Considerazioni e riflessioni dopo lo stop all’opzione elezioni anticipate
Finchè la nave va lasciala andare… recitava una canzonetta di tanto tempo fa. Più o meno, insomma. Forse il paroliere citava le barche, ma noi dobbiamo parlare di navi. Anche di navi di una certa stazza immagino, navi lussuose, da crociera per intenderci. Di quelle che partono per viaggi lunghi, programmati nel dettaglio, con lista definita di passeggeri, assegnazione di cabine più o meno prestigiose, ospiti trendy ed una attenta selezione dei porti-cool dove ancorare per il tempo necessario, in attesa di riprendere di nuovo il largo. Verso il mare aperto ed altri indimenticabili mete da sogno.
Accade raramente, ma sembrerebbe che accada, che l’ancoraggio sia permanente, o comunque duraturo. Una sorta di incaglio, di fermata di una nave in una secca, ma volontario. Ancoraggio-forzato dunque, per lo più conseguenza di alcuni problemi tecnici rilevati, perché prevenire, si sa, è meglio che curare. Proprio come potrebbero aver pensato negli alti luoghi dove si fa la politica che conta, per la precisione laddove si è deciso di non curare lo strappo interno alla maggioranza con un ricorso alle elezioni anticipate. Del resto, questa era una delle possibilità dall’esito incerto prospettate dalla situazione di eccezionale stallo che si era venuta a creare nei giorni scorsi o, per meglio dire, una delle possibile risposte ad un rebus senza soluzione.
Ciò che colpisce in tutta questa vicenda non è tuttavia la decision presa per risolvere, quanto piuttosto la straordinarietà delle dinamiche che si sono andate manifestando. Caratteristica prima dei governi di coalizione (ed il corrente esecutivo è senz’altro il risultato di un’alleanza di più partiti per quanto si tenda a dimenticarlo) è generalmente la loro precarietà sempre determinata dalle dinamiche fragili e volatili che li sostengono. Un poco come una specie di zattera assemblata malamente e le cui singole assi si perderanno finanche nel mare più calmo non appena le funi marce con cui sono state legate cederanno.
Nel caso specifico però si è scoperto che di zattera non si trattava proprio, quanto piuttosto di nave piuttosto complessa, per certi versi tecnologicamente evoluta nel suo essere saldata con una speciale colla che adesso ne impedisce il riutilizzo delle singole parti. Tentare di scinderle infatti, significherebbe restituire a ciascuna asse usata per costruirla una identità diversa da quella sacrificata nella saldatura. Ma soprattutto significherebbe rompere il prezioso giocattolo così creato, perdere la fiducia dei clienti che lo hanno acquistato e dulcis in fundo favorire il loro migrare verso i servigi di altro… armatore.
Nessuna meraviglia dunque che si sia preferito ancorare la love-boat, la nave dei sogni, in porto-sicuro. Nell’attesa che il vento cambi naturalmente, e che i tecnici si occupino di riparare i guasti. Senza considerare che all’interno di una qualsiasi lussuosa nave da crociera, così come accade in ogni microuniverso bastante alle sue necessità, la vita continuerà a scorrere tranquilla. E ci saranno incontri, discussioni, feste, baccanali, colpi bassi, colpi mortali, disannoramenti, innamoramenti, ma persino colpi di fulmine capaci di rivoltare le carte in tavola… in the blink of an eye.
Et intanto, potrebbe cantare un qualsiasi poeta, il popolo ammirato stava a guardare….. Perché se, come sosteneva Abramo Lincoln, la democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo, è pure innegabile che quando si tratta di andare in crociera esista popolo e popolo. E così è anche se non ci pare.
Rina Brundu
09/09/2010
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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
giovedì 9 settembre 2010
venerdì 27 agosto 2010
Antimateria
Teoria-fisica-per-dummies ed altre robe inutili.
Dice che la Nasa ha finalmente dato il via libera alla missione AMS (Alpha Magnetic Spectrometer), lo strumento preparato dal Cern di Ginevra e a cui è stato affidato il futuristico compito di scovare l’antimateria e dunque gli eventuali antimondi intorno a noi. L’antimateria viene descritta come una aggregazione di antiparticelle (ovvero di particelle aventi una stessa massa, ma numeri quantici di segno opposto) corrispondenti alle particelle tipiche della materia ordinaria. Per esempio, un atomo di antidrogeno, sarà composto da un antiprotone caricato negativamente, attorno al quale orbita un positrone (antielettrone) caricato positivamente.
Dice che se una particella ed una antiparticella si toccano, le due si annichiliscono, ovvero si distruggono, si annientano emettendo radiazione elettromagnetica. Un poco come se un governo-del-fare venisse a contatto con un governo-del-quanto-me-la-godo e dalla collusione emergesse un popolo senza dirigenza. L’unica differenza con lo scontro particella-antiparticella sarebbe data dal fatto che le onde elettromagnetiche prodotte fanno meno rumore di una camera di rappresentanti del popolo che se la danno di santa ragione e non reclamano costosi fondi pensione a carico del contribuente.
Dice che gli antimondi potrebbero essere tutti intorno a noi. Insomma, non esisterebbe soltanto l’universo che abitiamo, tocchiamo, vediamo. Quasi come se qui in Italia, una opposizione politica organizzata esistesse veramente e non fosse solo una proiezione astratta di qualche teorico impenitente. Il problema che mi pare di individuare è che l’antimondo dovrebbe essere un negativo del mondo reale, arduo dunque capire se non si rischierebbe di cadere dalla padella nella brace, fermo restando che da noi nulla mai è se così non ci pare.
