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sempre se non hai nient'altro di meglio da fare, s'intende!!
Diario di una futura giornalisa senza speranze...
Saludos meda.
giovedì 29 ottobre 2009
domenica 11 ottobre 2009
MR PRESIDENT, PLEASE SAY NO THANK YOU
LETTERA APERTA A BARACK OBAMA
Illustrissimo Presidente,
per favore, dica no! Trovi una scusa, una qualunque, ma rifiuti “quel” premio! Del resto, è stato proprio Lei, il primo a dire di non essere sicuro di meritarlo. Ebbene – con tutto il rispetto che Le è dovuto – mi permetta di mostrarmi d'accordo: lei non lo merita! Non ancora almeno! Abbia dunque il coraggio di fare l’ultimo passo e dica: No, thank you! It should be awarded to whoever deserves it!
Donare gli “spiccioli” in beneficienza, come Lei ha già dichiarato di voler fare, in questo caso particolare caso, non è sufficiente. Il valore del Premio Nobel per la Pace, infatti, non dovrebbe essere nell’assegno staccato, ma nel suo significato simbolico. Perché di simboli abbiamo spesso bisogno noi uomini e donne. Di credere in qualcosa che vada oltre la miseria – anche politica – del quotidiano.
Così come di coltivare la speranza. Lei che quella speranza ha cominciato a darla ai tanti che La seguono, trovi il coraggio di mostrare al mondo quanto questo sentimento, nella realtà di ogni giorno, si nutra solamente di molto lavoro. Di sacrificio continuato. Spesso frustrato.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di quei giovani universitari cinesi dissidenti che, venti anni fa, trovarono la forza fisica, morale, intellettuale, di opporsi ai carri armati radunati in Piazza Tienammen. Le speranze del giovane attivista Hu Jia, di Wei Jingsheng che ha trascorso gli ultimi 17 anni in carcere a difesa di un suo ideale-di-Stato-diverso. Le speranze di tutti quelli che, come loro, riescono ancora a credere nel valore del sogno. A dispetto della sua impossibilità.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di coloro che, nel silenzio, giorno dopo giorno, spendono l’esistenza a difendere l’indifendibile. A salvare vite dimenticate, barattate senza vergogna nel nome di ogni più lurido interesse. A curare vite martoriate, abbandonate ai “miracoli” improvvisati dell’anima misericordiosa che per accidente del destino si sia trovata a passare di lì.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di noi occidentali “privilegiati” che, contro ogni più becera evidenza, ci ostiniamo ancora a credere nella esistenza-possibile di una realtà migliore. Una realtà oggettiva per i più, dove il colore che fa da sfondo al vivere sia davvero uguale per i tanti. Dove la parola “merito” conservi ancora un qualche suo significato – staccato dall’interesse privato e dall’opinione limitata del capoccia-caporale di turno.
Dico “quasi” Presidente, perché quel Suo rifiuto farebbe una differenza. Importante. Laddove si può comprendere infatti che sarebbe impossibile per Lei esprimere una opinione su chi dovrebbe essere il vero destinatario di un tale, notevole riconoscimento, non vi sono dubbi che un suo rifiuto dello stesso manderebbe al-mondo-che-ascolta un messaggio ben più potente. Soprattutto, indimenticabile!
Diceva Carlo Levi, un grande scrittore italiano: “L’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”. Lei che di trovare un impiego migliore non ne ha bisogno, per favore dia una mano: evitiamo il contagio estero!
Rina Brundu
Dublin, 11/10/2009
All rights reserved ©
Illustrissimo Presidente,
per favore, dica no! Trovi una scusa, una qualunque, ma rifiuti “quel” premio! Del resto, è stato proprio Lei, il primo a dire di non essere sicuro di meritarlo. Ebbene – con tutto il rispetto che Le è dovuto – mi permetta di mostrarmi d'accordo: lei non lo merita! Non ancora almeno! Abbia dunque il coraggio di fare l’ultimo passo e dica: No, thank you! It should be awarded to whoever deserves it!
