Che desse fastidio non ci sono dubbi! Che fosse molesta, determinata, ostinata, neppure! Ma, perché farla fuori così? A due giorni dalla tragica morte, non sono in pochi a domandarsi se Flo O’Fly, la cittadina irlandese barbaramente uccisa in quel di Washington Mercoledì 17 Giugno, davanti agli occhi di milioni di spettatori, non sia stata anche una sorta di testimone scomodo.
Cosa aveva visto Flo durante quel suo ultimo volo? Perché l’Amministrazione Obama nega l’innegabile? Ma, soprattutto, che fine ha fatto il cadavere di Flo?
Nel piccolo villaggio di Gort na gCappal (Irlanda occidentale), la famiglia O’Fly non riesce a darsi pace. Padraig O’Fly è il congiunto più anziano. Nelle ultime 48 ore sembra invecchiato di milioni di anni. Quando busso a casa sua mi accoglie comunque con la cortesia tipica degli isolani: Flo avrebbe voluto così!
Non passa troppo tempo però prima che smetta di prestarmi attenzione ed inizi un suo particolare lamento privato, simile al fastidioso ronzìo di un vecchio moscone morente: “Get out of here! Get out of here! – Scacciata come un dittero infame! E poi…. uccisa!” ricorda con orrore mentre tutto il suo corpo freme.
Padraig é affranto dal dolore! Tira in ballo la mafia irlandese, l’IRA, Michael Collins e le troppe storie di emigrazione della sua terra. Storie passate, il cui fantasma tormenta ancora le memorie dei più vecchi. E lui vecchio lo è sicuramente. Ora come non mai!
“Le assicuro che quello di mia nipote era stato solo un viaggio premio – il coronamento di un sogno!” tenta di convincermi più tardi quando, di nuovo calmo, ricorda l’impegno politico di Flo e il suo attivismo pro-Democratico. Benché stanco e provato è sempre questo il messaggio che mi ripete con maggior insistenza anche sull’uscio di casa, prima di salutarmi.
L’imprecazione urlata al Cielo la conserva invece per quando si richiude la porta alle spalle:
“Stupida mosca progressista, almeno Cheney sparava solo alle quaglie!”.
In memoria di Flo O’Fly, (Musca domestica minore, Fannia carnicularis, Fanniidae)
R.I.P. White House, Washington D.C., Giugno 2009
Nota storica: Nostre ricerche hanno dimostrato come la famiglia O'Fly abbia di fatto una chiara origine partenopea.
Tal Gennaro Florienzo O'Flaiatone emigrò da Posillipo in quel di Connemara intorno al 1850 AD e colà si ammogliò ed ebbe famiglia. Invitato a commentare la notizia il sindaco di Napoli si è così espresso "Se pigliano cchiù mmosche cu 'na goccia 'e mele, ca cu 'na vott' acito".
Rina Brundu
Dublin, 19/06/2009
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Fatto reale di riferimento: Barack Obama, il presidente degli Stati Uniti d’America, il 17 Giugno 2009, uccide con un unico colpo di mano una mosca durante un’intervista alla Cnbc.
sabato 20 giugno 2009
domenica 14 giugno 2009
Qualcosa di sinistra
Nel Giugno del 1969, la rivolta antimilitarista delle regioni interne della Sardegna: un ricordo.
Quaranta anni fa, il 18 Giugno del 1969, la popolazione di Orgosolo si mobilitò. Gli Orgolesi decisero di recarsi in massa nei pascoli di Pratobello per protestare contro la realizzazione dell’ennesimo poligono militare in territori da sempre destinati all’agricoltura e alla pastorizia.
La rivolta antimilitarista delle regioni interne della Sardegna fu un altro momento “importante” della Storia dell’isola. Pastori e contadini non furono comunque lasciati soli, come si evince dal testo del telegramma inviato da Emilio Lussu al Presidente della Giunta Regionale Giovanni Del Rio:
“50 anni di vita politica permanentemente legata popolo sardo mi autorizzano rivolgermi a lei -stop- Quanto avviene Pratobello pastorizia et agricoltura Orgosolo est provocazione colonialista -stop- Bisogna riandare periodo fascista per simile arbitrio poliziesco -stop- Poligono tiro bimestrale aut eventuale istituzione poligono permanente est negazione Piano rinascita -stop- Rimborso danni et premio in danaro est offensivo palliativo che non annulla ma aggrava ingiustizia -stop- Chi ha coscienza dei propri diritti non li baratta -stop- Responsabilità non est militare ma politica et in massimo grado maggioranza governativa nazionale -stop- In tempo di guerra prevalgono interessi militari ma in tempo di pace comandano interessi opposti -stop- Perciò mi sento solidale incondizionatamente con pastori et contadini Orgosolo che non hanno capitolato et se fossi in condizioni di salute differenti sarei in mezzo a loro -stop- Allontanamento immediato poligono e militari si impone come misura civile e democratica lavoro e produzione -stop- Questi avvenimenti pongono problema revisione Statuto speciale Regione oggi insufficiente protezione interessi isolani -stop-”.
