornalismo online, è la sua possibile, futura forza. La sua effettiva autorevolezza, così come la sua vera capacità di influenzare il pubblico di lettori e quindi la società dentro cui si adopererà.
Insomma: avrà ancora senso parlare di Quarto Potere? Ritengo di sì, con la differenza che la Rete, per forza delle sue peculiarità, permetterà ad un dato tipo di giornalismo (quello serio), di mettere in piedi meccanismi auto-controllanti delle sue stesse “possibilità di deriva”. Meccanismi che potranno sicuramente di più delle pur encomiabili, ma – ahimé – facilmente aggirabili, regole comportamentali dettate dai vari codici di condotta, o dalla deontologia professionale.
Vediamo nel dettaglio. In una moderna democrazia, un giornale tradizionale può acquistare “autorevolezza”, e quindi un dato “potere”, in due modi principali: diventando “credibile” agli occhi di una ristretta elite (intellettuale, religiosa, politica, etc), oppure diventando “popolare” presso un vasto pubblico di lettori di ogni condizione e background socio-culturale. Qualità e quantità sono dunque i due fattori che generano l’autorità di una simile pubblicazione e dunque il “potere” di cui si è già detto.
La generano ma non la controllano. Di fatto, il giornale di “qualità” non è immune da una possibile deriva come, per esempio, quella di diventare mezzo per raggiungere i fini di un qualunque partito (in senso lato). Qualora questo accadesse, quel giornale diventerebbe doppiamente censurabile, professionalmente e moralmente, perché oltre ad imbrogliare la Verità, imbroglierebbe la Ragione. Non vi è nulla di più imperdonabile, a mio modo di vedere, del sottomettere l’intelletto, con le sue infinite possibilità, alle necessità dei nostri istinti peggiori e dei nostri vizi inconfessabili!
Laddove riuscisse nei suoi intenti populistici, anche un giornale nazional-popolare, in virtù della sua distribuzione (ovvero, dell’effetto quantità), può acquisire una sua “forza”. Tale forza, dentro le molteplici e complesse dinamiche di quella stessa democrazia moderna di cui si parlava, potrebbe incidere in maniera visibile ed importante sulla vita socio-politica, ma anche culturale, del Paese interessato.
Conseguenza delle cose è che anche un eccellente giornalismo, specialmente quando animato dalle migliori intenzioni, può diventare “strumento di lotta” nelle mani di un qualsiasi “altro” potere di riferimento. Questo accade persino in virtù di un effetto di “quantità minima”, perché minimo è di solito il numero di testate tradizionali “autorevoli” (soprattutto, a causa del gravoso impegno economico che una simile impresa editoriale può comportare).
Il giornalismo tradizionale corre dunque, facilmente, il rischio di diventare autoreferenziale e fondamentalmente inattaccabile. Inattaccabile perché, diversamente da ciò che accade con gli altri poteri che vivono dentro uno stato democratico, il “quarto potere” non ha alcun reale organo esterno di controllo del suo operato.
Naturalmente, mi rendo conto che si potrebbe facilmente obiettare: “Mai sentito parlare di libertà di stampa?”. Non escludo neppure che qualcuno possa vedere in questo stesso articolo un attentato alla stessa. Tendenzialmente però mi sentirei in diritto di ignorare una simile provocazione. Per varie ragioni. Primariamente, perché sarebbe il risultato di una analisi superficiale, in secondo luogo perché non si possono investigare le cause prime di alcunché se non si è disposti a mettere in dubbio qualsiasi credo acquisito e, infine, perché l’identificazione di questo specialissimo “flaw” è fondamentale per il discorso che segue.
Mi chiedo, infatti, in che modo cambierebbero le “vecchie”, perniciose, dinamiche appena esposte, nel caso del giornalismo online? Come anticipato nell’incipit, secondo me cambierebbero in modo positivo. Per esempio, è solo di una settimana fa, la notizia di un Premio Pulitzer americano scoperta a “copiare” da un blog. Per quanto mi riguarda, questa comunicazione non è tanto rilevante perché un altro “colpevole” è stato infine smascherato e messo alla berlina, quanto piuttosto per il modus e l’ambiente digitale che fa da sfondo alla notizia.