Dice che l’antimateria implicherebbe l’esistenza di un nostro doppione caricato al contrario. Facile quindi immaginare un antiuniverso benigno pullulante di mondi abitati da esseri civili e moralmente evoluti. Una antiterra abitata da uomini e donne apparentemente simili a noi ma capaci di accogliere gli altri piuttosto che rispedirli alla frontiera come indesiderati. Capaci di commuoversi davanti ad un altro bambino Rom sacrificato sull’altare della nostra stessa inadeguatezza o davanti all’infinita emergenza di un Pakistan prostrato dalle alluvioni, dove la morte non fa fatica a proporsi quale chimera amica. Facile finanche capire perché simili anti-esseri illuminati preferirebbero annichilirsi nel contatto piuttosto che coesistere.
Dice che la materia oscura è concezione totalmente diversa. E sarebbe quella componente di materia non osservabile direttamente ma intuibile nei suoi effetti gravitazionali. Individuarla significherebbe comprendere come hanno fatto a formarsi le galassie in un tempo così ridotto e come riescano a mantenere la loro integrità a dispetto di una gravità non sufficiente per lo scopo. Misteri minimi se comparati ai grandi misteri d’Italia, per la cui chiarificazione non basterebbero cento “modelli standard”. Ma che anche la colpa di quei nostri enigmi irrisolti e delle mille stragi impunite sia della materia-oscura mi pare fuori discussione. Del resto, se la risposta non la fornisse la Scienza… campa cavallo!
Rina Brundu
27/08/2010
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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
Dice che la Nasa ha finalmente dato il via libera alla missione AMS (Alpha Magnetic Spectrometer), lo strumento preparato dal Cern di Ginevra e a cui è stato affidato il futuristico compito di scovare l’antimateria e dunque gli eventuali antimondi intorno a noi. L’antimateria viene descritta come una aggregazione di antiparticelle (ovvero di particelle aventi una stessa massa, ma numeri quantici di segno opposto) corrispondenti alle particelle tipiche della materia ordinaria. Per esempio, un atomo di antidrogeno, sarà composto da un antiprotone caricato negativamente, attorno al quale orbita un positrone (antielettrone) caricato positivamente.
Dice che se una particella ed una antiparticella si toccano, le due si annichiliscono, ovvero si distruggono, si annientano emettendo radiazione elettromagnetica. Un poco come se un governo-del-fare venisse a contatto con un governo-del-quanto-me-la-godo e dalla collusione emergesse un popolo senza dirigenza. L’unica differenza con lo scontro particella-antiparticella sarebbe data dal fatto che le onde elettromagnetiche prodotte fanno meno rumore di una camera di rappresentanti del popolo che se la danno di santa ragione e non reclamano costosi fondi pensione a carico del contribuente.
Dice che gli antimondi potrebbero essere tutti intorno a noi. Insomma, non esisterebbe soltanto l’universo che abitiamo, tocchiamo, vediamo. Quasi come se qui in Italia, una opposizione politica organizzata esistesse veramente e non fosse solo una proiezione astratta di qualche teorico impenitente. Il problema che mi pare di individuare è che l’antimondo dovrebbe essere un negativo del mondo reale, arduo dunque capire se non si rischierebbe di cadere dalla padella nella brace, fermo restando che da noi nulla mai è se così non ci pare.
Dice che l’antimateria implicherebbe l’esistenza di un nostro doppione caricato al contrario. Facile quindi immaginare un antiuniverso benigno pullulante di mondi abitati da esseri civili e moralmente evoluti. Una antiterra abitata da uomini e donne apparentemente simili a noi ma capaci di accogliere gli altri piuttosto che rispedirli alla frontiera come indesiderati. Capaci di commuoversi davanti ad un altro bambino Rom sacrificato sull’altare della nostra stessa inadeguatezza o davanti all’infinita emergenza di un Pakistan prostrato dalle alluvioni, dove la morte non fa fatica a proporsi quale chimera amica. Facile finanche capire perché simili anti-esseri illuminati preferirebbero annichilirsi nel contatto piuttosto che coesistere.
Dice che la materia oscura è concezione totalmente diversa. E sarebbe quella componente di materia non osservabile direttamente ma intuibile nei suoi effetti gravitazionali. Individuarla significherebbe comprendere come hanno fatto a formarsi le galassie in un tempo così ridotto e come riescano a mantenere la loro integrità a dispetto di una gravità non sufficiente per lo scopo. Misteri minimi se comparati ai grandi misteri d’Italia, per la cui chiarificazione non basterebbero cento “modelli standard”. Ma che anche la colpa di quei nostri enigmi irrisolti e delle mille stragi impunite sia della materia-oscura mi pare fuori discussione. Del resto, se la risposta non la fornisse la Scienza… campa cavallo!
Rina Brundu
27/08/2010
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domenica 8 agosto 2010
Dis-unions
Sul ruolo dei sindacati in tempi di crisi
Dopo il default Lehman Brothers del 15 Settembre 2008, e nella successiva crisi finanziaria globale che ne seguì, uno degli aspetti che maggiormente mi colpirono in quel d’Irlanda fu il quasi totale venire meno del ruolo dei sindacati. Vi era qualcosa di paradossale in quello che stava accadendo, dato che mai come in quel momento una loro presenza attiva sarebbe stata indispensabile.
Di fatto, mi rendevo conto che l’assenza delle unions non era viziosa. Non era neppure un’assenza. Semplicemente, tanto più è perniciosa la crisi tanto più il ruolo del sindacato diventa marginale. È una verità e non può essere altrimenti. Di sicuro, non poteva essere altrimenti nel burrascoso aftermath del crollo Lehman quando i posti di lavoro cominciarono a rovinare a centinaia di migliaia come ciliegie appese ai rami fragili di un albero sbatacchiato dall’uragano più spaventoso.
