Decalogo maledettamente serio per chi decide di creare uno
(o più) giornali letterari online
(o della Sindrome dell’Albero di Natale)
1. Assicurati di avere diretto accesso all’acqua benedetta o ad un’acquasantiera! Se sei nato in Sardegna procura di non abitare a più di un isolato di distanza dalla donna che prepara sa domina!
2. Non cominciare (per-carità-di-Dio) se prima non hai portato a termine i tuoi studi di linguistica: ti serviranno per capire le leggi di generazione di “costrutti acustici” quali: fanculo!
3. Ricordati che è sempre colpa tua se, dopo che gli/le hai pubblicato (e pure recensito!) tanto-cogitare-artistico non gli/le hanno assegnato il Campiello o similare! Vedi bene di scudisciarti severamente non meno di tre volte al giorno!
4.No, non sono zecche! Sono quelli che pensano che l’HTML sia una malattia infettiva…. però, a sentirli, hanno fatto loro!
5.No, non sono mosche fastidiose! Sono quelli che l’università non l’hanno vista neppure da lontano, però come scrivono e “criticano” loro! E senza tutta quella superbia!
6.No, non sono acari del bosco! Sono quelli che hanno quattro lauree e quindi ti consigliano che è “tutto da rifare!”.
7.Procura di aggiornare, almeno una volta al giorno, la classifica geni-incompresi-che-frequentano-il-tuo-sito!
8.Procura di ringraziare, almeno una volta al giorno, tutti i geni-incompresi-che-frequentano-il-tuo-sito!
9.Ricordati che devi morire!
10. And last but least… Bada bene che l’essere affetti dalla Sindrome dell’albero di Natale è una conditio sine qua non anche solo per azzardare un titolo della tua futura creazione. Insomma, maschio o femmina che tu sia, occorre avere le palle!
Rina Brundu
Dublin, 28/12/2009
©All rights reserved
martedì 29 dicembre 2009
lunedì 28 dicembre 2009
Giornalismo online: il mito di Internet
Considerazioni e riflessioni sulla Social-Network-Politik imperante
Non sono una fustigatrice di Internet! L’idea non mi passerebbe neppure per l'anticamera del cervello! Per quanto mi riguarda, il luogo-vituale-Internet è l’unico vero ricettacolo di tutto ciò che la nostra anima ed il nostro intelletto sono in grado di produrre! La Rete é infatti il solo media capace di far arrivare tale produzione, dalla fonte al fruitore, senza affrontare alcun “ostacolo” materiale, o “correzione” editoriale.
Con questo, voglio rispondere anche a coloro che accusano gli internauti di dotarsi di una “maschera” per poter navigare, ovvero per poter Essere dentro la nuova realtà ricreata! Una simile proposizione è, a mio modo di vedere, figlia di una grande incapacità di analisi, di un approccio obsoleto e moralistico ai problemi. Di fatto, di un approccio che mal si concilia con le “possibilità straordinarie” che questo modernissimo strumento di comunicazione ci fa intuire.
Vero è invece che se, come io sostengo, è soprattutto l’anima ad incastrarsi tra le maglie della Rete, la “moralità” e la “verità” della stessa non potrà che essere riflesso della somma delle “moralità” e delle “verità” proposte da tutte le anime che la fanno esistere! Ne consegue che, una “anima bella”, rifletterà questa sua bellezza, sul palcoscenico virtuale, anche laddove la sua quotidianità non le rendesse invece giustizia. Per converso, un’anima portata a “mascherare” la sua Essenza (della quale potrebbe pure vergognarsi!), lo farà anche in Internet. Né più, né meno! La “maschera” di cui si parla, naturalmente, non ha nulla a che vedere con l’utilizzo, da parte di molti “navigatori”, di nick, o dopplegaenger per proporsi online (ci possono essere ragioni molto valide per usare un alter ego, mentre a volte è persino necessario!), ma riguarda piuttosto ogni genere di armeggio difensivistico che tenda a presentarci come NON-siamo-dentro-veramente!