Quanti saranno stati, in passato, i casi di “plagio giornalistico”? Forse milioni. Per ovvie ragioni, sono rimasti “impuniti”. Impossibile, impedire al “giornalista” che legge un taccuino di appunti in Bangladesh, di pubblicare lo stesso articolo su un giornale provinciale messicano! Impossibile, soprattutto, se non si va in Messico!
Di sicuro, questo limite “fisico” non riguarda le enormi potenzialità dell’algoritmo (democratico, o no, questa è altra questione!), usato da Google, che sarebbe potenzialmente in grado di scovare il “colpevole” di un simile furto online in pochissimi secondi! E quindi di rendere dovuta giustizia all’autore imbrogliato!
Non è cosa da poco! Si tratta, in verità, di una straordinaria rivoluzione! Sociale e culturale! Ma si tratta anche di rivoluzione rispetto alle obsolete dinamiche giornalistiche tradizionali di cui si è parlato all’inizio di questo pezzo. Il “gist” della questione, se consideriamo che il Premio Pulitzer è stato “scoperto” e “denunciato” da un altro blog, è che il giornalismo online ha tutte le carte in regola per auto-gestirsi e per auto-controllarsi, impedendo, di suo, ogni possibile deriva perniciosa e dunque provvedendo ulteriori garanzie al sacrosanto concetto della “libertà di stampa”.
Per chiudere il cerchio, questo avviene anche in virtù di un “effetto di quantità massimo”, dato il numero sicuramente grande di giornali online che potrebbero esistere. Un numero così “grande” da escludere a priori qualsiasi possibilità di riuscire presentare una “realtà” (politica, sociale, etc) diversa da quella che è, senza il rischio di essere scoperti e messi in ridicolo.
Le conseguenze di un simile “status privilegiato” sono enormi. La prima, per esempio, è che per diventare testata “di qualità”, ovvero testata credibile, un giornale online non dovrà contare solamente sul sostegno di una piccola elite di riferimento, per quanto potente, ma dovrà mostrarsi affidabile nei fatti. No way out!
Anche il numero di click ricevuti (vedi il fattore tradizionale “quantità”) non basterà a dargli autorità laddove si rivelasse solamente sito-acchiappa-click portavoce di falsi scoop! Al massimo, si trasformerebbe in agorà dedicata al gossip ben lontana dall’orizzonte d’attesa del lettore capace e informato che cerca un punto di riferimento digitale e informativo attendibile.
La Rete determinerà dunque la fine del Quarto Potere? No. La Rete semplicemente diluirà la sua capacità di diventare “arma intimidatoria” ma, ad un tempo, premierà il suo diritto di raccontare la verità. Magari una delle verità possibili, ma senz’altro una verità difficilmente scardinabile, proprio perché già passata attraverso le forche caudine rappresentate da un pubblico di lettori eterogeneo, potenzialmente illimitato e prodigiosamente capace.
Ripeto, con le illazioni, le deduzioni, le speculazioni, le considerazione, le contemplazioni, le meditazioni, le riflessioni, le investigazioni e i falsi scoop che, negli ultimi tempi, hanno preso il posto delle più tradizionali, verificate notizie sulle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani… non è cosa da poco!
Rina Brundu
Dublin, 22/05/2009
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Un altro aspetto che, secondo me, vale la pena investigare, rispetto alle cose del giornalismo online, è la sua possibile, futura forza. La sua effettiva autorevolezza, così come la sua vera capacità di influenzare il pubblico di lettori e quindi la società dentro cui si adopererà.
Insomma: avrà ancora senso parlare di Quarto Potere? Ritengo di sì, con la differenza che la Rete, per forza delle sue peculiarità, permetterà ad un dato tipo di giornalismo (quello serio), di mettere in piedi meccanismi auto-controllanti delle sue stesse “possibilità di deriva”. Meccanismi che potranno sicuramente di più delle pur encomiabili, ma – ahimé – facilmente aggirabili, regole comportamentali dettate dai vari codici di condotta, o dalla deontologia professionale.