Quaranta anni dopo, ripensando alla faciloneria con cui è stata archiviata, politicamente e culturalmente, la tragedia avvenuta negli impianti della raffineria Saras a Sarroch (dove tre operai sono morti ed uno è rimasto ferito a causa delle esalazioni tossiche prodotte da un impianto di desolforazione) ma, più in generale, alla faciloneria con cui viene archiviata ogni altra “questione operaia” ancora esistente in Sardegna (e non solo), molte sono le domande che sorgono spontanee.
Come è noto, infatti, altri e ben più “pregnanti” argomenti hanno infiammato la recente dialettica elettorale nazionale. Più che quelle di Lussu, non possono dunque che tornare alla mente le parole di Gramsci quando nel 1921 scriveva “La classe operaia non ha nulla da sperare da questo o da quell'altro ministro; la classe operaia non può fare affidamento che in se stessa. Ogni decreto, ogni disegno di legge non sono che pezzi di carta per i padroni, la cui volontà può trovare un limite solo nella forza medesima degli operai e non mai negli organi dello Stato.”(1).
“Serran buttega artigianos, baristas,
e partin tottus, minores e mannos,
pro che cazzare sos militaristas:
pizzinneddos e bezzos de chent’annos
e zovaneddas de sa prima essida
han’indossadu sos rusticos pannos.
Tottu sa idda in campagna est partída,
in càmiu e in macchina minore.
Sa lotta durat piús d’una chida;
a Pratobello finas su rettore
ch’est arrivadu cun su sagrestanu
pro difende su pradu e su pastore”(2)
Note:
(1)da “Illusioni”, di Antonio Gramsci – L’Ordine Nuovo, 8 Agosto 1921
(2)Estratto da “Sa lotta de Pratobello” di Peppino Marotto
Rina Brundu
Dublin, 14/06/2009
©All rights reserved
web: www.terzapaginaworld.com
Quaranta anni fa, il 18 Giugno del 1969, la popolazione di Orgosolo si mobilitò. Gli Orgolesi decisero di recarsi in massa nei pascoli di Pratobello per protestare contro la realizzazione dell’ennesimo poligono militare in territori da sempre destinati all’agricoltura e alla pastorizia.
La rivolta antimilitarista delle regioni interne della Sardegna fu un altro momento “importante” della Storia dell’isola. Pastori e contadini non furono comunque lasciati soli, come si evince dal testo del telegramma inviato da Emilio Lussu al Presidente della Giunta Regionale Giovanni Del Rio:
“50 anni di vita politica permanentemente legata popolo sardo mi autorizzano rivolgermi a lei -stop- Quanto avviene Pratobello pastorizia et agricoltura Orgosolo est provocazione colonialista -stop- Bisogna riandare periodo fascista per simile arbitrio poliziesco -stop- Poligono tiro bimestrale aut eventuale istituzione poligono permanente est negazione Piano rinascita -stop- Rimborso danni et premio in danaro est offensivo palliativo che non annulla ma aggrava ingiustizia -stop- Chi ha coscienza dei propri diritti non li baratta -stop- Responsabilità non est militare ma politica et in massimo grado maggioranza governativa nazionale -stop- In tempo di guerra prevalgono interessi militari ma in tempo di pace comandano interessi opposti -stop- Perciò mi sento solidale incondizionatamente con pastori et contadini Orgosolo che non hanno capitolato et se fossi in condizioni di salute differenti sarei in mezzo a loro -stop- Allontanamento immediato poligono e militari si impone come misura civile e democratica lavoro e produzione -stop- Questi avvenimenti pongono problema revisione Statuto speciale Regione oggi insufficiente protezione interessi isolani -stop-”.