La Rete dunque come luogo di estrema libertà dello Spirito! Difficile negarlo! Per chiunque! Diverso è invece il discorso della idealizzazione del mito Internet. Diverso e pericoloso! Ancora più pericoloso può diventarlo quando, una simile idealizzazione, viene promossa dalla Stampa con la S maiuscola. Spetterebbe infatti proprio a questo tipo di giornalismo, e ai professionisti che lo fanno vivere, il proporsi come valvola di riduzione “umana” delle “comprensibilissime” esagerazioni “tecniche” internettiane.
Alla maniera dell’insegnante entusiasta, determinato a spiegare, agli alunni scalmanati, il valore di una-gita-di-classe-al-luna-park, oltre la gioia fugace che può dare l’immancabile corsa sulle montagne russe, il bravo giornalista dovrebbe tentare di razionalizzare “il buono” che offre Internet. Soprattutto, dovrebbe tentare di “depurarlo” dai suoi inevitabili eccessi, al fine di presentarlo, in maniera più controllata, ad un Signor Rossi qualsiasi. Ad un tempo, il buon giornalista, (ed il buon giornalismo), dovrebbe sapere confrontarsi onestamente con il dark-side di questa community molto speciale (inutile negarlo: tale lato oscuro esiste, come esiste un dark-side dell’anima di cui è riflesso!), tentare di capirlo, raccoglierne l’umore, anticiparne le mosse. Anche quando queste possono presentarsi potenzialmente nocive. In modo particolare, quando queste possono presentarsi “potenzialmente nocive”!
Oggidì però, non è certo questo approccio didattico che, una rapida carrellata tra le homepages dei principali quotidiani italiani, rivela! Di fatto, è da parecchi mesi che - particolarmente quando ci sono in ballo argomenti di natura politica, ma anche culturale - si assiste ad una progressiva, quanto fastidiosa, antropomorfizzazione della Rete che lascia davvero perplessi. Espressioni quali “Internet si sta mobilitando”, “Il popolo di Internet in piazza”, “Internet dice no (o dice si, per quel che ce ne cale!)” e via titolando, si fanno notare un giorno sì e l’altro pure. E non hanno senso!
Piuttosto, il giornale che le pubblica rischia quasi sempre di darsi la zampa sul piede! Da un lato, si ha l’impressione che non ci sia precisa percezione dell’universo che-è-la-Rete (ciascuna anima e ciascun intelletto, infatti, all’interno di quel calderone di anime di cui si è detto, conserva una sua totale indipendenza, e questo non è poco!), dall’altro, il tentativo di “addomesticare” l’intera community virtuale con metodi propagandistici-da-mobilitazione-generale-primi-anni-70, non può non far sorridere.
Sicuramente può lasciare perplesse le moderne generazioni! Paradossalmente però, essendo queste ultime frange giovanili più digitalmente-evolute e smaliziate, sono molto meno “a rischio-cooptazione” dei padri, meno abituati alle “insidie” virtuali! Al Signor Rossi qualsiasi, infatti, leggere che “Internet si sta mobilitando”, potrebbe creare una qualche preoccupazione! Soprattutto, senza sapere bene cosa stia accadendo, potrebbe crederci! O al contrario, potrebbe, nel tempo, assuefarsi alla Sindrome-dell’al-lupo-al-lupo, e quindi evitare di allertarsi veramente quando sarà necessario farlo!
Un altro rischio generato da questa imperante ed eccessiva “responsabilizzazione” giornalistica delle dinamiche virtuali, è quello di creare “confusione” sui ruoli assegnati dal consorzio civile. Se è vero dunque che i numerosi salotti televisivi non possono sostituirsi al Parlamento della Repubblica nello svolgere le mansioni che gli competono, è vero anche che questo ruolo non lo possono usurpare neppure i diversi social-network-de-noiartri! Non importa quanto trendy! Non importa quanto cool! Non importa quanto à-la-page! L’ultima novità di cui si sente davvero bisogno in un Paese come l’Italia (in un qualsiasi Paese mediamente civilizzato!), è una Social Network Politik post rivoluzione digitale che sommi, alle croniche magagne del carrozzone politico reale, le incontrollabili esagerazioni del suo alter ego virtuale! Oltre il danno la beffa!