Vediamo nel dettaglio. In una moderna democrazia, un giornale tradizionale può acquistare “autorevolezza”, e quindi un dato “potere”, in due modi principali: diventando “credibile” agli occhi di una ristretta elite (intellettuale, religiosa, politica, etc), oppure diventando “popolare” presso un vasto pubblico di lettori di ogni condizione e background socio-culturale. Qualità e quantità sono dunque i due fattori che generano l’autorità di una simile pubblicazione e dunque il “potere” di cui si è già detto.
La generano ma non la controllano. Di fatto, il giornale di “qualità” non è immune da una possibile deriva come, per esempio, quella di diventare mezzo per raggiungere i fini di un qualunque partito (in senso lato). Qualora questo accadesse, quel giornale diventerebbe doppiamente censurabile, professionalmente e moralmente, perché oltre ad imbrogliare la Verità, imbroglierebbe la Ragione. Non vi è nulla di più imperdonabile, a mio modo di vedere, del sottomettere l’intelletto, con le sue infinite possibilità, alle necessità dei nostri istinti peggiori e dei nostri vizi inconfessabili!
Laddove riuscisse nei suoi intenti populistici, anche un giornale nazional-popolare, in virtù della sua distribuzione (ovvero, dell’effetto quantità), può acquisire una sua “forza”. Tale forza, dentro le molteplici e complesse dinamiche di quella stessa democrazia moderna di cui si parlava, potrebbe incidere in maniera visibile ed importante sulla vita socio-politica, ma anche culturale, del Paese interessato.
Conseguenza delle cose è che anche un eccellente giornalismo, specialmente quando animato dalle migliori intenzioni, può diventare “strumento di lotta” nelle mani di un qualsiasi “altro” potere di riferimento. Questo accade persino in virtù di un effetto di “quantità minima”, perché minimo è di solito il numero di testate tradizionali “autorevoli” (soprattutto, a causa del gravoso impegno economico che una simile impresa editoriale può comportare).
Il giornalismo tradizionale corre dunque, facilmente, il rischio di diventare autoreferenziale e fondamentalmente inattaccabile. Inattaccabile perché, diversamente da ciò che accade con gli altri poteri che vivono dentro uno stato democratico, il “quarto potere” non ha alcun reale organo esterno di controllo del suo operato.
Naturalmente, mi rendo conto che si potrebbe facilmente obiettare: “Mai sentito parlare di libertà di stampa?”. Non escludo neppure che qualcuno possa vedere in questo stesso articolo un attentato alla stessa. Tendenzialmente però mi sentirei in diritto di ignorare una simile provocazione. Per varie ragioni. Primariamente, perché sarebbe il risultato di una analisi superficiale, in secondo luogo perché non si possono investigare le cause prime di alcunché se non si è disposti a mettere in dubbio qualsiasi credo acquisito e, infine, perché l’identificazione di questo specialissimo “flaw” è fondamentale per il discorso che segue.
Mi chiedo, infatti, in che modo cambierebbero le “vecchie”, perniciose, dinamiche appena esposte, nel caso del giornalismo online? Come anticipato nell’incipit, secondo me cambierebbero in modo positivo. Per esempio, è solo di una settimana fa, la notizia di un Premio Pulitzer americano scoperta a “copiare” da un blog. Per quanto mi riguarda, questa comunicazione non è tanto rilevante perché un altro “colpevole” è stato infine smascherato e messo alla berlina, quanto piuttosto per il modus e l’ambiente digitale che fa da sfondo alla notizia.
Quanti saranno stati, in passato, i casi di “plagio giornalistico”? Forse milioni. Per ovvie ragioni, sono rimasti “impuniti”. Impossibile, impedire al “giornalista” che legge un taccuino di appunti in Bangladesh, di pubblicare lo stesso articolo su un giornale provinciale messicano! Impossibile, soprattutto, se non si va in Messico!
Di sicuro, questo limite “fisico” non riguarda le enormi potenzialità dell’algoritmo (democratico, o no, questa è altra questione!), usato da Google, che sarebbe potenzialmente in grado di scovare il “colpevole” di un simile furto online in pochissimi secondi! E quindi di rendere dovuta giustizia all’autore imbrogliato!