Quaranta anni dopo, ripensando alla faciloneria con cui è stata archiviata, politicamente e culturalmente, la tragedia avvenuta negli impianti della raffineria Saras a Sarroch (dove tre operai sono morti ed uno è rimasto ferito a causa delle esalazioni tossiche prodotte da un impianto di desolforazione) ma, più in generale, alla faciloneria con cui viene archiviata ogni altra “questione operaia” ancora esistente in Sardegna (e non solo), molte sono le domande che sorgono spontanee.
Come è noto, infatti, altri e ben più “pregnanti” argomenti hanno infiammato la recente dialettica elettorale nazionale. Più che quelle di Lussu, non possono dunque che tornare alla mente le parole di Gramsci quando nel 1921 scriveva “La classe operaia non ha nulla da sperare da questo o da quell'altro ministro; la classe operaia non può fare affidamento che in se stessa. Ogni decreto, ogni disegno di legge non sono che pezzi di carta per i padroni, la cui volontà può trovare un limite solo nella forza medesima degli operai e non mai negli organi dello Stato.”(1).
“Serran buttega artigianos, baristas,
e partin tottus, minores e mannos,
pro che cazzare sos militaristas:
pizzinneddos e bezzos de chent’annos
e zovaneddas de sa prima essida
han’indossadu sos rusticos pannos.
Tottu sa idda in campagna est partída,
in càmiu e in macchina minore.
Sa lotta durat piús d’una chida;
a Pratobello finas su rettore
ch’est arrivadu cun su sagrestanu
pro difende su pradu e su pastore”(2)
Note:
(1)da “Illusioni”, di Antonio Gramsci – L’Ordine Nuovo, 8 Agosto 1921
(2)Estratto da “Sa lotta de Pratobello” di Peppino Marotto
Rina Brundu
Dublin, 14/06/2009
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Giornalismo online: quale potere?
Considerazioni e riflessioni sul rapporto tra il giornalismo online ed il cosiddetto Quarto Potere.
Un altro aspetto che, secondo me, vale la pena investigare, rispetto alle cose del giornalismo online, è la sua possibile, futura forza. La sua effettiva autorevolezza, così come la sua vera capacità di influenzare il pubblico di lettori e quindi la società dentro cui si adopererà.
Insomma: avrà ancora senso parlare di Quarto Potere? Ritengo di sì, con la differenza che la Rete, per forza delle sue peculiarità, permetterà ad un dato tipo di giornalismo (quello serio), di mettere in piedi meccanismi auto-controllanti delle sue stesse “possibilità di deriva”. Meccanismi che potranno sicuramente di più delle pur encomiabili, ma – ahimé – facilmente aggirabili, regole comportamentali dettate dai vari codici di condotta, o dalla deontologia professionale.
Vediamo nel dettaglio. In una moderna democrazia, un giornale tradizionale può acquistare “autorevolezza”, e quindi un dato “potere”, in due modi principali: diventando “credibile” agli occhi di una ristretta elite (intellettuale, religiosa, politica, etc), oppure diventando “popolare” presso un vasto pubblico di lettori di ogni condizione e background socio-culturale. Qualità e quantità sono dunque i due fattori che generano l’autorità di una simile pubblicazione e dunque il “potere” di cui si è già detto.
La generano ma non la controllano. Di fatto, il giornale di “qualità” non è immune da una possibile deriva come, per esempio, quella di diventare mezzo per raggiungere i fini di un qualunque partito (in senso lato). Qualora questo accadesse, quel giornale diventerebbe doppiamente censurabile, professionalmente e moralmente, perché oltre ad imbrogliare la Verità, imbroglierebbe la Ragione. Non vi è nulla di più imperdonabile, a mio modo di vedere, del sottomettere l’intelletto, con le sue infinite possibilità, alle necessità dei nostri istinti peggiori e dei nostri vizi inconfessabili!
Laddove riuscisse nei suoi intenti populistici, anche un giornale nazional-popolare, in virtù della sua distribuzione (ovvero, dell’effetto quantità), può acquisire una sua “forza”. Tale forza, dentro le molteplici e complesse dinamiche di quella stessa democrazia moderna di cui si parlava, potrebbe incidere in maniera visibile ed importante sulla vita socio-politica, ma anche culturale, del Paese interessato.
Conseguenza delle cose è che anche un eccellente giornalismo, specialmente quando animato dalle migliori intenzioni, può diventare “strumento di lotta” nelle mani di un qualsiasi “altro” potere di riferimento. Questo accade persino in virtù di un effetto di “quantità minima”, perché minimo è di solito il numero di testate tradizionali “autorevoli” (soprattutto, a causa del gravoso impegno economico che una simile impresa editoriale può comportare).