Di sicuro, davanti agli inevitabili pericoli generati da questi perniciosi meccanismi comunicazionali moderni, è inaccettabile che una Stampa con la S maiuscola tiri il sasso per ritirare la mano subito dopo! Non vi è dubbio infatti che, oggi come oggi, la maggiore imputabilità per la circolazione di simili mostruosità-politico-culturali stia ancora con il giornalismo-tradizionale. Ma il buon padre è colui che si adopera in tutti i modi per evitare che il figlio commetta i suoi stessi errori, non colui che, in maniera incauta, gli fa portare il peso dei propri peccati sulle spalle!
Rina Brundu
Dublin, 26/12/2009
©All rights reserved
Non sono una fustigatrice di Internet! L’idea non mi passerebbe neppure per l'anticamera del cervello! Per quanto mi riguarda, il luogo-vituale-Internet è l’unico vero ricettacolo di tutto ciò che la nostra anima ed il nostro intelletto sono in grado di produrre! La Rete é infatti il solo media capace di far arrivare tale produzione, dalla fonte al fruitore, senza affrontare alcun “ostacolo” materiale, o “correzione” editoriale.
Con questo, voglio rispondere anche a coloro che accusano gli internauti di dotarsi di una “maschera” per poter navigare, ovvero per poter Essere dentro la nuova realtà ricreata! Una simile proposizione è, a mio modo di vedere, figlia di una grande incapacità di analisi, di un approccio obsoleto e moralistico ai problemi. Di fatto, di un approccio che mal si concilia con le “possibilità straordinarie” che questo modernissimo strumento di comunicazione ci fa intuire.
Vero è invece che se, come io sostengo, è soprattutto l’anima ad incastrarsi tra le maglie della Rete, la “moralità” e la “verità” della stessa non potrà che essere riflesso della somma delle “moralità” e delle “verità” proposte da tutte le anime che la fanno esistere! Ne consegue che, una “anima bella”, rifletterà questa sua bellezza, sul palcoscenico virtuale, anche laddove la sua quotidianità non le rendesse invece giustizia. Per converso, un’anima portata a “mascherare” la sua Essenza (della quale potrebbe pure vergognarsi!), lo farà anche in Internet. Né più, né meno! La “maschera” di cui si parla, naturalmente, non ha nulla a che vedere con l’utilizzo, da parte di molti “navigatori”, di nick, o dopplegaenger per proporsi online (ci possono essere ragioni molto valide per usare un alter ego, mentre a volte è persino necessario!), ma riguarda piuttosto ogni genere di armeggio difensivistico che tenda a presentarci come NON-siamo-dentro-veramente!
La Rete dunque come luogo di estrema libertà dello Spirito! Difficile negarlo! Per chiunque! Diverso è invece il discorso della idealizzazione del mito Internet. Diverso e pericoloso! Ancora più pericoloso può diventarlo quando, una simile idealizzazione, viene promossa dalla Stampa con la S maiuscola. Spetterebbe infatti proprio a questo tipo di giornalismo, e ai professionisti che lo fanno vivere, il proporsi come valvola di riduzione “umana” delle “comprensibilissime” esagerazioni “tecniche” internettiane.
Alla maniera dell’insegnante entusiasta, determinato a spiegare, agli alunni scalmanati, il valore di una-gita-di-classe-al-luna-park, oltre la gioia fugace che può dare l’immancabile corsa sulle montagne russe, il bravo giornalista dovrebbe tentare di razionalizzare “il buono” che offre Internet. Soprattutto, dovrebbe tentare di “depurarlo” dai suoi inevitabili eccessi, al fine di presentarlo, in maniera più controllata, ad un Signor Rossi qualsiasi. Ad un tempo, il buon giornalista, (ed il buon giornalismo), dovrebbe sapere confrontarsi onestamente con il dark-side di questa community molto speciale (inutile negarlo: tale lato oscuro esiste, come esiste un dark-side dell’anima di cui è riflesso!), tentare di capirlo, raccoglierne l’umore, anticiparne le mosse. Anche quando queste possono presentarsi potenzialmente nocive. In modo particolare, quando queste possono presentarsi “potenzialmente nocive”!
