domenica 11 ottobre 2009

MR PRESIDENT, PLEASE SAY NO THANK YOU

LETTERA APERTA A BARACK OBAMA

Illustrissimo Presidente,
per favore, dica no! Trovi una scusa, una qualunque, ma rifiuti “quel” premio! Del resto, è stato proprio Lei, il primo a dire di non essere sicuro di meritarlo. Ebbene – con tutto il rispetto che Le è dovuto – mi permetta di mostrarmi d'accordo: lei non lo merita! Non ancora almeno! Abbia dunque il coraggio di fare l’ultimo passo e dica: No, thank you! It should be awarded to whoever deserves it!

Donare gli “spiccioli” in beneficienza, come Lei ha già dichiarato di voler fare, in questo caso particolare caso, non è sufficiente. Il valore del Premio Nobel per la Pace, infatti, non dovrebbe essere nell’assegno staccato, ma nel suo significato simbolico. Perché di simboli abbiamo spesso bisogno noi uomini e donne. Di credere in qualcosa che vada oltre la miseria – anche politica – del quotidiano.

Così come di coltivare la speranza. Lei che quella speranza ha cominciato a darla ai tanti che La seguono, trovi il coraggio di mostrare al mondo quanto questo sentimento, nella realtà di ogni giorno, si nutra solamente di molto lavoro. Di sacrificio continuato. Spesso frustrato.

Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di quei giovani universitari cinesi dissidenti che, venti anni fa, trovarono la forza fisica, morale, intellettuale, di opporsi ai carri armati radunati in Piazza Tienammen. Le speranze del giovane attivista Hu Jia, di Wei Jingsheng che ha trascorso gli ultimi 17 anni in carcere a difesa di un suo ideale-di-Stato-diverso. Le speranze di tutti quelli che, come loro, riescono ancora a credere nel valore del sogno. A dispetto della sua impossibilità.

Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di coloro che, nel silenzio, giorno dopo giorno, spendono l’esistenza a difendere l’indifendibile. A salvare vite dimenticate, barattate senza vergogna nel nome di ogni più lurido interesse. A curare vite martoriate, abbandonate ai “miracoli” improvvisati dell’anima misericordiosa che per accidente del destino si sia trovata a passare di lì.

Come - dopo la decisione presa ad Oslo - sembrano essere andate quasi frustrate le speranze di noi occidentali “privilegiati” che, contro ogni più becera evidenza, ci ostiniamo ancora a credere nella esistenza-possibile di una realtà migliore. Una realtà oggettiva per i più, dove il colore che fa da sfondo al vivere sia davvero uguale per i tanti. Dove la parola “merito” conservi ancora un qualche suo significato – staccato dall’interesse privato e dall’opinione limitata del capoccia-caporale di turno.

Dico “quasi” Presidente, perché quel Suo rifiuto farebbe una differenza. Importante. Laddove si può comprendere infatti che sarebbe impossibile per Lei esprimere una opinione su chi dovrebbe essere il vero destinatario di un tale, notevole riconoscimento, non vi sono dubbi che un suo rifiuto dello stesso manderebbe al-mondo-che-ascolta un messaggio ben più potente. Soprattutto, indimenticabile!

Diceva Carlo Levi, un grande scrittore italiano: “L’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”. Lei che di trovare un impiego migliore non ne ha bisogno, per favore dia una mano: evitiamo il contagio estero!

Rina Brundu
Dublin, 11/10/2009
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