domenica 26 luglio 2009

L'estate sul tetto che scotta

Cronache da una tranquilla estate sarda di crisi globale.


Estate 2009: dicono che la Sardegna brucia. Non è una novità. Così come non è la prima volta che la furia degli incendi, solitamente dolosi, distrugge migliaia di ettari di macchia mediterranea, uccide animali, finanche persone. Non è perciò nuovo neppure il dolore che questi fenomeni procurano, così come non sono nuovi i motti di “sorpresa” e di indignazione, le promesse non mantenute.

Ma se la Sardegna interna piange, neanche la ricca e abbiente Costa Smeralda ride. Non troppo, almeno. Dopo decenni di continuata crescita, dicono che la crisi – finanziaria et politica - si stia facendo sentire anche nelle sue località più “in” quali Porto Cervo e Porto Rotondo, nonché dentro le molte ville e spiagge private satelliti.

Simili alla “gatta sul tetto che scotta”, i suoi frequentatori più irriducibili si danno comunque da fare per impedirne la fine del mito. Per non precipitare con quello. Alla maniera di Melchisedec, ogni VIP si sente infatti tale in eterno, e teme come cancrena i fantasmi di un possibile anonimato-di-ritorno che si agitano minacciosi all’orizzonte, incutendo terrore e timore.

Non mancano neanche i fuochi d’artificio che accompagnano la fine di ogni grande festa. Nello specifico, la fine di un’epoca. In attesa del botto finale. L’esperienza passata insegna però che anche se questa nuova caduta della “Repubblica delle Banane” dovesse esserci, a farne le spese saranno sempre gli stessi.

Rapportando il tutto alle cose di Sardegna, si potrebbe forse dire che a farne le spese saranno sempre le “formiche” che da secoli abitano le pendici del Gennargentu ed assistono impotenti alla “programmazione esterna” del loro futuro. Un futuro che quasi sicuramente parlerà ancora di nuova emigrazione giovane e racconterà altre storie simili a quelle dell’operaio sardo che un paio di giorno fa è morto nel Nord Italia il primo giorno di cantiere. A casa lo attendevano le due figlie bambine.

C’è qualche cosa che non va, da qualche parte, quando un tocco-di-benessere-continuato, come è comunque stato quello che ha interessato la Sardegna del boom turistico degli ultimi dieci anni, non raggiunge tutti gli strati della popolazione. C’è una chiara, cronica, mancanza politico-amministrativa, tanto più che l’isola è stata pure in prima fila quando si è trattato di muoversi dentro le dinamiche più accelerate imposte dalle nuove tecnologie digitali.

Misteri d’Italia. Naturalmente, ti sfiora anche il sospetto che una forte cultura “assistenzialista” continui a sopravvivere tra le vallate del Gennargentu, così come nelle pianure del Campidano e, in verità, dovunque in quell’isola bellissima. Soprattutto, ti sfiora il sospetto che, laddove quel dato-benessere sia stato invece raggiunto, la parola d’ordine continui ad essere quella di mungere la vacca da latte fino a spremerne anche l’ultima goccia, ma senza preoccuparsi di far uscire l’animale al pascolo. Del resto, i campi bruciano… ed il cerchio si chiude.

Niente di nuovo sotto la presente canicola che asfissia l’isola e la penisola, dunque? Non proprio. Qualcosa di veramente nuovo, questa estate 2009 effettivamente lo ha prodotto. La novità è data da una compiuta e finalmente totale commistione delle “necessità” minimali della Politica con quelle più “strategiche” dei nostri organi di informazione: radio, televisione pubblica e privata, giornali che guardano a destra, al centro e a sinistra.

Eh già – perché per guardare guardano tutti: il problema è che non si sa cosa stiano guardando! Men che meno si riesce a capire cosa vedono e di che raccontano. Come non bastasse, il “virus disinformativo” pare muoversi su scala mondiale e di pari passo con quello della peste suina, facendo vittime illustri anche tra i più blasonati “organi di informazione” anglosassoni. Impossibile impedire il dubbio che tale visione-limitata-e-limitante sia stato di fatto cronico-status-vivendi. Magari la differenza la fa il nostro spirito tragicamente disincantato e gli occhi solamente un tantino più aperti!

Difficile dire! Così, se leggiamo e sentiamo che la Sardegna interna brucia, che la vita “smeralda” è in ribasso, ma che la crisi – finanziaria et politica – è fondamentalmente alle nostre spalle, occorre saper fare di necessità virtù. Occorre ingegnarci, imparare a distinguere il vero dal falso ed il falso dal vero – nonché il vero che è urgenza-amministrativa-del-territorio, dal falso che diventa urlo-di-Pierino-che-fa-sempre-cool. Per chi mancasse di tale capacità discriminante, un vaticinio aiuterebbe senz’altro, così come un sentito atto fede.