Oggidì però, non è certo questo approccio didattico che, una rapida carrellata tra le homepages dei principali quotidiani italiani, rivela! Di fatto, è da parecchi mesi che - particolarmente quando ci sono in ballo argomenti di natura politica, ma anche culturale - si assiste ad una progressiva, quanto fastidiosa, antropomorfizzazione della Rete che lascia davvero perplessi. Espressioni quali “Internet si sta mobilitando”, “Il popolo di Internet in piazza”, “Internet dice no (o dice si, per quel che ce ne cale!)” e via titolando, si fanno notare un giorno sì e l’altro pure. E non hanno senso!
Piuttosto, il giornale che le pubblica rischia quasi sempre di darsi la zampa sul piede! Da un lato, si ha l’impressione che non ci sia precisa percezione dell’universo che-è-la-Rete (ciascuna anima e ciascun intelletto, infatti, all’interno di quel calderone di anime di cui si è detto, conserva una sua totale indipendenza, e questo non è poco!), dall’altro, il tentativo di “addomesticare” l’intera community virtuale con metodi propagandistici-da-mobilitazione-generale-primi-anni-70, non può non far sorridere.
Sicuramente può lasciare perplesse le moderne generazioni! Paradossalmente però, essendo queste ultime frange giovanili più digitalmente-evolute e smaliziate, sono molto meno “a rischio-cooptazione” dei padri, meno abituati alle “insidie” virtuali! Al Signor Rossi qualsiasi, infatti, leggere che “Internet si sta mobilitando”, potrebbe creare una qualche preoccupazione! Soprattutto, senza sapere bene cosa stia accadendo, potrebbe crederci! O al contrario, potrebbe, nel tempo, assuefarsi alla Sindrome-dell’al-lupo-al-lupo, e quindi evitare di allertarsi veramente quando sarà necessario farlo!
Un altro rischio generato da questa imperante ed eccessiva “responsabilizzazione” giornalistica delle dinamiche virtuali, è quello di creare “confusione” sui ruoli assegnati dal consorzio civile. Se è vero dunque che i numerosi salotti televisivi non possono sostituirsi al Parlamento della Repubblica nello svolgere le mansioni che gli competono, è vero anche che questo ruolo non lo possono usurpare neppure i diversi social-network-de-noiartri! Non importa quanto trendy! Non importa quanto cool! Non importa quanto à-la-page! L’ultima novità di cui si sente davvero bisogno in un Paese come l’Italia (in un qualsiasi Paese mediamente civilizzato!), è una Social Network Politik post rivoluzione digitale che sommi, alle croniche magagne del carrozzone politico reale, le incontrollabili esagerazioni del suo alter ego virtuale! Oltre il danno la beffa!
Di sicuro, davanti agli inevitabili pericoli generati da questi perniciosi meccanismi comunicazionali moderni, è inaccettabile che una Stampa con la S maiuscola tiri il sasso per ritirare la mano subito dopo! Non vi è dubbio infatti che, oggi come oggi, la maggiore imputabilità per la circolazione di simili mostruosità-politico-culturali stia ancora con il giornalismo-tradizionale. Ma il buon padre è colui che si adopera in tutti i modi per evitare che il figlio commetta i suoi stessi errori, non colui che, in maniera incauta, gli fa portare il peso dei propri peccati sulle spalle!
Rina Brundu
Dublin, 26/12/2009
©All rights reserved
giovedì 24 dicembre 2009
Giornalismo online e cultura d’impresa
Considerazioni e riflessioni sul futuro del giornalismo e sul giornalismo del futuro.