Ma non poteva essere altrimenti neppure nel tempo che ne seguì quando, dopo mesi e mesi di orizzonte cupo, la situazione cominciò a stabilizzarsi. Solamente in apparenza si intende. In verità, era proprio in quel momento che cominciava uno status-quo veramente deleterio e che, a mio modo di vedere, nessuno si è mai preso la briga di andare a verificare con l’attenzione che meriterebbe. Uno status-quo insalubre soprattutto nell’Isola Smeralda, appena reduce da un boom continuato che, per più di una decade, aveva suo malgrado contribuito a distaccare mentalmente gli Irlandesi e i loro ospiti residenti dalle dinamiche lavorative più severe che di solito governano il mondo.
Fu allora dunque che, con lo spettro del licenziamento che vagava libero lungo le verdi colline d’Irlanda, iniziò quel periodo di assoluto padroneggiare delle company sul destino dei loro uomini e delle loro donne. E proprio come accade durante il periodo più oscuro di un qualsiasi regime dittatoriale la paura serpeggiava. La paura di dire la paura di fare. Ricordo soprattutto il silenzio rassegnato che lentamente andò prendendo il posto delle grasse risate e dell’incoscienza propiziata da anni di abbondanza e di edonismo esagerato.
Ricordo il passo affrettato degli Irlandesi che la mattina si alzavano insolitamente presto per andare al lavoro, ricordo i loro visi segnati dallo stress, ricordo i titoloni sui giornali e ricordo i cartelli ON SALE appesi dalle agenzie immobiliari alle decine e decine di graziose villette spuntate come funghi durante la decade precedente. Ricordo anche cartelloni giganti aggrappati lungo tutta la superficie di edifici destinati ad uffici, e che un tempo avevano procurato affari d’oro, nei quali si leggeva un invito alle società a trasferirvisi e a pagare soltanto le spese.
E infine ricordo quel ritrovato parlare di emigrazione, di visita ai parenti in Australia, di desiderio di cambiamento. Erano gli stessi discorsi che gli avi di sempre avevano conosciuto per una vita e che per un fuggevole istante il tempo avevo dato l’illusione che potessero non farsi più. Ma si facevano. Occorreva farli. E ogni lavoratore d’Irlanda li faceva a sé stesso. Nella più completa solitudine.
Ripensando a quel tempo mi viene adesso da parafrasare Proust. E da dire quindi che i legami tra gli esseri umani esistono solamente nel pensiero. La difficoltà (la crisi finanziaria?) nell’acutizzarsi li allenta, “e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri (o veniamo ingannati?) noi viviamo soli. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente”.
Rina Brundu
08/08/2010
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Dopo il default Lehman Brothers del 15 Settembre 2008, e nella successiva crisi finanziaria globale che ne seguì, uno degli aspetti che maggiormente mi colpirono in quel d’Irlanda fu il quasi totale venire meno del ruolo dei sindacati. Vi era qualcosa di paradossale in quello che stava accadendo, dato che mai come in quel momento una loro presenza attiva sarebbe stata indispensabile.
Di fatto, mi rendevo conto che l’assenza delle unions non era viziosa. Non era neppure un’assenza. Semplicemente, tanto più è perniciosa la crisi tanto più il ruolo del sindacato diventa marginale. È una verità e non può essere altrimenti. Di sicuro, non poteva essere altrimenti nel burrascoso aftermath del crollo Lehman quando i posti di lavoro cominciarono a rovinare a centinaia di migliaia come ciliegie appese ai rami fragili di un albero sbatacchiato dall’uragano più spaventoso.
Ma non poteva essere altrimenti neppure nel tempo che ne seguì quando, dopo mesi e mesi di orizzonte cupo, la situazione cominciò a stabilizzarsi. Solamente in apparenza si intende. In verità, era proprio in quel momento che cominciava uno status-quo veramente deleterio e che, a mio modo di vedere, nessuno si è mai preso la briga di andare a verificare con l’attenzione che meriterebbe. Uno status-quo insalubre soprattutto nell’Isola Smeralda, appena reduce da un boom continuato che, per più di una decade, aveva suo malgrado contribuito a distaccare mentalmente gli Irlandesi e i loro ospiti residenti dalle dinamiche lavorative più severe che di solito governano il mondo.
Fu allora dunque che, con lo spettro del licenziamento che vagava libero lungo le verdi colline d’Irlanda, iniziò quel periodo di assoluto padroneggiare delle company sul destino dei loro uomini e delle loro donne. E proprio come accade durante il periodo più oscuro di un qualsiasi regime dittatoriale la paura serpeggiava. La paura di dire la paura di fare. Ricordo soprattutto il silenzio rassegnato che lentamente andò prendendo il posto delle grasse risate e dell’incoscienza propiziata da anni di abbondanza e di edonismo esagerato.
Ricordo il passo affrettato degli Irlandesi che la mattina si alzavano insolitamente presto per andare al lavoro, ricordo i loro visi segnati dallo stress, ricordo i titoloni sui giornali e ricordo i cartelli ON SALE appesi dalle agenzie immobiliari alle decine e decine di graziose villette spuntate come funghi durante la decade precedente. Ricordo anche cartelloni giganti aggrappati lungo tutta la superficie di edifici destinati ad uffici, e che un tempo avevano procurato affari d’oro, nei quali si leggeva un invito alle società a trasferirvisi e a pagare soltanto le spese.
E infine ricordo quel ritrovato parlare di emigrazione, di visita ai parenti in Australia, di desiderio di cambiamento. Erano gli stessi discorsi che gli avi di sempre avevano conosciuto per una vita e che per un fuggevole istante il tempo avevo dato l’illusione che potessero non farsi più. Ma si facevano. Occorreva farli. E ogni lavoratore d’Irlanda li faceva a sé stesso. Nella più completa solitudine.