Sì, resto convinta che un generale atto di fede dovrebbe traghettarci tutti, e con una certa serenità, verso la fine di quest’ennesima, tranquilla, estate sul tetto che scotta.


Rina Brundu
Dublin, 26/07/2009
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domenica 19 luglio 2009

Amica

Amica mia,
qualità dell’anima
Infinita
Immortale
Senza più lacrime,
senza più lamenti,
senz’altre parole
percorrerò la strada che rimane
… senza di te.

Rina Brundu
Dedicata 19.07.2009
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Ad un bambino appena nato.

Bentornato! Sento che ci legano…

Giorni lontani.
Umili ricordi,
Giocano,
Liberati,
Irradiando
Echi dolcissimi che
Limitano
Momenti - solo in apparenza -
Oscuri.

Rina Brundu
13.07.2009
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lunedì 13 luglio 2009

I cinque punti di Lenin per un buon partito bolscevico

1) ogni comunista deve essere marxista;

2) ogni comunista deve essere in prima linea nelle lotte proletarie;

3) ogni comunista deve aborrire dalle pose rivoluzionarie e dalle frasi superficialmente scarlatte, cioè deve essere non solo un rivoluzionario, ma anche un politico realista;

4) ogni comunista deve sentire sempre di essere subordinato alla volontà del suo partito e deve giudicare tutto dal punto di vista del suo partito, cioè deve essere settario nel senso migliore che questa parola può avere;

5) ogni comunista deve essere internazionalista.


Sarà ma la vedo brutta per le primarie....

domenica 12 luglio 2009

Giorni della memoria (ma non solo).

So che sono giorni che ricorderò.
Scritti nella memoria, ma non solo.
Scritti nel destino... che diviene. Lentamente.

martedì 7 luglio 2009

Odio i blog letterari.

Non riesco a capire come uno scrittore possa svendere la sua anima in pubblico.
A parlare di libri. Che ha già scritto.
Non riuscirei mai a parlare di un libro già scritto. Men che meno di un mio libro.
A meno che l'anima non domandi altro. Si accontenti. Ma non riuscirei neppure a parlare di un libro da scrivere, perché é tesoro dell'Essere. E poi i libri debbono raccontarsi da soli. Come gli articoli sui giornali. Come i post di un blog.
Gli esperimenti metascritturali vanno bene per un saggio accademico mica quando parla l'anima. L'anima di uno scrittore vero.

Ma naturalmente io non sono tale. Sono piuttosto uno-spirito-che-scrive. E che dovrebbe scrivere meglio. Non per un'estetica fine a se stessa, ma per ricercare scampoli di qualcosa che valga dentro l'antro buio della torre.
Certo potrebbe essere pure tutto un non-valore-aggiunto.

Comincia a piacermi qui. Qui c'è silenzio. Un bellissimo silenzio.
La parte migliore di me.

lunedì 6 luglio 2009

La presa della pastiglia

Considerazioni sullo “sciopero” dei blogger del 14 Luglio 2009

Leggo che il 14 Luglio 2009, 220 anni dopo la Presa della Bastiglia, ci sarà una nuova rivoluzione: una eccezionale giornata di silenzio, osservato dai blog italiani per protestare contro il decreto Alfano. Non si tratterebbe di una adesione allo sciopero dei giornalisti, quanto piuttosto una decisione di protestare contro il provvedimento tout court.

Indipendentemente dalle ragioni, più o meno condivisibili, più o meno oneste, più o meno giuste, che possano avere spinto a circolare una simile notizia, come blogger io trovo la stessa molto preoccupante. E’ un po’ come se un sedicente amministratore di condominio entrasse in casa mia per annunciarmi che, in tale data, il resto dei condomini ha deciso di osservare dieta vegetariana. Ed io con loro!

Il fatto è che io non sapevo neppure che questo amministratore fosse stato nominato e soprattutto avevo appena acquistato una bistecca per celebrare quella giornata coi cugini d’oltralpe!
Fuor di metafora, a mio modo di vedere, tutta la storia non ha capo né coda. Posso solo pensare che si tratti di confusione semantica: “abbaglio” per “bavaglio”, “Bastiglia” per “pastiglia”.

Detto questo, se il target dell’iniziativa è quello nobile di sostenere un discorso di maggiore libertà informativa, non vedo proprio come si possa raggiungerlo togliendo il cerotto dalla bocca di qualcuno per metterlo sulla bocca di qualcun altro.

A parte questo, la “gravità” dell’intero progetto sta soprattutto nel tentativo, che pare di ravvisare (ma potrei sbagliarmi, anzi, sicuramente mi sbaglio, anzi, voglio sbagliarmi!), di far entrare quel tempio dell’espressione libera che è Internet dentro dinamiche editoriali obsolete (ma non solo!) e assolutamente provinciali. La Rete rappresenta infatti l’antitesi delle stesse!