Donare gli “spiccioli” in beneficienza, come Lei ha già dichiarato di voler fare, in questo caso particolare caso, non è sufficiente. Il valore del Premio Nobel per la Pace, infatti, non dovrebbe essere nell’assegno staccato, ma nel suo significato simbolico. Perché di simboli abbiamo spesso bisogno noi uomini e donne. Di credere in qualcosa che vada oltre la miseria – anche politica – del quotidiano.
Così come di coltivare la speranza. Lei che quella speranza ha cominciato a darla ai tanti che La seguono, trovi il coraggio di mostrare al mondo quanto questo sentimento, nella realtà di ogni giorno, si nutra solamente di molto lavoro. Di sacrificio continuato. Spesso frustrato.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di quei giovani universitari cinesi dissidenti che, venti anni fa, trovarono la forza fisica, morale, intellettuale, di opporsi ai carri armati radunati in Piazza Tienammen. Le speranze del giovane attivista Hu Jia, di Wei Jingsheng che ha trascorso gli ultimi 17 anni in carcere a difesa di un suo ideale-di-Stato-diverso. Le speranze di tutti quelli che, come loro, riescono ancora a credere nel valore del sogno. A dispetto della sua impossibilità.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di coloro che, nel silenzio, giorno dopo giorno, spendono l’esistenza a difendere l’indifendibile. A salvare vite dimenticate, barattate senza vergogna nel nome di ogni più lurido interesse. A curare vite martoriate, abbandonate ai “miracoli” improvvisati dell’anima misericordiosa che per accidente del destino si sia trovata a passare di lì.
Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di noi occidentali “privilegiati” che, contro ogni più becera evidenza, ci ostiniamo ancora a credere nella esistenza-possibile di una realtà migliore. Una realtà oggettiva per i più, dove il colore che fa da sfondo al vivere sia davvero uguale per i tanti. Dove la parola “merito” conservi ancora un qualche suo significato – staccato dall’interesse privato e dall’opinione limitata del capoccia-caporale di turno.
Dico “quasi” Presidente, perché quel Suo rifiuto farebbe una differenza. Importante. Laddove si può comprendere infatti che sarebbe impossibile per Lei esprimere una opinione su chi dovrebbe essere il vero destinatario di un tale, notevole riconoscimento, non vi sono dubbi che un suo rifiuto dello stesso manderebbe al-mondo-che-ascolta un messaggio ben più potente. Soprattutto, indimenticabile!
Diceva Carlo Levi, un grande scrittore italiano: “L’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”. Lei che di trovare un impiego migliore non ne ha bisogno, per favore dia una mano: evitiamo il contagio estero!
Rina Brundu
Dublin, 11/10/2009
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sabato 3 ottobre 2009
AL VOTO, AL VOTO!
CRONACHE IRLANDESI DI INIZIO AUTUNNO
Ci risiamo! Dopo l’Affaire-Trattato di Nizza, l’Irlanda si presenta, per la seconda volta, al voto, chiamata a ratificare il Trattato di Lisbona che permetterebbe la tanto auspicata riforma dell’Unione Europea.
Non sono Nostradamus, ma pronosticare una vittoria del SI non dovrebbe essere troppo difficile. Anche le “ragioni” che “faciliterebbero” questo “assenso” non sono di ardua identificazione. Si può pescare nel mucchio: dalla decisa “mano di aiuto” data in quel di Bruxelles in forma di borsellino aperto, alle minacce del Boss Supremo di Ryanair di chiudere i suoi Head Offices nell’Isola Smeralda se il NO dovesse avere la meglio, dai mai sopiti fantasmi dell’emigrazione bruscamente risvegliati dalla recessione galoppante, alla fobia di questo o di quell’altro partito (politico, economico e chi più ne ha ne metta) di perdere i privilegi immeritatamente acquisiti nel corso degli ultimi dieci anni.