Leggo che negli Stati Uniti d'America la deontologia giornalistica, ovvero l’insieme delle norme comportamentali, il codice etico proprio della professione, richiede un test di coerenza interna della notizia ed almeno una sua controprova da fonte diversa prima che dalla stessa si proceda a trarne conclusioni accettabili e dunque pubblicabili. A questo severo processo di controllo sembrerebbe non siano sfuggiti neppure gli articoli scritti da Bob Woodward e Carl Bernstein sul celeberrimo scandalo Watergate.
Nutro dubbi sul fatto che questo condivisibile modus operandi venga sempre applicato con pedissequa determinazione nella terra dello zio Sam, ma l’evidenza di questi tempi mi porta a concludere che di una tale illuminata prassi procedurale non esista traccia in Italia.
Scopo di questo articolo non è comunque quello di tirare nuovamente in ballo le note magagne del giornalismo italiano. Il target sarebbe piuttosto quello di tentare di identificare un possibile futuro della professione, anche alla luce delle molte possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dunque di capire quali strumenti possano aiutare nel tentativo di costruire questo futuro possibile.
La mia tesi di fondo è che il domani del giornalismo, e dunque di ogni giornalista del domani, sarà di molto legato alla sua capacità imprenditoriale. Ne deriva che, in quel tempo-che-verrà, la deontologia di riferimento non sarà solo quella storicamente applicabile al mestiere, ma dovrà gioco forza guardare ad una più generale etica imprenditoriale che, a sua volta, potrà diventare pedina rilevante nel modellarne il cammino.
Un primo importante vantaggio nell’avere una figura di giornalista-imprenditore sarebbe infatti quello di una maggiore “responsabilizzazione alla fonte”, quando la “fonte” è il professionista stesso. I benefici di una simile situazione non sarebbero pochi. Da un lato, ci sarebbe certezza di una serietà di metodo e di indagine che renderebbe pure meno pregnante la necessità della controprova di cui si è già detto, dall’altro verrebbe ridotta in maniera sensibile la “responsabilità” editoriale e dunque la capacità dell’editore di “pilotare” l’attività del giornalista.
Inoltre, dato che ogni buona avventura imprenditoriale riesce a sopravvivere, nel tempo, solamente quando all’ottenimento di un risultato corrisponde anche una indiscussa competenza di fondo, nonché una virtuosa gestione degli affari, l’avvento della figura del giornalista-imprenditore darebbe garanzia di professionalità prima di tutto al lettore. Questo perché, come in ogni business che si rispetti, sarà proprio il talento del mestierante in questione a creare un bacino d’utenza da portare in dono ad un qualsiasi editore disponibile a pubblicare il lavoro svolto. Né più né meno!
Conseguenza delle cose sarà che il futuro giornalista potrà essere tale solamente se l'occupazione che si é scelto coinciderà con le necessità delle passioni di una vita. Anzi, sarà proprio quell'interesse alle fondamenta a permettergli di superare qualsiasi ostacolo e a guadagnarsi il rispetto sul campo. Da non dimenticare vi é che un simile professionista in realtà non sarà mai solo. Lui/lei potrà sempre contare sull’aiuto di ogni strumento normalmente a disposizione di un buon gestore per fare crescere in maniera sana la sua impresa.
Di fatto, la concorrenza impedirà qualsiasi deriva perniciosa, mentre la necessità di tenere legato a sé il cliente-lettore sarà la potentissima arma di auto-controllo di quella possibile deriva. Diventare buoni-ottimi giornalisti sarà quindi condizione imprescindibile per venire considerati giornalisti tout court! E, vivaddio, non potrebbe essere altrimenti! Infatti, verranno subito a cadere gli alibi di quanti hanno sempre usato le manchevolezze editoriali o le manchevolezze degli enti deputati al controllo delle cose della professione, per giustificare la propria incapacità di base; l’imperdonabile leggerezza di avere scambiato un mestiere che è anche una missione per una possibilità facile di tirare a campare. Sempre meglio che lavorare, appunto!