Il giornalismo tradizionale corre dunque, facilmente, il rischio di diventare autoreferenziale e fondamentalmente inattaccabile. Inattaccabile perché, diversamente da ciò che accade con gli altri poteri che vivono dentro uno stato democratico, il “quarto potere” non ha alcun reale organo esterno di controllo del suo operato.
Naturalmente, mi rendo conto che si potrebbe facilmente obiettare: “Mai sentito parlare di libertà di stampa?”. Non escludo neppure che qualcuno possa vedere in questo stesso articolo un attentato alla stessa. Tendenzialmente però mi sentirei in diritto di ignorare una simile provocazione. Per varie ragioni. Primariamente, perché sarebbe il risultato di una analisi superficiale, in secondo luogo perché non si possono investigare le cause prime di alcunché se non si è disposti a mettere in dubbio qualsiasi credo acquisito e, infine, perché l’identificazione di questo specialissimo “flaw” è fondamentale per il discorso che segue.
Mi chiedo, infatti, in che modo cambierebbero le “vecchie”, perniciose, dinamiche appena esposte, nel caso del giornalismo online? Come anticipato nell’incipit, secondo me cambierebbero in modo positivo. Per esempio, è solo di una settimana fa, la notizia di un Premio Pulitzer americano scoperta a “copiare” da un blog. Per quanto mi riguarda, questa comunicazione non è tanto rilevante perché un altro “colpevole” è stato infine smascherato e messo alla berlina, quanto piuttosto per il modus e l’ambiente digitale che fa da sfondo alla notizia.
Quanti saranno stati, in passato, i casi di “plagio giornalistico”? Forse milioni. Per ovvie ragioni, sono rimasti “impuniti”. Impossibile, impedire al “giornalista” che legge un taccuino di appunti in Bangladesh, di pubblicare lo stesso articolo su un giornale provinciale messicano! Impossibile, soprattutto, se non si va in Messico!
Di sicuro, questo limite “fisico” non riguarda le enormi potenzialità dell’algoritmo (democratico, o no, questa è altra questione!), usato da Google, che sarebbe potenzialmente in grado di scovare il “colpevole” di un simile furto online in pochissimi secondi! E quindi di rendere dovuta giustizia all’autore imbrogliato!
Non è cosa da poco! Si tratta, in verità, di una straordinaria rivoluzione! Sociale e culturale! Ma si tratta anche di rivoluzione rispetto alle obsolete dinamiche giornalistiche tradizionali di cui si è parlato all’inizio di questo pezzo. Il “gist” della questione, se consideriamo che il Premio Pulitzer è stato “scoperto” e “denunciato” da un altro blog, è che il giornalismo online ha tutte le carte in regola per auto-gestirsi e per auto-controllarsi, impedendo, di suo, ogni possibile deriva perniciosa e dunque provvedendo ulteriori garanzie al sacrosanto concetto della “libertà di stampa”.
Per chiudere il cerchio, questo avviene anche in virtù di un “effetto di quantità massimo”, dato il numero sicuramente grande di giornali online che potrebbero esistere. Un numero così “grande” da escludere a priori qualsiasi possibilità di riuscire presentare una “realtà” (politica, sociale, etc) diversa da quella che è, senza il rischio di essere scoperti e messi in ridicolo.
Le conseguenze di un simile “status privilegiato” sono enormi. La prima, per esempio, è che per diventare testata “di qualità”, ovvero testata credibile, un giornale online non dovrà contare solamente sul sostegno di una piccola elite di riferimento, per quanto potente, ma dovrà mostrarsi affidabile nei fatti. No way out!
Anche il numero di click ricevuti (vedi il fattore tradizionale “quantità”) non basterà a dargli autorità laddove si rivelasse solamente sito-acchiappa-click portavoce di falsi scoop! Al massimo, si trasformerebbe in agorà dedicata al gossip ben lontana dall’orizzonte d’attesa del lettore capace e informato che cerca un punto di riferimento digitale e informativo attendibile.
La Rete determinerà dunque la fine del Quarto Potere? No. La Rete semplicemente diluirà la sua capacità di diventare “arma intimidatoria” ma, ad un tempo, premierà il suo diritto di raccontare la verità. Magari una delle verità possibili, ma senz’altro una verità difficilmente scardinabile, proprio perché già passata attraverso le forche caudine rappresentate da un pubblico di lettori eterogeneo, potenzialmente illimitato e prodigiosamente capace.