L’eventuale vittoria delle forze dell’ YES-a-tutti-i-costi non dovrebbe però ingannare sullo spettacolo che è stata la Dublino pre-elettorale. Infatti, nella città che è pure il cuore pulsante del Paese – nonché una delle metropoli europee più vive, dinamiche e a perfetta misura giovane – a farla da padrone è stata senz’altro un’organizzatissima campagna NO-TO-EUROPE che ha sicuramente vinto in visibilità, creatività, nella sua determinazione a dimostrare il deciso dissenso. Una vittoria dei suoi promotori quindi non sarebbe cosa tanto sorprendente!
Questo perché, nulla, come il guidare, in questi giorni, lungo le intasate strade dublinesi, ha mai reso più evidente, all-occhio-che-guarda, la desolante Essenza (in termini di percezione del cittadino) della moderna Europa comunitaria. Ovvero il suo essere, di fatto, ideale meramente privato. Di un’establishment, di un gruppo di sognatori, di una politica utopica che probabilmente dovrà faticare per centinaia di anni prima di “giustificare pienamente” la sua meravigliosa intenzione primaria. Ancora, il suo essere visione-non-condivisa, appesantita da una ingombrante cornice burocratica. Brutta a vedersi. Probabilmente inutile. O quasi.
Ma, tra gli effetti-nefasti della crisi marciante e le ragioni di un esagerato anti-europeismo da baraccone, come spesso accade con ogni umana tragedia, il rischio di sfiorare il ridicolo è stato sempre dietro l’angolo. Rasentato ad ogni rotonda e ad ogni curva, di un Paese che ha sempre succhiato sangue dalla Sacra Mucca comunitaria, mostrando, ad un tempo, una imperdonabile incapacità nel gestire il prezioso dono di un boom economico duraturo e favoloso.
Per accorgersi di questo rischio-possibile bastava semplicemente leggere le didascalie sulle centinaia di cartelli, di tutte le dimensioni, di tutti i tipi – e che si succedevano, uno dietro l’altro, lungo le strade principali, i vicoli nascosti, le mulattiere abbandonate della capitale irlandese, fatalmente “impregnando e mutando” finanche la sua pur sempre caratteristica atmosfera.
Ecco dunque un esempio di come quei comunicati, con la loro logica random di proposizione, riuscivano mirabilmente a sottolineare lo straordinario status quo economico-politico:
- Irish Democracy 1916-2009? Vote NO! (manifesto contro il Trattato di Lisbona)
- ON SALE (nota immobiliare sulla veranda di un appartamento centrale)
- European Democracy 1945- 2009? Vote NO! (manifesto contro il Trattato di Lisbona)
- OFFICE TO LET (avviso su un enorme edificio abbandonato)
- Small country BIG VOICE vote no to a bad deal! (cartello contro il Trattato di Lisbona)
- ON SALE (nota immobiliare su una casa in vendita)
- The only job that Lisbon saves is HIS! (con foto di un noto politico sul cartello)
- TO LET – PAY NO RENT ( avviso disperato su un altro enorme edificio abbandonato)
- LISBON TREATY – VOTE NO!
- ON SALE!
- 1.84 Euro – Minimum wages after LISBON! Vote NO!
- OFFICES TO LET
- NO 2 LISBON!
- ON SALE……
Scriveva James Joyce nel 1914: “Se ho scelto Dublino per scena è perché quella città mi appariva come il centro della paralisi”. Manco il già citato Nostradamus avrebbe saputo fare tanto!
Rina Brundu
Dublin, 02/10/2009
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Ci risiamo! Dopo l’Affaire-Trattato di Nizza, l’Irlanda si presenta, per la seconda volta, al voto, chiamata a ratificare il Trattato di Lisbona che permetterebbe la tanto auspicata riforma dell’Unione Europea.