Quando visto da questo prospettiva, il giornalismo del futuro potrà contare dunque su una task-force di professionisti assolutamente affidabili, preparati, presenti e determinati ad ottenere il miglior risultato con ogni mezzo lecito. Perché sarà pure la liceità del mezzo usato a fare la differenza, meglio ancora, la “liceità del mezzo” sarà davvero una conditio sine qua non (del resto, non è proprio la deontologia ad affermare che fini e mezzi sono strettamente dipendenti gli uni dagli altri, e dunque che un fine giusto sarà il risultato dell'utilizzo di giusti mezzi?).
Non ci si dovrà stupire perciò se, una sana concorrenza tra professionisti sarà la chiave di lettura del giornalismo che verrà ed, in verità, sarà la sola speranza di sopravvivenza del suo buon nome. Questo perché, come in ogni avventura umana o imprenditoriale che sia, non mancheranno certamente le insidie e gli ostacoli da superare. Al contrario, non meraviglierebbe se gli stessi, nel futuro prossimo, si presentassero moltiplicati rispetto alle misere schermaglie del presente. Proprio per questo sarà dunque necessario poter contare su professionisti capaci e deontologicamente irreprensibili!
Non so quanto tempo dovrà trascorrere prima che questo prevedibile status quo-professionistico comincerà ad imporsi nella realtà dei fatti, ma non ho dubbi che così sarà. Sia perché alla realizzazione di un simile - e altrimenti utopico - progetto darà una mano importante la Rete, sia perché l’alternativa sarebbe data dall’azzeramento della dignità del singolo professionista a favore delle più oscure velleità di questo o quell’altro gruppo editoriale. Dato che l’esperienza, anche di questi tempi, insegna che gli interessi-altri tendono spesso ad essere più forti ed impellenti della necessità della bontà-della-notizia, inutile dire che prima partirà questa rivoluzione possibile, meglio sarà!
Rina Brundu
Dublin, 29/11/2009
©All rights reserved
Leggo che negli Stati Uniti d'America la deontologia giornalistica, ovvero l’insieme delle norme comportamentali, il codice etico proprio della professione, richiede un test di coerenza interna della notizia ed almeno una sua controprova da fonte diversa prima che dalla stessa si proceda a trarne conclusioni accettabili e dunque pubblicabili. A questo severo processo di controllo sembrerebbe non siano sfuggiti neppure gli articoli scritti da Bob Woodward e Carl Bernstein sul celeberrimo scandalo Watergate.
Nutro dubbi sul fatto che questo condivisibile modus operandi venga sempre applicato con pedissequa determinazione nella terra dello zio Sam, ma l’evidenza di questi tempi mi porta a concludere che di una tale illuminata prassi procedurale non esista traccia in Italia.
Scopo di questo articolo non è comunque quello di tirare nuovamente in ballo le note magagne del giornalismo italiano. Il target sarebbe piuttosto quello di tentare di identificare un possibile futuro della professione, anche alla luce delle molte possibilità offerte dalle nuove tecnologie e dunque di capire quali strumenti possano aiutare nel tentativo di costruire questo futuro possibile.
La mia tesi di fondo è che il domani del giornalismo, e dunque di ogni giornalista del domani, sarà di molto legato alla sua capacità imprenditoriale. Ne deriva che, in quel tempo-che-verrà, la deontologia di riferimento non sarà solo quella storicamente applicabile al mestiere, ma dovrà gioco forza guardare ad una più generale etica imprenditoriale che, a sua volta, potrà diventare pedina rilevante nel modellarne il cammino.
Un primo importante vantaggio nell’avere una figura di giornalista-imprenditore sarebbe infatti quello di una maggiore “responsabilizzazione alla fonte”, quando la “fonte” è il professionista stesso. I benefici di una simile situazione non sarebbero pochi. Da un lato, ci sarebbe certezza di una serietà di metodo e di indagine che renderebbe pure meno pregnante la necessità della controprova di cui si è già detto, dall’altro verrebbe ridotta in maniera sensibile la “responsabilità” editoriale e dunque la capacità dell’editore di “pilotare” l’attività del giornalista.