Non è cosa da poco! Si tratta, in verità, di una straordinaria rivoluzione! Sociale e culturale! Ma si tratta anche di rivoluzione rispetto alle obsolete dinamiche giornalistiche tradizionali di cui si è parlato all’inizio di questo pezzo. Il “gist” della questione, se consideriamo che il Premio Pulitzer è stato “scoperto” e “denunciato” da un altro blog, è che il giornalismo online ha tutte le carte in regola per auto-gestirsi e per auto-controllarsi, impedendo, di suo, ogni possibile deriva perniciosa e dunque provvedendo ulteriori garanzie al sacrosanto concetto della “libertà di stampa”.
Per chiudere il cerchio, questo avviene anche in virtù di un “effetto di quantità massimo”, dato il numero sicuramente grande di giornali online che potrebbero esistere. Un numero così “grande” da escludere a priori qualsiasi possibilità di riuscire presentare una “realtà” (politica, sociale, etc) diversa da quella che è, senza il rischio di essere scoperti e messi in ridicolo.
Le conseguenze di un simile “status privilegiato” sono enormi. La prima, per esempio, è che per diventare testata “di qualità”, ovvero testata credibile, un giornale online non dovrà contare solamente sul sostegno di una piccola elite di riferimento, per quanto potente, ma dovrà mostrarsi affidabile nei fatti. No way out!
Anche il numero di click ricevuti (vedi il fattore tradizionale “quantità”) non basterà a dargli autorità laddove si rivelasse solamente sito-acchiappa-click portavoce di falsi scoop! Al massimo, si trasformerebbe in agorà dedicata al gossip ben lontana dall’orizzonte d’attesa del lettore capace e informato che cerca un punto di riferimento digitale e informativo attendibile.
La Rete determinerà dunque la fine del Quarto Potere? No. La Rete semplicemente diluirà la sua capacità di diventare “arma intimidatoria” ma, ad un tempo, premierà il suo diritto di raccontare la verità. Magari una delle verità possibili, ma senz’altro una verità difficilmente scardinabile, proprio perché già passata attraverso le forche caudine rappresentate da un pubblico di lettori eterogeneo, potenzialmente illimitato e prodigiosamente capace.
Ripeto, con le illazioni, le deduzioni, le speculazioni, le considerazione, le contemplazioni, le meditazioni, le riflessioni, le investigazioni e i falsi scoop che, negli ultimi tempi, hanno preso il posto delle più tradizionali, verificate notizie sulle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani… non è cosa da poco!
Rina Brundu
Dublin, 22/05/2009
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Giornalismo. Niente più alibi in rete
Considerazioni e riflessioni sul giornalismo online
In una recente intervista al magazine del Corriere della Sera, Arianna Huffington (1), guru del giornalismo web, ha dichiarato che, nonostante le preoccupanti avvisaglie, i giornali tradizionali spariranno solo quando sarà scomparsa anche l’ultima generazione che è nata con loro.
Concordo con questa affermazione. L’abitudine è elemento che legittima le nostre preferenze e dunque i nostri modelli di riferimento. Le nostre fonti conoscitive. Anche giornalistiche. Aggiungo inoltre che, attualmente, la possibilità di effettuare un salto di qualità più veloce nella modalità di ricezione della notizia, è frenata, per un vasto pubblico, dalla difficoltà di padroneggiare, con una data facilità, il mezzo tecnico che propone la nuova prassi informativa, ovvero il computer.
Per quanto mi riguarda, ritengo che il passaggio dal giornalismo tradizionale ad un giornalismo digitale non sia solo cosa buona, ma che sia pure la sola opportunità di sopravvivenza di questa professione. Soprattutto, credo che tale rivoluzione rappresenti l’occasione storica per fare piazza pulita delle molte “incomprensioni” recenti, in virtù delle quali, la bellissima possibilità che ha l’anima di rendere un servizio al prossimo attraverso la scrittura (perché alla fine della fiera questo dovrebbe essere il vero giornalismo), viene scambiata per una imperdibile occasione di carriera glamour.
Non nego che il giornalismo online abbia tanto su cui lavorare. Tra i tanti difetti che si possono citare, vi è quello del dover ancora trovare la maniera migliore per conciliare le ragioni editoriali (in senso lato, sia a livello di vero e proprio editing che a livello di controllo delle fonti) con quelle della rapidità informativa.