La Rete, a dispetto delle apparenze, non è il Borg di Star Trek! Non è un organismo cibernetico dedito ad assimilare col fine di controllare, ma è espressione viva della libertà dell’anima e della sua diversità. Un’anima che fa fatica a trovare accordo persino con se stessa, figuriamoci aderire a progetti corporativi di qualsiasi genere e natura!

Si può solo pensare che questa “uscita” infelice sia stata soprattutto determinata dalla buona fede: ovvero dal desiderio di garantire quella stessa libertà che così facendo si va a ledere. Ma, fortunatamente, in questo caso specifico “Resistance is NOT futile and we will NOT be assimilated”!


Rina Brundu
Dublin, 06/07/2009
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Giornalismo online: rivoluzione (T)WIT-LESS

Sul pericolo rappresentato dalle rivoluzioni editoriali moderne

C’è qualcosa che non mi torna leggendo il pur ottimo articolo di Massimo Gaggi “La rivoluzione di Twitter manda in affanno i media” (Corriere della Sera del 24 Giugno 2009).


Concordo, per esempio, quando nel catenaccio scrive “Le reti sociali impongono una ridefinizione del giornalismo”, concordo (a fatica, ma concordo) quando mi fa indirettamente notare che si può fare “giornalismo” anche semplicemente riuscendo a trafugare una “fotografia vietata” da un Paese governato da un regime dispotico (vedi i ragazzi iraniani che grazie a Twitter trasmettono “brevi messaggi e immagini della sommossa e della repressione”).


Concordo pienamente quando sostiene che nel prossimo futuro “fare giornalismo diventa (anche) saper dominare le nuove tecnologie, aggirare i muri della censura, ma anche filtrare fonti la cui attendibilità è tutta da dimostrare..”. Ma questo è quanto. Ciò che non mi torna invece è l’impressione, che ricavo dalla lettura, di un eccessivo entusiasmo rispetto a quello che, alla fin fine, resta sempre un social-network tout court. Nulla più, nulla meno.


Associare “troppo” le cose del giornalismo (almeno di quello con la G maiuscola) agli exploit dell’ultima modalità comunicativa digitale (per quanto glamour e per quanto powerful) può essere pericoloso. Nonché controproducente. Sarebbe un po’ come se, nel microcosmo X, si ponessero sullo stesso piano gli informati e tempestivi pettegolezzi della Perpetua di paese, con i tentativi della “mente razionante locale” di verificare, approfondire, ma anche spiegare quelle stesse “notiziole” (e perché no? persino di determinarle – vedi per associazione il giornalismo d’inchiesta), allo scopo di meglio comprendere le soffocanti dinamiche dentro cui le stesse si producono.


Sarà perché parlare delle prospettive future (o della mancanza delle stesse) del giornalismo è diventato di moda! Giorni fa nel suo interessante Mediablog, Marco Pratellesi, discutendo di giornalismo online, titolava “Web, la fine del tutto gratis”. Il post faceva poi una veloce ricapitolazione di possibili “soluzioni” alla “reale” problematica di fondo (ovvero, come creare un modello giornalistico online economicamente valido), così come proposte da diverse fonti informative.


Mediablog citava, tra gli altri, uno studio americano riportato su Il Corriere Economia, studio che avrebbe evidenziato come la metà dei “navigatori-lettori” sarebbe disposta a pagare un abbonamento mensile ad un quotidiano se il costo fosse modesto (cinque euro circa). Pratellesi ricordava poi l’analisi fatta dallo stesso Gaggi sulla “soluzione-micro pagamenti” lanciata da Rupert Murdoch. Altre proposte si soffermavano sulla necessità di “una maggiore sintonia con i lettori”, mentre il post si chiudeva ricordando l’altalenante percorso compiuto da diversi, importanti, quotidiani tra la formula gratuita e quella a pagamento (delle notizie, s’intende!).


Per quanto mi riguarda, escluso l’item della “maggiore sintonia con i lettori”, che mi pare piuttosto una conditio sine qua non, io ritengo che tutte queste “ possibili, metodologie lavorative” siano in realtà superate e che avranno pure scarse possibilità di successo. Soprattutto, avranno scarse possibilità di successo se si limiteranno a diventare moderna confezione di un prodotto che resterà datato.


Per usare una semplice analogia, sarebbe come pretendere che i ragazzi di oggi mangiassero pavesini a go-go solo perché una determinatissima (a non soccombere) ditta produttrice, pur di salvare il prodotto, dopo settimane di intenso brain-storming del suo miglior management, fosse venuta su con l’idea di stimolare le vendite creando un package avveniristico.