Inoltre, dato che ogni buona avventura imprenditoriale riesce a sopravvivere, nel tempo, solamente quando all’ottenimento di un risultato corrisponde anche una indiscussa competenza di fondo, nonché una virtuosa gestione degli affari, l’avvento della figura del giornalista-imprenditore darebbe garanzia di professionalità prima di tutto al lettore. Questo perché, come in ogni business che si rispetti, sarà proprio il talento del mestierante in questione a creare un bacino d’utenza da portare in dono ad un qualsiasi editore disponibile a pubblicare il lavoro svolto. Né più né meno!
Conseguenza delle cose sarà che il futuro giornalista potrà essere tale solamente se l'occupazione che si é scelto coinciderà con le necessità delle passioni di una vita. Anzi, sarà proprio quell'interesse alle fondamenta a permettergli di superare qualsiasi ostacolo e a guadagnarsi il rispetto sul campo. Da non dimenticare vi é che un simile professionista in realtà non sarà mai solo. Lui/lei potrà sempre contare sull’aiuto di ogni strumento normalmente a disposizione di un buon gestore per fare crescere in maniera sana la sua impresa.
Di fatto, la concorrenza impedirà qualsiasi deriva perniciosa, mentre la necessità di tenere legato a sé il cliente-lettore sarà la potentissima arma di auto-controllo di quella possibile deriva. Diventare buoni-ottimi giornalisti sarà quindi condizione imprescindibile per venire considerati giornalisti tout court! E, vivaddio, non potrebbe essere altrimenti! Infatti, verranno subito a cadere gli alibi di quanti hanno sempre usato le manchevolezze editoriali o le manchevolezze degli enti deputati al controllo delle cose della professione, per giustificare la propria incapacità di base; l’imperdonabile leggerezza di avere scambiato un mestiere che è anche una missione per una possibilità facile di tirare a campare. Sempre meglio che lavorare, appunto!
Quando visto da questo prospettiva, il giornalismo del futuro potrà contare dunque su una task-force di professionisti assolutamente affidabili, preparati, presenti e determinati ad ottenere il miglior risultato con ogni mezzo lecito. Perché sarà pure la liceità del mezzo usato a fare la differenza, meglio ancora, la “liceità del mezzo” sarà davvero una conditio sine qua non (del resto, non è proprio la deontologia ad affermare che fini e mezzi sono strettamente dipendenti gli uni dagli altri, e dunque che un fine giusto sarà il risultato dell'utilizzo di giusti mezzi?).
Non ci si dovrà stupire perciò se, una sana concorrenza tra professionisti sarà la chiave di lettura del giornalismo che verrà ed, in verità, sarà la sola speranza di sopravvivenza del suo buon nome. Questo perché, come in ogni avventura umana o imprenditoriale che sia, non mancheranno certamente le insidie e gli ostacoli da superare. Al contrario, non meraviglierebbe se gli stessi, nel futuro prossimo, si presentassero moltiplicati rispetto alle misere schermaglie del presente. Proprio per questo sarà dunque necessario poter contare su professionisti capaci e deontologicamente irreprensibili!
Non so quanto tempo dovrà trascorrere prima che questo prevedibile status quo-professionistico comincerà ad imporsi nella realtà dei fatti, ma non ho dubbi che così sarà. Sia perché alla realizzazione di un simile - e altrimenti utopico - progetto darà una mano importante la Rete, sia perché l’alternativa sarebbe data dall’azzeramento della dignità del singolo professionista a favore delle più oscure velleità di questo o quell’altro gruppo editoriale. Dato che l’esperienza, anche di questi tempi, insegna che gli interessi-altri tendono spesso ad essere più forti ed impellenti della necessità della bontà-della-notizia, inutile dire che prima partirà questa rivoluzione possibile, meglio sarà!
Rina Brundu
Dublin, 29/11/2009
©All rights reserved
Iscriviti a:
Post (Atom)