Ripeto, con le illazioni, le deduzioni, le speculazioni, le considerazione, le contemplazioni, le meditazioni, le riflessioni, le investigazioni e i falsi scoop che, negli ultimi tempi, hanno preso il posto delle più tradizionali, verificate notizie sulle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani… non è cosa da poco!
Rina Brundu
Dublin, 22/05/2009
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Un altro aspetto che, secondo me, vale la pena investigare, rispetto alle cose del giornalismo online, è la sua possibile, futura forza. La sua effettiva autorevolezza, così come la sua vera capacità di influenzare il pubblico di lettori e quindi la società dentro cui si adopererà.
Insomma: avrà ancora senso parlare di Quarto Potere? Ritengo di sì, con la differenza che la Rete, per forza delle sue peculiarità, permetterà ad un dato tipo di giornalismo (quello serio), di mettere in piedi meccanismi auto-controllanti delle sue stesse “possibilità di deriva”. Meccanismi che potranno sicuramente di più delle pur encomiabili, ma – ahimé – facilmente aggirabili, regole comportamentali dettate dai vari codici di condotta, o dalla deontologia professionale.
Vediamo nel dettaglio. In una moderna democrazia, un giornale tradizionale può acquistare “autorevolezza”, e quindi un dato “potere”, in due modi principali: diventando “credibile” agli occhi di una ristretta elite (intellettuale, religiosa, politica, etc), oppure diventando “popolare” presso un vasto pubblico di lettori di ogni condizione e background socio-culturale. Qualità e quantità sono dunque i due fattori che generano l’autorità di una simile pubblicazione e dunque il “potere” di cui si è già detto.
La generano ma non la controllano. Di fatto, il giornale di “qualità” non è immune da una possibile deriva come, per esempio, quella di diventare mezzo per raggiungere i fini di un qualunque partito (in senso lato). Qualora questo accadesse, quel giornale diventerebbe doppiamente censurabile, professionalmente e moralmente, perché oltre ad imbrogliare la Verità, imbroglierebbe la Ragione. Non vi è nulla di più imperdonabile, a mio modo di vedere, del sottomettere l’intelletto, con le sue infinite possibilità, alle necessità dei nostri istinti peggiori e dei nostri vizi inconfessabili!
Laddove riuscisse nei suoi intenti populistici, anche un giornale nazional-popolare, in virtù della sua distribuzione (ovvero, dell’effetto quantità), può acquisire una sua “forza”. Tale forza, dentro le molteplici e complesse dinamiche di quella stessa democrazia moderna di cui si parlava, potrebbe incidere in maniera visibile ed importante sulla vita socio-politica, ma anche culturale, del Paese interessato.
Conseguenza delle cose è che anche un eccellente giornalismo, specialmente quando animato dalle migliori intenzioni, può diventare “strumento di lotta” nelle mani di un qualsiasi “altro” potere di riferimento. Questo accade persino in virtù di un effetto di “quantità minima”, perché minimo è di solito il numero di testate tradizionali “autorevoli” (soprattutto, a causa del gravoso impegno economico che una simile impresa editoriale può comportare).
Il giornalismo tradizionale corre dunque, facilmente, il rischio di diventare autoreferenziale e fondamentalmente inattaccabile. Inattaccabile perché, diversamente da ciò che accade con gli altri poteri che vivono dentro uno stato democratico, il “quarto potere” non ha alcun reale organo esterno di controllo del suo operato.
Naturalmente, mi rendo conto che si potrebbe facilmente obiettare: “Mai sentito parlare di libertà di stampa?”. Non escludo neppure che qualcuno possa vedere in questo stesso articolo un attentato alla stessa. Tendenzialmente però mi sentirei in diritto di ignorare una simile provocazione. Per varie ragioni. Primariamente, perché sarebbe il risultato di una analisi superficiale, in secondo luogo perché non si possono investigare le cause prime di alcunché se non si è disposti a mettere in dubbio qualsiasi credo acquisito e, infine, perché l’identificazione di questo specialissimo “flaw” è fondamentale per il discorso che segue.
Mi chiedo, infatti, in che modo cambierebbero le “vecchie”, perniciose, dinamiche appena esposte, nel caso del giornalismo online? Come anticipato nell’incipit, secondo me cambierebbero in modo positivo. Per esempio, è solo di una settimana fa, la notizia di un Premio Pulitzer americano scoperta a “copiare” da un blog. Per quanto mi riguarda, questa comunicazione non è tanto rilevante perché un altro “colpevole” è stato infine smascherato e messo alla berlina, quanto piuttosto per il modus e l’ambiente digitale che fa da sfondo alla notizia.