Ripensando a quel tempo mi viene adesso da parafrasare Proust. E da dire quindi che i legami tra gli esseri umani esistono solamente nel pensiero. La difficoltà (la crisi finanziaria?) nell’acutizzarsi li allenta, “e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri (o veniamo ingannati?) noi viviamo soli. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente”.
Rina Brundu
08/08/2010
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mercoledì 28 luglio 2010
Giornalismo online: i predicatori
Sui Savonarola dei nostri tempi e su altri dettagli minimi.
Una caratteristica del giornalismo online che mi ha sempre colpito e la facilità con cui sa creare moderni Savonarola e predicatori di vario genere. Vale a dire, V.I.P, semi-V.I.P., sconosciuti, semi-sconosciuti che dall’oggi al domani, in virtù della facilità di pubblicazione in Rete, si impegnano in un quotidiano dirimere su ogni argomento possibile e immaginabile. Il più delle volte senza cognizione di causa. Lo dico con certezza perché io sono uno spirito-che-scrive a rischio trasformazione in un tal moderno Savonarola, e non potrei negare altrimenti.
Da dire vi è che simili figure esistevano ed esistono anche nel giornalismo tradizionale. Di fatto, un qualsiasi editorialista che commenta la notizia del giorno è un possibile predicatore. La differenza con i “colleghi online” è data soprattutto da due fattori: il controllo editoriale e la capacità minima di interazione che consente la pubblicazione cartacea. Gli effetti della supervisione editoriale sono, a loro volta, duplici. Da un lato assicureranno il controllo editoriale (appunto!) sul giornalista-commentatore (che è dunque sotto tutela formale dell’editore), dall’altro agiranno quale fondamentale elemento capace di conferire “importanza” a colui o colei che scrive. In altre parole, l’autorità morale (et non) di un qualsiasi commentatore tradizionale può derivare più facilmente dal prestigio della testata per cui lavora, piuttosto che dalla sua effettiva capacità di analisi.
Per converso, la ridotta possibilità di interazione con il lettore (che con il giornalismo tradizionale può manifestarsi solamente attraverso le lettere al giornale) è un altro elemento capace di limitare “l’esposizione” mediatica del commentatore che, a meno di un suo essere particolarmente brillante, difficilmente potrà “esistere” quale stella indipendente dall’universo-testata che la fa vivere. Problemi questi che certamente non incontra il “giornalista online”, non quando è veramente tale e può gestire in totale autonomia la sua attività.
Naturalmente, quest’ultimo ha altre “difficoltà” da considerare. È infatti proprio la mancanza di un valido filtro-editoriale la causa principale della Sindrome del Predicatore, ovvero di quel perniciosissimo processo che può rapidamente trasformare un onesto gentiluomo (o gentildonna) in una sorta di cyber-cronista vinto da manie di grandezza. Tale Sindrome è tanto più nefasta quando si considera la facilità con cui la Rete può creare l’equazione popolarità-del-sito=credibilità-della-notizia-riportata. Non è così naturalmente, ma dirigere in maniera accorta il traffico sulle intasate strade dell’interweb è compito improbo quasi quanto completare i lavori della Salerno-Reggio Calabria.
Il problema che ne deriva è dato dal fatto che, una volta creato, il “predicatore online” è praticamente inarrestabile. Per certi versi ricorda quelle instancabili comari che, dentro le dinamiche atrofizzate dei villaggi di provincia, si impongono quali organizzatrici della vita sociale, proponendo la realizzazione di mille futuri-progetti ad ogni raduno settimanale. Tra questi: la creazione di un centro ricreativo per la gioventù-che-non-si-sa-dove-sta-andando, di una discoteca psichedelica per anziani rampanti, di un centro polifunzionale per convegni sui tartufi caso mai qualche-cercatore-di-tartufi-interessato-passasse-di-qui. Nel tempo, arrivano ad occuparsi di qualsiasi argomento che esula dalle competenze, e vittime pure loro di un mal intenso senso di potenza (altrimenti noto come Sotto-sindrome del Ghe pensi mi) arrivano immancabilmente a sfidare l’autorità costituita (nello specifico il Sindaco e il Consiglio Comunale) candidandosi direttamente alle incombenti elezioni di paese.
Ironia a parte, la Storia, anche recente, ci insegna che questi rischi di esasperazione delle possibilità democratiche che offre la Rete sono qualcosa di più di un rischio, ovvero sono una concreta possibilità deleteria. Molto spesso con la complicità delle più oneste intenzioni del predicatore stesso: per intenderci, è un processo molto simile a quello delle incoronazioni per acclamazione popolare procurate più dal mood del momento che da una ponderata considerazione delle azioni che si stanno compiendo.
Tutto questo mentre di ogni altro in-più avrebbe bisogno il giornalismo online meno che di contribuire alla creazione di nuovi eroi, martiri della libertà di stampa capaci di spostare con la loro sola esistenza il baricentro dell’attenzione dai veri problemi che occorrerebbe risolvere. E che i “commentatori online” dovrebbero, nel loro piccolo, aiutare a risolvere. Magari limitandosi a proporre una diversa visione delle cose, che sommata alle altre visioni, potrebbe certamente permettere di cogliere momenti di verità altrimenti negata.
Rina Brundu
28/07/2010
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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
Una caratteristica del giornalismo online che mi ha sempre colpito e la facilità con cui sa creare moderni Savonarola e predicatori di vario genere. Vale a dire, V.I.P, semi-V.I.P., sconosciuti, semi-sconosciuti che dall’oggi al domani, in virtù della facilità di pubblicazione in Rete, si impegnano in un quotidiano dirimere su ogni argomento possibile e immaginabile. Il più delle volte senza cognizione di causa. Lo dico con certezza perché io sono uno spirito-che-scrive a rischio trasformazione in un tal moderno Savonarola, e non potrei negare altrimenti.