Non sono Nostradamus, ma pronosticare una vittoria del SI non dovrebbe essere troppo difficile. Anche le “ragioni” che “faciliterebbero” questo “assenso” non sono di ardua identificazione. Si può pescare nel mucchio: dalla decisa “mano di aiuto” data in quel di Bruxelles in forma di borsellino aperto, alle minacce del Boss Supremo di Ryanair di chiudere i suoi Head Offices nell’Isola Smeralda se il NO dovesse avere la meglio, dai mai sopiti fantasmi dell’emigrazione bruscamente risvegliati dalla recessione galoppante, alla fobia di questo o di quell’altro partito (politico, economico e chi più ne ha ne metta) di perdere i privilegi immeritatamente acquisiti nel corso degli ultimi dieci anni.
L’eventuale vittoria delle forze dell’ YES-a-tutti-i-costi non dovrebbe però ingannare sullo spettacolo che è stata la Dublino pre-elettorale. Infatti, nella città che è pure il cuore pulsante del Paese – nonché una delle metropoli europee più vive, dinamiche e a perfetta misura giovane – a farla da padrone è stata senz’altro un’organizzatissima campagna NO-TO-EUROPE che ha sicuramente vinto in visibilità, creatività, nella sua determinazione a dimostrare il deciso dissenso. Una vittoria dei suoi promotori quindi non sarebbe cosa tanto sorprendente!
Questo perché, nulla, come il guidare, in questi giorni, lungo le intasate strade dublinesi, ha mai reso più evidente, all-occhio-che-guarda, la desolante Essenza (in termini di percezione del cittadino) della moderna Europa comunitaria. Ovvero il suo essere, di fatto, ideale meramente privato. Di un’establishment, di un gruppo di sognatori, di una politica utopica che probabilmente dovrà faticare per centinaia di anni prima di “giustificare pienamente” la sua meravigliosa intenzione primaria. Ancora, il suo essere visione-non-condivisa, appesantita da una ingombrante cornice burocratica. Brutta a vedersi. Probabilmente inutile. O quasi.
Ma, tra gli effetti-nefasti della crisi marciante e le ragioni di un esagerato anti-europeismo da baraccone, come spesso accade con ogni umana tragedia, il rischio di sfiorare il ridicolo è stato sempre dietro l’angolo. Rasentato ad ogni rotonda e ad ogni curva, di un Paese che ha sempre succhiato sangue dalla Sacra Mucca comunitaria, mostrando, ad un tempo, una imperdonabile incapacità nel gestire il prezioso dono di un boom economico duraturo e favoloso.
Per accorgersi di questo rischio-possibile bastava semplicemente leggere le didascalie sulle centinaia di cartelli, di tutte le dimensioni, di tutti i tipi – e che si succedevano, uno dietro l’altro, lungo le strade principali, i vicoli nascosti, le mulattiere abbandonate della capitale irlandese, fatalmente “impregnando e mutando” finanche la sua pur sempre caratteristica atmosfera.
Ecco dunque un esempio di come quei comunicati, con la loro logica random di proposizione, riuscivano mirabilmente a sottolineare lo straordinario status quo economico-politico:
- Irish Democracy 1916-2009? Vote NO! (manifesto contro il Trattato di Lisbona)
- ON SALE (nota immobiliare sulla veranda di un appartamento centrale)
- European Democracy 1945- 2009? Vote NO! (manifesto contro il Trattato di Lisbona)
- OFFICE TO LET (avviso su un enorme edificio abbandonato)
- Small country BIG VOICE vote no to a bad deal! (cartello contro il Trattato di Lisbona)
- ON SALE (nota immobiliare su una casa in vendita)
- The only job that Lisbon saves is HIS! (con foto di un noto politico sul cartello)
- TO LET – PAY NO RENT ( avviso disperato su un altro enorme edificio abbandonato)
- LISBON TREATY – VOTE NO!
- ON SALE!
- 1.84 Euro – Minimum wages after LISBON! Vote NO!
- OFFICES TO LET
- NO 2 LISBON!
- ON SALE……
Scriveva James Joyce nel 1914: “Se ho scelto Dublino per scena è perché quella città mi appariva come il centro della paralisi”. Manco il già citato Nostradamus avrebbe saputo fare tanto!
Rina Brundu
Dublin, 02/10/2009
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