Quanti saranno stati, in passato, i casi di “plagio giornalistico”? Forse milioni. Per ovvie ragioni, sono rimasti “impuniti”. Impossibile, impedire al “giornalista” che legge un taccuino di appunti in Bangladesh, di pubblicare lo stesso articolo su un giornale provinciale messicano! Impossibile, soprattutto, se non si va in Messico!
Di sicuro, questo limite “fisico” non riguarda le enormi potenzialità dell’algoritmo (democratico, o no, questa è altra questione!), usato da Google, che sarebbe potenzialmente in grado di scovare il “colpevole” di un simile furto online in pochissimi secondi! E quindi di rendere dovuta giustizia all’autore imbrogliato!
Non è cosa da poco! Si tratta, in verità, di una straordinaria rivoluzione! Sociale e culturale! Ma si tratta anche di rivoluzione rispetto alle obsolete dinamiche giornalistiche tradizionali di cui si è parlato all’inizio di questo pezzo. Il “gist” della questione, se consideriamo che il Premio Pulitzer è stato “scoperto” e “denunciato” da un altro blog, è che il giornalismo online ha tutte le carte in regola per auto-gestirsi e per auto-controllarsi, impedendo, di suo, ogni possibile deriva perniciosa e dunque provvedendo ulteriori garanzie al sacrosanto concetto della “libertà di stampa”.
Per chiudere il cerchio, questo avviene anche in virtù di un “effetto di quantità massimo”, dato il numero sicuramente grande di giornali online che potrebbero esistere. Un numero così “grande” da escludere a priori qualsiasi possibilità di riuscire presentare una “realtà” (politica, sociale, etc) diversa da quella che è, senza il rischio di essere scoperti e messi in ridicolo.
Le conseguenze di un simile “status privilegiato” sono enormi. La prima, per esempio, è che per diventare testata “di qualità”, ovvero testata credibile, un giornale online non dovrà contare solamente sul sostegno di una piccola elite di riferimento, per quanto potente, ma dovrà mostrarsi affidabile nei fatti. No way out!
Anche il numero di click ricevuti (vedi il fattore tradizionale “quantità”) non basterà a dargli autorità laddove si rivelasse solamente sito-acchiappa-click portavoce di falsi scoop! Al massimo, si trasformerebbe in agorà dedicata al gossip ben lontana dall’orizzonte d’attesa del lettore capace e informato che cerca un punto di riferimento digitale e informativo attendibile.
La Rete determinerà dunque la fine del Quarto Potere? No. La Rete semplicemente diluirà la sua capacità di diventare “arma intimidatoria” ma, ad un tempo, premierà il suo diritto di raccontare la verità. Magari una delle verità possibili, ma senz’altro una verità difficilmente scardinabile, proprio perché già passata attraverso le forche caudine rappresentate da un pubblico di lettori eterogeneo, potenzialmente illimitato e prodigiosamente capace.
Ripeto, con le illazioni, le deduzioni, le speculazioni, le considerazione, le contemplazioni, le meditazioni, le riflessioni, le investigazioni e i falsi scoop che, negli ultimi tempi, hanno preso il posto delle più tradizionali, verificate notizie sulle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani… non è cosa da poco!
Rina Brundu
Dublin, 22/05/2009
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Giornalismo. Niente più alibi in rete
Considerazioni e riflessioni sul giornalismo online
In una recente intervista al magazine del Corriere della Sera, Arianna Huffington (1), guru del giornalismo web, ha dichiarato che, nonostante le preoccupanti avvisaglie, i giornali tradizionali spariranno solo quando sarà scomparsa anche l’ultima generazione che è nata con loro.
Concordo con questa affermazione. L’abitudine è elemento che legittima le nostre preferenze e dunque i nostri modelli di riferimento. Le nostre fonti conoscitive. Anche giornalistiche. Aggiungo inoltre che, attualmente, la possibilità di effettuare un salto di qualità più veloce nella modalità di ricezione della notizia, è frenata, per un vasto pubblico, dalla difficoltà di padroneggiare, con una data facilità, il mezzo tecnico che propone la nuova prassi informativa, ovvero il computer.