Anche se il package fosse d’oro, infatti, sempre di pavesini si tratterebbe! Dubito molto dunque che, per quanto gloriosa, quella semplice galletta sarebbe in grado di soddisfare (da sola) i palati più “raffinati” della gioventù moderna (non me ne vogliano i produttori!). Senza considerare (e qui mi rifaccio alle perplessità avanzate in precedenza rispetto alla questione Twitter), che il rischio che questa incauta ditta correrebbe sarebbe quello di catalizzare l’attenzione sulle “meraviglie” della confezione e non sul prodotto stesso.


Dio ne scampi! La verità per fortuna recita che un lettore-navigatore può sì sborsare il peculio per pagare un lavoro scritturale ma questo deve valere il suo costo! Per esempio, è vecchissima (rispetto alla storia di Internet) la pratica di far pagare saggi letterari, o anche accurate analisi finanziarie delle tendenze di mercato (questo accadeva al tempo del boom – solo dopo è venuto fuori che era tutta carta straccia comunque, ma queste sono altre storie!). Quale laureando non lo farebbe se avesse la necessità di “rimpolpare” la sua tesi? Quale investitore non lo farebbe se fosse preoccupato per il domani?


Per converso, io non ho mai rinnovato per due mesi di fila un abbonamento online ad un quotidiano, perché alla fine mi veniva a noia: mi veniva a noia la sua struttura obsoleta, mi veniva a noia la mancanza di dinamicità rispetto al mondo vivo (e persino gratuito!) che lo circondava in Rete. Allo stesso modo, mai e poi mai accetterei di versare un micro-pagamento che magari mi si presenta sul conto in compagnia della diletta sorella banking-fee; in simil guisa, e per chiudere il cerchio, mai e poi mai accetterei di finanziare uno pseudo-giornalismo che sia anche soltanto un lontano parente di un social network o di un circolo gossiparo.


A mio modo di vedere dunque (e pur rendendomi conto che il tallone d’Achille di tutto il mio discorso sta nel suo fine ideale!), non si può parlare di nuovi modelli editoriali per il giornalismo del futuro, senza prima affrontare il tema dei suoi contenuti. O senza rispondere a fondamentali domande quali: che cosa vorrà dire essere giornalisti domani? Quali qualità renderanno tale un Premio Pulitzer del futuro che dovrà per forza giostrarsi tra le necessità “spirituali” della sua “arte” e quelle del ritorno economico?


Tutto questo ci riporta, fatalmente, alla importantissima questione dell’intrinseca capacità del professionista che svolgerà quella professione: che lo si voglia oppure no sarà infatti tale elemento il fattore chiave che farà la differenza. E, per certi versi, permetterà pure di vivere senza grosse preoccupazioni editoriali.


Insomma, per dirla seguendo la modalità glamour corrente, sarà proprio quello il fattore chiave che segnerà il confine tra l’essere professionisti-(T) wit-less e l’essere professisti (T) wit-full.(1)


Note:

(1) Lo wit (lo dico ad uso e consumo di quei quattro lettori che hanno avuto il buon senso di restare fedeli alla lingua di Dante) è l’arguzia, il bello spirito. Ma in verità è anche qualcosa di più. E’ di fatto parola quasi impossibile da tradurre in Italiano perché descrive in maniera mirabile la più grande capacità dell’intelletto - non a caso viene citato di frequente il learned-wit di Oscar Wilde.


Rina Brundu
Dublin, 24/06/2009
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domenica 5 luglio 2009

L'ombra

Tutto sommato va meglio...
Naturalmente non è che i cambiamenti siano sostanziali, ma a volte basta poco per migliorare l'umore.

Strane le giornate che sono e quelle che verranno.

Lui ne ha 100, lui nasce, lei se ne va.

venerdì 3 luglio 2009

La torre

MT mi ha chiesto della torre.
Mi ha detto che dovrei uscire dalla stessa.

Avrei voluto spiegarle che la "torre" è sì luogo fisico, ma è soprattutto
costruzione mentale. Prigione dell'anima. Cronica prigione dell'anima.

Nel tempo dovrebbe diventare anche osservatorio privilegiato.
Non per ora.

Sarà quando i capelli diventeranno bianchi e quel colore candido illuderà l'occhio che guarda su una qualche possibilità di saggezza acquisita.

Per il momento mi tormenta il dubbio soltanto.

L'altra stanza

Di fatto, mi pare proprio un'altra stanza.
Teoricamente dovrebbe permettermi di essere meno "formale"....
Non riesco ad esserlo.

Non ne sono capace.
Peccato!

Aiuterebbe di tanto.
Lasciarmi andare.
Vivo invece di infiniti silenzi.

A volte mi pare di vivere solo dentro tale dimensione e tutto ciò che
esiste intorno a quella, sopra e sotto... è solo conseguenza di cose minime.