Sul pericolo rappresentato dalle rivoluzioni editoriali moderne
C’è qualcosa che non mi torna leggendo il pur ottimo articolo di Massimo Gaggi “La rivoluzione di Twitter manda in affanno i media” (Corriere della Sera del 24 Giugno 2009).
Concordo, per esempio, quando nel catenaccio scrive “Le reti sociali impongono una ridefinizione del giornalismo”, concordo (a fatica, ma concordo) quando mi fa indirettamente notare che si può fare “giornalismo” anche semplicemente riuscendo a trafugare una “fotografia vietata” da un Paese governato da un regime dispotico (vedi i ragazzi iraniani che grazie a Twitter trasmettono “brevi messaggi e immagini della sommossa e della repressione”).
Concordo pienamente quando sostiene che nel prossimo futuro “fare giornalismo diventa (anche) saper dominare le nuove tecnologie, aggirare i muri della censura, ma anche filtrare fonti la cui attendibilità è tutta da dimostrare..”. Ma questo è quanto. Ciò che non mi torna invece è l’impressione, che ricavo dalla lettura, di un eccessivo entusiasmo rispetto a quello che, alla fin fine, resta sempre un social-network tout court. Nulla più, nulla meno.
Associare “troppo” le cose del giornalismo (almeno di quello con la G maiuscola) agli exploit dell’ultima modalità comunicativa digitale (per quanto glamour e per quanto powerful) può essere pericoloso. Nonché controproducente. Sarebbe un po’ come se, nel microcosmo X, si ponessero sullo stesso piano gli informati e tempestivi pettegolezzi della Perpetua di paese, con i tentativi della “mente razionante locale” di verificare, approfondire, ma anche spiegare quelle stesse “notiziole” (e perché no? persino di determinarle – vedi per associazione il giornalismo d’inchiesta), allo scopo di meglio comprendere le soffocanti dinamiche dentro cui le stesse si producono.
Sarà perché parlare delle prospettive future (o della mancanza delle stesse) del giornalismo è diventato di moda! Giorni fa nel suo interessante Mediablog, Marco Pratellesi, discutendo di giornalismo online, titolava “Web, la fine del tutto gratis”. Il post faceva poi una veloce ricapitolazione di possibili “soluzioni” alla “reale” problematica di fondo (ovvero, come creare un modello giornalistico online economicamente valido), così come proposte da diverse fonti informative.
Mediablog citava, tra gli altri, uno studio americano riportato su Il Corriere Economia, studio che avrebbe evidenziato come la metà dei “navigatori-lettori” sarebbe disposta a pagare un abbonamento mensile ad un quotidiano se il costo fosse modesto (cinque euro circa). Pratellesi ricordava poi l’analisi fatta dallo stesso Gaggi sulla “soluzione-micro pagamenti” lanciata da Rupert Murdoch. Altre proposte si soffermavano sulla necessità di “una maggiore sintonia con i lettori”, mentre il post si chiudeva ricordando l’altalenante percorso compiuto da diversi, importanti, quotidiani tra la formula gratuita e quella a pagamento (delle notizie, s’intende!).
Per quanto mi riguarda, escluso l’item della “maggiore sintonia con i lettori”, che mi pare piuttosto una conditio sine qua non, io ritengo che tutte queste “ possibili, metodologie lavorative” siano in realtà superate e che avranno pure scarse possibilità di successo. Soprattutto, avranno scarse possibilità di successo se si limiteranno a diventare moderna confezione di un prodotto che resterà datato.
Per usare una semplice analogia, sarebbe come pretendere che i ragazzi di oggi mangiassero pavesini a go-go solo perché una determinatissima (a non soccombere) ditta produttrice, pur di salvare il prodotto, dopo settimane di intenso brain-storming del suo miglior management, fosse venuta su con l’idea di stimolare le vendite creando un package avveniristico.
Anche se il package fosse d’oro, infatti, sempre di pavesini si tratterebbe! Dubito molto dunque che, per quanto gloriosa, quella semplice galletta sarebbe in grado di soddisfare (da sola) i palati più “raffinati” della gioventù moderna (non me ne vogliano i produttori!). Senza considerare (e qui mi rifaccio alle perplessità avanzate in precedenza rispetto alla questione Twitter), che il rischio che questa incauta ditta correrebbe sarebbe quello di catalizzare l’attenzione sulle “meraviglie” della confezione e non sul prodotto stesso.
Dio ne scampi! La verità per fortuna recita che un lettore-navigatore può sì sborsare il peculio per pagare un lavoro scritturale ma questo deve valere il suo costo! Per esempio, è vecchissima (rispetto alla storia di Internet) la pratica di far pagare saggi letterari, o anche accurate analisi finanziarie delle tendenze di mercato (questo accadeva al tempo del boom – solo dopo è venuto fuori che era tutta carta straccia comunque, ma queste sono altre storie!). Quale laureando non lo farebbe se avesse la necessità di “rimpolpare” la sua tesi? Quale investitore non lo farebbe se fosse preoccupato per il domani?
Per converso, io non ho mai rinnovato per due mesi di fila un abbonamento online ad un quotidiano, perché alla fine mi veniva a noia: mi veniva a noia la sua struttura obsoleta, mi veniva a noia la mancanza di dinamicità rispetto al mondo vivo (e persino gratuito!) che lo circondava in Rete. Allo stesso modo, mai e poi mai accetterei di versare un micro-pagamento che magari mi si presenta sul conto in compagnia della diletta sorella banking-fee; in simil guisa, e per chiudere il cerchio, mai e poi mai accetterei di finanziare uno pseudo-giornalismo che sia anche soltanto un lontano parente di un social network o di un circolo gossiparo.
A mio modo di vedere dunque (e pur rendendomi conto che il tallone d’Achille di tutto il mio discorso sta nel suo fine ideale!), non si può parlare di nuovi modelli editoriali per il giornalismo del futuro, senza prima affrontare il tema dei suoi contenuti. O senza rispondere a fondamentali domande quali: che cosa vorrà dire essere giornalisti domani? Quali qualità renderanno tale un Premio Pulitzer del futuro che dovrà per forza giostrarsi tra le necessità “spirituali” della sua “arte” e quelle del ritorno economico?
Tutto questo ci riporta, fatalmente, alla importantissima questione dell’intrinseca capacità del professionista che svolgerà quella professione: che lo si voglia oppure no sarà infatti tale elemento il fattore chiave che farà la differenza. E, per certi versi, permetterà pure di vivere senza grosse preoccupazioni editoriali.
Insomma, per dirla seguendo la modalità glamour corrente, sarà proprio quello il fattore chiave che segnerà il confine tra l’essere professionisti-(T) wit-less e l’essere professisti (T) wit-full.(1)
Note:
(1) Lo wit (lo dico ad uso e consumo di quei quattro lettori che hanno avuto il buon senso di restare fedeli alla lingua di Dante) è l’arguzia, il bello spirito. Ma in verità è anche qualcosa di più. E’ di fatto parola quasi impossibile da tradurre in Italiano perché descrive in maniera mirabile la più grande capacità dell’intelletto - non a caso viene citato di frequente il learned-wit di Oscar Wilde.
Rina Brundu
Dublin, 24/06/2009
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