Per quanto mi riguarda, ritengo che il passaggio dal giornalismo tradizionale ad un giornalismo digitale non sia solo cosa buona, ma che sia pure la sola opportunità di sopravvivenza di questa professione. Soprattutto, credo che tale rivoluzione rappresenti l’occasione storica per fare piazza pulita delle molte “incomprensioni” recenti, in virtù delle quali, la bellissima possibilità che ha l’anima di rendere un servizio al prossimo attraverso la scrittura (perché alla fine della fiera questo dovrebbe essere il vero giornalismo), viene scambiata per una imperdibile occasione di carriera glamour.
Non nego che il giornalismo online abbia tanto su cui lavorare. Tra i tanti difetti che si possono citare, vi è quello del dover ancora trovare la maniera migliore per conciliare le ragioni editoriali (in senso lato, sia a livello di vero e proprio editing che a livello di controllo delle fonti) con quelle della rapidità informativa.
Ancora, deve tirare una linea credibile tra il giornalismo tout court ed il gossip. Infine, deve risolvere il ben noto problema della definizione di un modello lavorativo che permetta al giornalista web di vivere della sua professione, esattamente come accade per il professionista tradizionale. Tuttavia, se guardiamo, per esempio, agli introiti della stessa Huffington non credo proprio che questo possa essere un elemento frenante di questa strabiliante possibilità moderna.
Di fatto, la Rete permette al giornalista di farsi conoscere “urbi et orbi”, mentre ad un tempo garantisce al lettore la possibilità di “scegliere” il professionista di riferimento. Gli permette di creare con lui un rapporto di fiducia unico nel suo genere. E non è poco.
Mi spiego meglio. Il giornalismo tradizionale ha prodotto una lunga lista di valenti professionisti che per anni hanno contribuito, non solo alla diffusione delle notizie che hanno fatto la nostra Storia, ma anche a spiegarle. Sono stati agenti indispensabili per una miglior comprensione del mondo che ci circonda. Resta però il fatto che, bravi o meno bravi, tutti questi professionisti sono stati professionisti “imposti” dall’editore o, alla meno peggio, dal direttore di testata.
Per quanto poco esposta a queste dinamiche, dubito infatti che una perfetta “libertà di stampa” possa realizzarsi all’interno di un giornale tradizionale. Per ovvie ragioni. La maggior parte pure giuste. Il mio pensiero va però a quei tanti professionisti che avrebbero potuto essere tali, ma che non sono riusciti a realizzare il sogno di una vita, in virtù di un diktat esterno. Un diktat magari dettato da ragioni assolutamente estranee alle “possibilità giornalistiche” del soggetto considerato.
La Rete offre dunque una straordinaria possibilità storica di liberazione da simili dinamiche obsolete. In altre parole, la Rete permette una scrematura professionistica naturale in virtù della quale solo il giornalista davvero bravo potrà essere considerato tale da un lettore sicuramente più informato e capace.
Consequentia rerum è che, in quella favolosa futura età dell’oro, non avrà senso parlare di giornalisti professionisti o pubblicisti, non avrà senso parlare di revisionismo, di censura informativa e via discorrendo. Ad un tempo, non avranno ragion d’essere i tanti, desolanti capri espiatori portati a difesa degli scarsi risultati da individui assolutamente incapaci di fare onore a questa professione, o da individui accreditati del titolo di giornalista in virtù di un semplice esamino sostenuto decadi prima.
Ripeto, per quanto mi riguarda, il passaggio dal giornalismo su carta stampata al giornalismo digitale è senz’altro cosa buona e giusta. La base fondante di questa rivoluzione possibile, dovrebbe essere una piattaforma operativa universalmente riconosciuta e tesa a rivalutare soprattutto gli aspetti etici della professione, nonché a metterne bene in chiaro le regole del gioco.
Nella speranza che non sia già troppo tardi per ricordarle tutte, s’intende!
Note:
1) Fondatrice del The Huffington Post (www.huffingtonpost.com), uno dei giornali online più letti; nel 2006 è stata inserita da Time Magazine nella lista dei 100 personaggi più influenti al mondo.
Rina Brundu
Dublin, 02/05/2009
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In una recente intervista al magazine del Corriere della Sera, Arianna Huffington (1), guru del giornalismo web, ha dichiarato che, nonostante le preoccupanti avvisaglie, i giornali tradizionali spariranno solo quando sarà scomparsa anche l’ultima generazione che è nata con loro.
Concordo con questa affermazione. L’abitudine è elemento che legittima le nostre preferenze e dunque i nostri modelli di riferimento. Le nostre fonti conoscitive. Anche giornalistiche. Aggiungo inoltre che, attualmente, la possibilità di effettuare un salto di qualità più veloce nella modalità di ricezione della notizia, è frenata, per un vasto pubblico, dalla difficoltà di padroneggiare, con una data facilità, il mezzo tecnico che propone la nuova prassi informativa, ovvero il computer.