Da dire vi è che simili figure esistevano ed esistono anche nel giornalismo tradizionale. Di fatto, un qualsiasi editorialista che commenta la notizia del giorno è un possibile predicatore. La differenza con i “colleghi online” è data soprattutto da due fattori: il controllo editoriale e la capacità minima di interazione che consente la pubblicazione cartacea. Gli effetti della supervisione editoriale sono, a loro volta, duplici. Da un lato assicureranno il controllo editoriale (appunto!) sul giornalista-commentatore (che è dunque sotto tutela formale dell’editore), dall’altro agiranno quale fondamentale elemento capace di conferire “importanza” a colui o colei che scrive. In altre parole, l’autorità morale (et non) di un qualsiasi commentatore tradizionale può derivare più facilmente dal prestigio della testata per cui lavora, piuttosto che dalla sua effettiva capacità di analisi.
Per converso, la ridotta possibilità di interazione con il lettore (che con il giornalismo tradizionale può manifestarsi solamente attraverso le lettere al giornale) è un altro elemento capace di limitare “l’esposizione” mediatica del commentatore che, a meno di un suo essere particolarmente brillante, difficilmente potrà “esistere” quale stella indipendente dall’universo-testata che la fa vivere. Problemi questi che certamente non incontra il “giornalista online”, non quando è veramente tale e può gestire in totale autonomia la sua attività.
Naturalmente, quest’ultimo ha altre “difficoltà” da considerare. È infatti proprio la mancanza di un valido filtro-editoriale la causa principale della Sindrome del Predicatore, ovvero di quel perniciosissimo processo che può rapidamente trasformare un onesto gentiluomo (o gentildonna) in una sorta di cyber-cronista vinto da manie di grandezza. Tale Sindrome è tanto più nefasta quando si considera la facilità con cui la Rete può creare l’equazione popolarità-del-sito=credibilità-della-notizia-riportata. Non è così naturalmente, ma dirigere in maniera accorta il traffico sulle intasate strade dell’interweb è compito improbo quasi quanto completare i lavori della Salerno-Reggio Calabria.
Il problema che ne deriva è dato dal fatto che, una volta creato, il “predicatore online” è praticamente inarrestabile. Per certi versi ricorda quelle instancabili comari che, dentro le dinamiche atrofizzate dei villaggi di provincia, si impongono quali organizzatrici della vita sociale, proponendo la realizzazione di mille futuri-progetti ad ogni raduno settimanale. Tra questi: la creazione di un centro ricreativo per la gioventù-che-non-si-sa-dove-sta-andando, di una discoteca psichedelica per anziani rampanti, di un centro polifunzionale per convegni sui tartufi caso mai qualche-cercatore-di-tartufi-interessato-passasse-di-qui. Nel tempo, arrivano ad occuparsi di qualsiasi argomento che esula dalle competenze, e vittime pure loro di un mal intenso senso di potenza (altrimenti noto come Sotto-sindrome del Ghe pensi mi) arrivano immancabilmente a sfidare l’autorità costituita (nello specifico il Sindaco e il Consiglio Comunale) candidandosi direttamente alle incombenti elezioni di paese.
Ironia a parte, la Storia, anche recente, ci insegna che questi rischi di esasperazione delle possibilità democratiche che offre la Rete sono qualcosa di più di un rischio, ovvero sono una concreta possibilità deleteria. Molto spesso con la complicità delle più oneste intenzioni del predicatore stesso: per intenderci, è un processo molto simile a quello delle incoronazioni per acclamazione popolare procurate più dal mood del momento che da una ponderata considerazione delle azioni che si stanno compiendo.
Tutto questo mentre di ogni altro in-più avrebbe bisogno il giornalismo online meno che di contribuire alla creazione di nuovi eroi, martiri della libertà di stampa capaci di spostare con la loro sola esistenza il baricentro dell’attenzione dai veri problemi che occorrerebbe risolvere. E che i “commentatori online” dovrebbero, nel loro piccolo, aiutare a risolvere. Magari limitandosi a proporre una diversa visione delle cose, che sommata alle altre visioni, potrebbe certamente permettere di cogliere momenti di verità altrimenti negata.
Rina Brundu
28/07/2010
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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
Lo statista
Teoria-politica-per-dummies applicata alla qualità della leadership in Italia
Secondo alcune definizioni, il termine “statista” indicherebbe “un personaggio politico deputato a governare e regolare gli affari dello Stato”. Lo stesso termine non implicherebbe però “caratteristiche democratiche della figura: anche un dittatore può considerarsi uno statista”. Francamente questa spiegazione non mi convince. Sarà che ci avrei messo la mano sul fuoco sulla carica connotativa positiva della parola! Ma c’è di più! Chi è “deputato” a fare una qualsiasi cosa, di solito la fa perché è stato incaricato da qualcuno, o più di uno. Insomma, il verbo “deputare” non lo vedo bene con le cose delle dittatura. E questo lo dico ben sapendo di un significato originario del termine “dittatore” molto diverso da quello attuale.