Ancora, deve tirare una linea credibile tra il giornalismo tout court ed il gossip. Infine, deve risolvere il ben noto problema della definizione di un modello lavorativo che permetta al giornalista web di vivere della sua professione, esattamente come accade per il professionista tradizionale. Tuttavia, se guardiamo, per esempio, agli introiti della stessa Huffington non credo proprio che questo possa essere un elemento frenante di questa strabiliante possibilità moderna.
Di fatto, la Rete permette al giornalista di farsi conoscere “urbi et orbi”, mentre ad un tempo garantisce al lettore la possibilità di “scegliere” il professionista di riferimento. Gli permette di creare con lui un rapporto di fiducia unico nel suo genere. E non è poco.
Mi spiego meglio. Il giornalismo tradizionale ha prodotto una lunga lista di valenti professionisti che per anni hanno contribuito, non solo alla diffusione delle notizie che hanno fatto la nostra Storia, ma anche a spiegarle. Sono stati agenti indispensabili per una miglior comprensione del mondo che ci circonda. Resta però il fatto che, bravi o meno bravi, tutti questi professionisti sono stati professionisti “imposti” dall’editore o, alla meno peggio, dal direttore di testata.
Per quanto poco esposta a queste dinamiche, dubito infatti che una perfetta “libertà di stampa” possa realizzarsi all’interno di un giornale tradizionale. Per ovvie ragioni. La maggior parte pure giuste. Il mio pensiero va però a quei tanti professionisti che avrebbero potuto essere tali, ma che non sono riusciti a realizzare il sogno di una vita, in virtù di un diktat esterno. Un diktat magari dettato da ragioni assolutamente estranee alle “possibilità giornalistiche” del soggetto considerato.
La Rete offre dunque una straordinaria possibilità storica di liberazione da simili dinamiche obsolete. In altre parole, la Rete permette una scrematura professionistica naturale in virtù della quale solo il giornalista davvero bravo potrà essere considerato tale da un lettore sicuramente più informato e capace.
Consequentia rerum è che, in quella favolosa futura età dell’oro, non avrà senso parlare di giornalisti professionisti o pubblicisti, non avrà senso parlare di revisionismo, di censura informativa e via discorrendo. Ad un tempo, non avranno ragion d’essere i tanti, desolanti capri espiatori portati a difesa degli scarsi risultati da individui assolutamente incapaci di fare onore a questa professione, o da individui accreditati del titolo di giornalista in virtù di un semplice esamino sostenuto decadi prima.
Ripeto, per quanto mi riguarda, il passaggio dal giornalismo su carta stampata al giornalismo digitale è senz’altro cosa buona e giusta. La base fondante di questa rivoluzione possibile, dovrebbe essere una piattaforma operativa universalmente riconosciuta e tesa a rivalutare soprattutto gli aspetti etici della professione, nonché a metterne bene in chiaro le regole del gioco.
Nella speranza che non sia già troppo tardi per ricordarle tutte, s’intende!
Note:
1) Fondatrice del The Huffington Post (www.huffingtonpost.com), uno dei giornali online più letti; nel 2006 è stata inserita da Time Magazine nella lista dei 100 personaggi più influenti al mondo.
Rina Brundu
Dublin, 02/05/2009
©All rights reserved
In una recente intervista al magazine del Corriere della Sera, Arianna Huffington (1), guru del giornalismo web, ha dichiarato che, nonostante le preoccupanti avvisaglie, i giornali tradizionali spariranno solo quando sarà scomparsa anche l’ultima generazione che è nata con loro.
Concordo con questa affermazione. L’abitudine è elemento che legittima le nostre preferenze e dunque i nostri modelli di riferimento. Le nostre fonti conoscitive. Anche giornalistiche. Aggiungo inoltre che, attualmente, la possibilità di effettuare un salto di qualità più veloce nella modalità di ricezione della notizia, è frenata, per un vasto pubblico, dalla difficoltà di padroneggiare, con una data facilità, il mezzo tecnico che propone la nuova prassi informativa, ovvero il computer.