Per quanto mi riguarda, ritengo che il passaggio dal giornalismo tradizionale ad un giornalismo digitale non sia solo cosa buona, ma che sia pure la sola opportunità di sopravvivenza di questa professione. Soprattutto, credo che tale rivoluzione rappresenti l’occasione storica per fare piazza pulita delle molte “incomprensioni” recenti, in virtù delle quali, la bellissima possibilità che ha l’anima di rendere un servizio al prossimo attraverso la scrittura (perché alla fine della fiera questo dovrebbe essere il vero giornalismo), viene scambiata per una imperdibile occasione di carriera glamour.
Non nego che il giornalismo online abbia tanto su cui lavorare. Tra i tanti difetti che si possono citare, vi è quello del dover ancora trovare la maniera migliore per conciliare le ragioni editoriali (in senso lato, sia a livello di vero e proprio editing che a livello di controllo delle fonti) con quelle della rapidità informativa.
Ancora, deve tirare una linea credibile tra il giornalismo tout court ed il gossip. Infine, deve risolvere il ben noto problema della definizione di un modello lavorativo che permetta al giornalista web di vivere della sua professione, esattamente come accade per il professionista tradizionale. Tuttavia, se guardiamo, per esempio, agli introiti della stessa Huffington non credo proprio che questo possa essere un elemento frenante di questa strabiliante possibilità moderna.
Di fatto, la Rete permette al giornalista di farsi conoscere “urbi et orbi”, mentre ad un tempo garantisce al lettore la possibilità di “scegliere” il professionista di riferimento. Gli permette di creare con lui un rapporto di fiducia unico nel suo genere. E non è poco.
Mi spiego meglio. Il giornalismo tradizionale ha prodotto una lunga lista di valenti professionisti che per anni hanno contribuito, non solo alla diffusione delle notizie che hanno fatto la nostra Storia, ma anche a spiegarle. Sono stati agenti indispensabili per una miglior comprensione del mondo che ci circonda. Resta però il fatto che, bravi o meno bravi, tutti questi professionisti sono stati professionisti “imposti” dall’editore o, alla meno peggio, dal direttore di testata.
Per quanto poco esposta a queste dinamiche, dubito infatti che una perfetta “libertà di stampa” possa realizzarsi all’interno di un giornale tradizionale. Per ovvie ragioni. La maggior parte pure giuste. Il mio pensiero va però a quei tanti professionisti che avrebbero potuto essere tali, ma che non sono riusciti a realizzare il sogno di una vita, in virtù di un diktat esterno. Un diktat magari dettato da ragioni assolutamente estranee alle “possibilità giornalistiche” del soggetto considerato.
La Rete offre dunque una straordinaria possibilità storica di liberazione da simili dinamiche obsolete. In altre parole, la Rete permette una scrematura professionistica naturale in virtù della quale solo il giornalista davvero bravo potrà essere considerato tale da un lettore sicuramente più informato e capace.
Consequentia rerum è che, in quella favolosa futura età dell’oro, non avrà senso parlare di giornalisti professionisti o pubblicisti, non avrà senso parlare di revisionismo, di censura informativa e via discorrendo. Ad un tempo, non avranno ragion d’essere i tanti, desolanti capri espiatori portati a difesa degli scarsi risultati da individui assolutamente incapaci di fare onore a questa professione, o da individui accreditati del titolo di giornalista in virtù di un semplice esamino sostenuto decadi prima.
Ripeto, per quanto mi riguarda, il passaggio dal giornalismo su carta stampata al giornalismo digitale è senz’altro cosa buona e giusta. La base fondante di questa rivoluzione possibile, dovrebbe essere una piattaforma operativa universalmente riconosciuta e tesa a rivalutare soprattutto gli aspetti etici della professione, nonché a metterne bene in chiaro le regole del gioco.
Nella speranza che non sia già troppo tardi per ricordarle tutte, s’intende!
Note:
1) Fondatrice del The Huffington Post (www.huffingtonpost.com), uno dei giornali online più letti; nel 2006 è stata inserita da Time Magazine nella lista dei 100 personaggi più influenti al mondo.
Rina Brundu
Dublin, 02/05/2009
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Ho deciso di riprovarci....
Pubblicherò alcuni dei miei articoli qui....
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