Speculazioni linguistiche a parte, conservo dubbi anche di altra-natura. Prendiamo per esempio il caso di Winston Churchill, lo statista per eccellenza! Una figura molto controversa, il cui personale prestigio ha conosciuto alti e bassi. Mi chiedo come l’avrebbe ricordato la Storia se non avesse mai potuto sollevare al cielo le dita in segno di vittoria!! Questo per dire che forse i grandi statisti, indipendentemente dai risultati raggiunti, li consacra il Tempo. Un Tempo che confida nel suo stesso scorrere, nella memoria fallace degli uomini e soprattutto nell’inevitabile morire di ogni loro più accesa passione. Con tutto ciò che quelle passioni si portano dietro: invidia, gelosia, rancore. Ma, paradossalmente, anche la capacità di ricordare ogni scomoda-verità che, al fine di permettere la consacrazione “dell’eroe”, dovrà necessariamente venire rimossa. O almeno “obliata”.
Esistono oggidì sul suolo del Bel Paese dei leader meritevoli di essere ricordati come dei grandi statisti, o degli statisti-tout-court? Immagino che una onesta analisi dello status-quo politico italiano, implicherebbe una risposta positiva. E se ad una tale onestà di metodo vogliamo attenerci, è pure facile individuare nell’attuale Presidente del Consiglio la figura che più di ogni altra potrebbe aspirare a questo titolo. Se non altro perché l’Italia-berlusconiana è un fatto storico inconfutabile. Positivo o negativo, non è rilevante per i nostri scopi. Del resto, una simile conclusione concorderebbe perfettamente con le indicazioni fornite dalla definizione del termine “statista” già analizzata nell’incipit. Non mi sto riferendo naturalmente ad una fantomatica coincidenza della figura del Berlusconi-statista con quella di un dittatore (ritengo infatti che simili accostamenti siano delle grandi sciocchezze da bar-dello-sport – soprattutto, li ritengo manchevoli di rispetto nei confronti di coloro che le dittature, quelle vere, le soffrono sulla pelle), quanto piuttosto alla possibilità che uno “statista” possa essere tale indipendentemente dalla qualità della carica etica che marca il suo personaggio.
Detto questo, continuo a nutrire delle perplessità. Per esempio non ho difficoltà ad associare Silvio Berlusconi con la figura del “principe” di Machiavelli. Ovvero, la figura di un leader-nato che, in quanto tale, è capace di generare consenso e dissenso. Di stringere amicizie, così come di esasperare la disamistade. Di ottenere grandi risultati, ma ad un tempo vivere in bilico tra ciò che potrebbe essere e ciò che imprevedibilmente non sarà (per quanto accuratamente programmato!). Tuttavia, mi viene molto difficile considerarlo un grande statista. Non escludo che così sia perché i tempi moderni mal si addicono ai grandi statisti! O forse perché, a ben vedere, di grandi statisti non ce ne sono mai stati! Ci sono stati solo uomini (poche donne, purtroppo!) con i loro molti difetti e le poche virtù. Da qui anche la cautela etica nella definizione di “statista” più volte ricordata….
Di sicuro, nel mio immaginario privato, un grande statista è uno spirito capace di “governare e regolare gli affari” dello Stato affidatogli con mano ferma e decisa. Ma è anche qualcuno che accompagna a tanta pragmatica determinazione, una notevole capacità d’intelletto. Insomma, è un uomo o una donna che conduce a spasso un’anima vecchia di secoli. E in virtù di una tale esperienza, è capace di portare sulle spalle, con notevole onestà di metodo e la dovuta accortezza, l’enorme responsabilità che gli è stata affidata. Mi chiedo anche se i più grandi uomini (e donne) di Stato non siano venuti e andati nel silenzio.
Ma la mia è solo una opinione come un’altra. E i dubbi restano. Triste arte quella di noi umani che viviamo credendo di vedere, sperando di capire, ma intuendo di sbagliare!
Rina Brundu
24/07/2010
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Secondo alcune definizioni, il termine “statista” indicherebbe “un personaggio politico deputato a governare e regolare gli affari dello Stato”. Lo stesso termine non implicherebbe però “caratteristiche democratiche della figura: anche un dittatore può considerarsi uno statista”. Francamente questa spiegazione non mi convince. Sarà che ci avrei messo la mano sul fuoco sulla carica connotativa positiva della parola! Ma c’è di più! Chi è “deputato” a fare una qualsiasi cosa, di solito la fa perché è stato incaricato da qualcuno, o più di uno. Insomma, il verbo “deputare” non lo vedo bene con le cose delle dittatura. E questo lo dico ben sapendo di un significato originario del termine “dittatore” molto diverso da quello attuale.
Speculazioni linguistiche a parte, conservo dubbi anche di altra-natura. Prendiamo per esempio il caso di Winston Churchill, lo statista per eccellenza! Una figura molto controversa, il cui personale prestigio ha conosciuto alti e bassi. Mi chiedo come l’avrebbe ricordato la Storia se non avesse mai potuto sollevare al cielo le dita in segno di vittoria!! Questo per dire che forse i grandi statisti, indipendentemente dai risultati raggiunti, li consacra il Tempo. Un Tempo che confida nel suo stesso scorrere, nella memoria fallace degli uomini e soprattutto nell’inevitabile morire di ogni loro più accesa passione. Con tutto ciò che quelle passioni si portano dietro: invidia, gelosia, rancore. Ma, paradossalmente, anche la capacità di ricordare ogni scomoda-verità che, al fine di permettere la consacrazione “dell’eroe”, dovrà necessariamente venire rimossa. O almeno “obliata”.
