Considerazioni e riflessioni sul rapporto tra il giornalismo online ed il cosiddetto Quarto Potere.
Un altro aspetto che, secondo me, vale la pena investigare, rispetto alle cose del giornalismo online, è la sua possibile, futura forza. La sua effettiva autorevolezza, così come la sua vera capacità di influenzare il pubblico di lettori e quindi la società dentro cui si adopererà.
Insomma: avrà ancora senso parlare di Quarto Potere? Ritengo di sì, con la differenza che la Rete, per forza delle sue peculiarità, permetterà ad un dato tipo di giornalismo (quello serio), di mettere in piedi meccanismi auto-controllanti delle sue stesse “possibilità di deriva”. Meccanismi che potranno sicuramente di più delle pur encomiabili, ma – ahimé – facilmente aggirabili, regole comportamentali dettate dai vari codici di condotta, o dalla deontologia professionale.
Vediamo nel dettaglio. In una moderna democrazia, un giornale tradizionale può acquistare “autorevolezza”, e quindi un dato “potere”, in due modi principali: diventando “credibile” agli occhi di una ristretta elite (intellettuale, religiosa, politica, etc), oppure diventando “popolare” presso un vasto pubblico di lettori di ogni condizione e background socio-culturale. Qualità e quantità sono dunque i due fattori che generano l’autorità di una simile pubblicazione e dunque il “potere” di cui si è già detto.
La generano ma non la controllano. Di fatto, il giornale di “qualità” non è immune da una possibile deriva come, per esempio, quella di diventare mezzo per raggiungere i fini di un qualunque partito (in senso lato). Qualora questo accadesse, quel giornale diventerebbe doppiamente censurabile, professionalmente e moralmente, perché oltre ad imbrogliare la Verità, imbroglierebbe la Ragione. Non vi è nulla di più imperdonabile, a mio modo di vedere, del sottomettere l’intelletto, con le sue infinite possibilità, alle necessità dei nostri istinti peggiori e dei nostri vizi inconfessabili!
Laddove riuscisse nei suoi intenti populistici, anche un giornale nazional-popolare, in virtù della sua distribuzione (ovvero, dell’effetto quantità), può acquisire una sua “forza”. Tale forza, dentro le molteplici e complesse dinamiche di quella stessa democrazia moderna di cui si parlava, potrebbe incidere in maniera visibile ed importante sulla vita socio-politica, ma anche culturale, del Paese interessato.
Conseguenza delle cose è che anche un eccellente giornalismo, specialmente quando animato dalle migliori intenzioni, può diventare “strumento di lotta” nelle mani di un qualsiasi “altro” potere di riferimento. Questo accade persino in virtù di un effetto di “quantità minima”, perché minimo è di solito il numero di testate tradizionali “autorevoli” (soprattutto, a causa del gravoso impegno economico che una simile impresa editoriale può comportare).
Il giornalismo tradizionale corre dunque, facilmente, il rischio di diventare autoreferenziale e fondamentalmente inattaccabile. Inattaccabile perché, diversamente da ciò che accade con gli altri poteri che vivono dentro uno stato democratico, il “quarto potere” non ha alcun reale organo esterno di controllo del suo operato.
Naturalmente, mi rendo conto che si potrebbe facilmente obiettare: “Mai sentito parlare di libertà di stampa?”. Non escludo neppure che qualcuno possa vedere in questo stesso articolo un attentato alla stessa. Tendenzialmente però mi sentirei in diritto di ignorare una simile provocazione. Per varie ragioni. Primariamente, perché sarebbe il risultato di una analisi superficiale, in secondo luogo perché non si possono investigare le cause prime di alcunché se non si è disposti a mettere in dubbio qualsiasi credo acquisito e, infine, perché l’identificazione di questo specialissimo “flaw” è fondamentale per il discorso che segue.
Mi chiedo, infatti, in che modo cambierebbero le “vecchie”, perniciose, dinamiche appena esposte, nel caso del giornalismo online? Come anticipato nell’incipit, secondo me cambierebbero in modo positivo. Per esempio, è solo di una settimana fa, la notizia di un Premio Pulitzer americano scoperta a “copiare” da un blog. Per quanto mi riguarda, questa comunicazione non è tanto rilevante perché un altro “colpevole” è stato infine smascherato e messo alla berlina, quanto piuttosto per il modus e l’ambiente digitale che fa da sfondo alla notizia.
Quanti saranno stati, in passato, i casi di “plagio giornalistico”? Forse milioni. Per ovvie ragioni, sono rimasti “impuniti”. Impossibile, impedire al “giornalista” che legge un taccuino di appunti in Bangladesh, di pubblicare lo stesso articolo su un giornale provinciale messicano! Impossibile, soprattutto, se non si va in Messico!
Di sicuro, questo limite “fisico” non riguarda le enormi potenzialità dell’algoritmo (democratico, o no, questa è altra questione!), usato da Google, che sarebbe potenzialmente in grado di scovare il “colpevole” di un simile furto online in pochissimi secondi! E quindi di rendere dovuta giustizia all’autore imbrogliato!
Non è cosa da poco! Si tratta, in verità, di una straordinaria rivoluzione! Sociale e culturale! Ma si tratta anche di rivoluzione rispetto alle obsolete dinamiche giornalistiche tradizionali di cui si è parlato all’inizio di questo pezzo. Il “gist” della questione, se consideriamo che il Premio Pulitzer è stato “scoperto” e “denunciato” da un altro blog, è che il giornalismo online ha tutte le carte in regola per auto-gestirsi e per auto-controllarsi, impedendo, di suo, ogni possibile deriva perniciosa e dunque provvedendo ulteriori garanzie al sacrosanto concetto della “libertà di stampa”.
Per chiudere il cerchio, questo avviene anche in virtù di un “effetto di quantità massimo”, dato il numero sicuramente grande di giornali online che potrebbero esistere. Un numero così “grande” da escludere a priori qualsiasi possibilità di riuscire presentare una “realtà” (politica, sociale, etc) diversa da quella che è, senza il rischio di essere scoperti e messi in ridicolo.
Le conseguenze di un simile “status privilegiato” sono enormi. La prima, per esempio, è che per diventare testata “di qualità”, ovvero testata credibile, un giornale online non dovrà contare solamente sul sostegno di una piccola elite di riferimento, per quanto potente, ma dovrà mostrarsi affidabile nei fatti. No way out!
Anche il numero di click ricevuti (vedi il fattore tradizionale “quantità”) non basterà a dargli autorità laddove si rivelasse solamente sito-acchiappa-click portavoce di falsi scoop! Al massimo, si trasformerebbe in agorà dedicata al gossip ben lontana dall’orizzonte d’attesa del lettore capace e informato che cerca un punto di riferimento digitale e informativo attendibile.
La Rete determinerà dunque la fine del Quarto Potere? No. La Rete semplicemente diluirà la sua capacità di diventare “arma intimidatoria” ma, ad un tempo, premierà il suo diritto di raccontare la verità. Magari una delle verità possibili, ma senz’altro una verità difficilmente scardinabile, proprio perché già passata attraverso le forche caudine rappresentate da un pubblico di lettori eterogeneo, potenzialmente illimitato e prodigiosamente capace.
Ripeto, con le illazioni, le deduzioni, le speculazioni, le considerazione, le contemplazioni, le meditazioni, le riflessioni, le investigazioni e i falsi scoop che, negli ultimi tempi, hanno preso il posto delle più tradizionali, verificate notizie sulle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani… non è cosa da poco!
Rina Brundu
Dublin, 22/05/2009
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