Per quanto mi riguarda, ritengo che il passaggio dal giornalismo tradizionale ad un giornalismo digitale non sia solo cosa buona, ma che sia pure la sola opportunità di sopravvivenza di questa professione. Soprattutto, credo che tale rivoluzione rappresenti l’occasione storica per fare piazza pulita delle molte “incomprensioni” recenti, in virtù delle quali, la bellissima possibilità che ha l’anima di rendere un servizio al prossimo attraverso la scrittura (perché alla fine della fiera questo dovrebbe essere il vero giornalismo), viene scambiata per una imperdibile occasione di carriera glamour.
Non nego che il giornalismo online abbia tanto su cui lavorare. Tra i tanti difetti che si possono citare, vi è quello del dover ancora trovare la maniera migliore per conciliare le ragioni editoriali (in senso lato, sia a livello di vero e proprio editing che a livello di controllo delle fonti) con quelle della rapidità informativa.
Ancora, deve tirare una linea credibile tra il giornalismo tout court ed il gossip. Infine, deve risolvere il ben noto problema della definizione di un modello lavorativo che permetta al giornalista web di vivere della sua professione, esattamente come accade per il professionista tradizionale. Tuttavia, se guardiamo, per esempio, agli introiti della stessa Huffington non credo proprio che questo possa essere un elemento frenante di questa strabiliante possibilità moderna.
Di fatto, la Rete permette al giornalista di farsi conoscere “urbi et orbi”, mentre ad un tempo garantisce al lettore la possibilità di “scegliere” il professionista di riferimento. Gli permette di creare con lui un rapporto di fiducia unico nel suo genere. E non è poco.
Mi spiego meglio. Il giornalismo tradizionale ha prodotto una lunga lista di valenti professionisti che per anni hanno contribuito, non solo alla diffusione delle notizie che hanno fatto la nostra Storia, ma anche a spiegarle. Sono stati agenti indispensabili per una miglior comprensione del mondo che ci circonda. Resta però il fatto che, bravi o meno bravi, tutti questi professionisti sono stati professionisti “imposti” dall’editore o, alla meno peggio, dal direttore di testata.
Per quanto poco esposta a queste dinamiche, dubito infatti che una perfetta “libertà di stampa” possa realizzarsi all’interno di un giornale tradizionale. Per ovvie ragioni. La maggior parte pure giuste. Il mio pensiero va però a quei tanti professionisti che avrebbero potuto essere tali, ma che non sono riusciti a realizzare il sogno di una vita, in virtù di un diktat esterno. Un diktat magari dettato da ragioni assolutamente estranee alle “possibilità giornalistiche” del soggetto considerato.
La Rete offre dunque una straordinaria possibilità storica di liberazione da simili dinamiche obsolete. In altre parole, la Rete permette una scrematura professionistica naturale in virtù della quale solo il giornalista davvero bravo potrà essere considerato tale da un lettore sicuramente più informato e capace.
Consequentia rerum è che, in quella favolosa futura età dell’oro, non avrà senso parlare di giornalisti professionisti o pubblicisti, non avrà senso parlare di revisionismo, di censura informativa e via discorrendo. Ad un tempo, non avranno ragion d’essere i tanti, desolanti capri espiatori portati a difesa degli scarsi risultati da individui assolutamente incapaci di fare onore a questa professione, o da individui accreditati del titolo di giornalista in virtù di un semplice esamino sostenuto decadi prima.
Ripeto, per quanto mi riguarda, il passaggio dal giornalismo su carta stampata al giornalismo digitale è senz’altro cosa buona e giusta. La base fondante di questa rivoluzione possibile, dovrebbe essere una piattaforma operativa universalmente riconosciuta e tesa a rivalutare soprattutto gli aspetti etici della professione, nonché a metterne bene in chiaro le regole del gioco.
Nella speranza che non sia già troppo tardi per ricordarle tutte, s’intende!
Note:
1) Fondatrice del The Huffington Post (www.huffingtonpost.com), uno dei giornali online più letti; nel 2006 è stata inserita da Time Magazine nella lista dei 100 personaggi più influenti al mondo.
Rina Brundu
Dublin, 02/05/2009
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Ho deciso di riprovarci....
Pubblicherò alcuni dei miei articoli qui....
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