Esistono oggidì sul suolo del Bel Paese dei leader meritevoli di essere ricordati come dei grandi statisti, o degli statisti-tout-court? Immagino che una onesta analisi dello status-quo politico italiano, implicherebbe una risposta positiva. E se ad una tale onestà di metodo vogliamo attenerci, è pure facile individuare nell’attuale Presidente del Consiglio la figura che più di ogni altra potrebbe aspirare a questo titolo. Se non altro perché l’Italia-berlusconiana è un fatto storico inconfutabile. Positivo o negativo, non è rilevante per i nostri scopi. Del resto, una simile conclusione concorderebbe perfettamente con le indicazioni fornite dalla definizione del termine “statista” già analizzata nell’incipit. Non mi sto riferendo naturalmente ad una fantomatica coincidenza della figura del Berlusconi-statista con quella di un dittatore (ritengo infatti che simili accostamenti siano delle grandi sciocchezze da bar-dello-sport – soprattutto, li ritengo manchevoli di rispetto nei confronti di coloro che le dittature, quelle vere, le soffrono sulla pelle), quanto piuttosto alla possibilità che uno “statista” possa essere tale indipendentemente dalla qualità della carica etica che marca il suo personaggio.
Detto questo, continuo a nutrire delle perplessità. Per esempio non ho difficoltà ad associare Silvio Berlusconi con la figura del “principe” di Machiavelli. Ovvero, la figura di un leader-nato che, in quanto tale, è capace di generare consenso e dissenso. Di stringere amicizie, così come di esasperare la disamistade. Di ottenere grandi risultati, ma ad un tempo vivere in bilico tra ciò che potrebbe essere e ciò che imprevedibilmente non sarà (per quanto accuratamente programmato!). Tuttavia, mi viene molto difficile considerarlo un grande statista. Non escludo che così sia perché i tempi moderni mal si addicono ai grandi statisti! O forse perché, a ben vedere, di grandi statisti non ce ne sono mai stati! Ci sono stati solo uomini (poche donne, purtroppo!) con i loro molti difetti e le poche virtù. Da qui anche la cautela etica nella definizione di “statista” più volte ricordata….
Di sicuro, nel mio immaginario privato, un grande statista è uno spirito capace di “governare e regolare gli affari” dello Stato affidatogli con mano ferma e decisa. Ma è anche qualcuno che accompagna a tanta pragmatica determinazione, una notevole capacità d’intelletto. Insomma, è un uomo o una donna che conduce a spasso un’anima vecchia di secoli. E in virtù di una tale esperienza, è capace di portare sulle spalle, con notevole onestà di metodo e la dovuta accortezza, l’enorme responsabilità che gli è stata affidata. Mi chiedo anche se i più grandi uomini (e donne) di Stato non siano venuti e andati nel silenzio.
Ma la mia è solo una opinione come un’altra. E i dubbi restano. Triste arte quella di noi umani che viviamo credendo di vedere, sperando di capire, ma intuendo di sbagliare!
Rina Brundu
24/07/2010
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sabato 17 luglio 2010
U.F.O. e afa
Diario di un’estate strana.
Che “strana” questa estate 2010: U.F.O. in Cina, scandali in Italia! Naturalmente, agli scandali in Italia ci siamo abituati. Piuttosto, è questa storia degli U.F.O. in Cina che dà da pensare (si fa per dire). Peraltro, ho come l’impressione che tra gli oggetti volanti non identificati che pattugliano i cieli cinesi e gli scandali italiani non ci sia una grossa differenza. In entrambi i casi si tratta di fenomeni noti per i quali non è mai stata trovata una spiegazione convincente. Meno che meno si sa chi e cosa c’è dietro; soprattutto, i “veri” X files o verbali che li riguardano restano segretati in eterno.
Del resto, che gli eventuali “alieni” a bordo di queste improbabili astronavi interstellari vogliano sorvolare i soli cieli cinesi non è davvero credibile. Diverso sarebbe se, in questa estate “strana”, gli stessi U.F.O., guidati da Esseri di intelligenza e di levatura morale superiore alla nostra, “circumnavigassero” il globo in lungo e in largo ma evitassero accuratamente i confini del Bel Paese. Ecco, questo sarebbe senz’altro un primo segno di “vita extraterrestre” capace di discernere.
Secondo me ad attirarli è l’afa! Parlo degli scandali estivi italiani, s’intende! Più precisamente, a richiamarli è quella “inevitabile distrazione” che, sotto il solleone, immancabilmente prende chi è deputato a coprirli. Una distrazione finanche comprensibile quando il “lavoro” si ammonticchia sul tavolo. E se partiamo dall’imprescindibile verità: fatto l’appalto trovato l’inganno, è indubbio che sul territorio della Repubblica il da fare non è poco. La stessa pseudo-formula matematica che se ne potrebbe ricavare non mente 1ap = 1sc*sc∞= ap∞, dove un appalto equivale ad uno scandalo moltiplicato per un numero infinito di scandali (sc∞) tanti quanti sono gli appalti in Italia (ap ∞). Infiniti, appunto!
Ma non basta. A mio modo di vedere, infatti, l’arcinoto statement shakespeariano “Ci sono più cose (nda occultate) in cielo e in terra (nda d’Italia), Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia” non si riferiva a possibili “realtà-altre”, sconosciute ai suoi contemporanei (incluse le futuristiche dimensioni abitate dagli improbabili U.F.O. cinesi), quanto piuttosto preconizzava lo status quo affaristico-politico-sociale della nostra penisola tra il XX e il XXI secolo. Questo per dire che la “malattia” sembrerebbe datata, cronica, endemica, radicata. Incurabile. Imperscrutabile ma non per questo meno assente, proprio come capita con il fenomeno degli avvistamenti di oggetti volanti non identificati.
Che fare per risolvere? Non ho dubbi che per quanto riguarda gli U.F.O. la faccenda verrà chiusa presto. Magari basteranno dei radar o dei satelliti di nuova generazione nelle decadi a venire. Strumenti di rilevazione molto avanzati che ci sveleranno tutto sulle nuove tecnologie aereonautiche Made in China. Molto più complessa mi pare la questione della corruzione italiana. A qualsiasi livello. Senza considerare che una credibile “cura” da adottare sembrerebbe di là da venire.
Per esserne certi basta guardare alle mille e mille cattedrali nel deserto che popolano il territorio della Repubblica da Nord a Sud. Monumenti fatiscenti celebranti il nulla che non avrebbe dovuto esistere. Per esserne certi basta fermarsi il tanto necessario per scoprire sotto il solleone anche una miriade di piccoli altri “scandali” da dimenticare e che però dicono tutto di noi: lo sfregio delle statue di Falcone e Borsellino in Sicilia, gli incendi in Sardegna, la violenza continuata contro le donne e i bambini. Contro i più indifesi… in questa ennesima estate sul tetto che scotta.
Difficile capire perché così è. Difficile capire le ragioni imperscrutabili che determinano questi fenomeni. I fenomeni corruttivi dell’Essenza così come quelli dell’avvistamento degli U.F.O. nei cieli della Cina. Anche se, lo abbiamo già detto, in fondo questi eventi si somigliano. Una sicura differenza è però data dal fatto che gli oggetti volanti non identificati – cinesi o meno – hanno fatto meno danni. Almeno fino ad ora.
Rina Brundu
17/07/2010
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Che “strana” questa estate 2010: U.F.O. in Cina, scandali in Italia! Naturalmente, agli scandali in Italia ci siamo abituati. Piuttosto, è questa storia degli U.F.O. in Cina che dà da pensare (si fa per dire). Peraltro, ho come l’impressione che tra gli oggetti volanti non identificati che pattugliano i cieli cinesi e gli scandali italiani non ci sia una grossa differenza. In entrambi i casi si tratta di fenomeni noti per i quali non è mai stata trovata una spiegazione convincente. Meno che meno si sa chi e cosa c’è dietro; soprattutto, i “veri” X files o verbali che li riguardano restano segretati in eterno.
Del resto, che gli eventuali “alieni” a bordo di queste improbabili astronavi interstellari vogliano sorvolare i soli cieli cinesi non è davvero credibile. Diverso sarebbe se, in questa estate “strana”, gli stessi U.F.O., guidati da Esseri di intelligenza e di levatura morale superiore alla nostra, “circumnavigassero” il globo in lungo e in largo ma evitassero accuratamente i confini del Bel Paese. Ecco, questo sarebbe senz’altro un primo segno di “vita extraterrestre” capace di discernere.
Secondo me ad attirarli è l’afa! Parlo degli scandali estivi italiani, s’intende! Più precisamente, a richiamarli è quella “inevitabile distrazione” che, sotto il solleone, immancabilmente prende chi è deputato a coprirli. Una distrazione finanche comprensibile quando il “lavoro” si ammonticchia sul tavolo. E se partiamo dall’imprescindibile verità: fatto l’appalto trovato l’inganno, è indubbio che sul territorio della Repubblica il da fare non è poco. La stessa pseudo-formula matematica che se ne potrebbe ricavare non mente 1ap = 1sc*sc∞= ap∞, dove un appalto equivale ad uno scandalo moltiplicato per un numero infinito di scandali (sc∞) tanti quanti sono gli appalti in Italia (ap ∞). Infiniti, appunto!
Ma non basta. A mio modo di vedere, infatti, l’arcinoto statement shakespeariano “Ci sono più cose (nda occultate) in cielo e in terra (nda d’Italia), Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia” non si riferiva a possibili “realtà-altre”, sconosciute ai suoi contemporanei (incluse le futuristiche dimensioni abitate dagli improbabili U.F.O. cinesi), quanto piuttosto preconizzava lo status quo affaristico-politico-sociale della nostra penisola tra il XX e il XXI secolo. Questo per dire che la “malattia” sembrerebbe datata, cronica, endemica, radicata. Incurabile. Imperscrutabile ma non per questo meno assente, proprio come capita con il fenomeno degli avvistamenti di oggetti volanti non identificati.
Che fare per risolvere? Non ho dubbi che per quanto riguarda gli U.F.O. la faccenda verrà chiusa presto. Magari basteranno dei radar o dei satelliti di nuova generazione nelle decadi a venire. Strumenti di rilevazione molto avanzati che ci sveleranno tutto sulle nuove tecnologie aereonautiche Made in China. Molto più complessa mi pare la questione della corruzione italiana. A qualsiasi livello. Senza considerare che una credibile “cura” da adottare sembrerebbe di là da venire.
Per esserne certi basta guardare alle mille e mille cattedrali nel deserto che popolano il territorio della Repubblica da Nord a Sud. Monumenti fatiscenti celebranti il nulla che non avrebbe dovuto esistere. Per esserne certi basta fermarsi il tanto necessario per scoprire sotto il solleone anche una miriade di piccoli altri “scandali” da dimenticare e che però dicono tutto di noi: lo sfregio delle statue di Falcone e Borsellino in Sicilia, gli incendi in Sardegna, la violenza continuata contro le donne e i bambini. Contro i più indifesi… in questa ennesima estate sul tetto che scotta.
Difficile capire perché così è. Difficile capire le ragioni imperscrutabili che determinano questi fenomeni. I fenomeni corruttivi dell’Essenza così come quelli dell’avvistamento degli U.F.O. nei cieli della Cina. Anche se, lo abbiamo già detto, in fondo questi eventi si somigliano. Una sicura differenza è però data dal fatto che gli oggetti volanti non identificati – cinesi o meno – hanno fatto meno danni. Almeno fino ad ora.
Rina Brundu
17/07/2010
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mercoledì 14 luglio 2010
Vita smeralda
A m’arcord…
Non so a voi, ma a me quasi mancano! Mi pare infatti di vederli mentre si trastullavano nell’acqua salata, giochicchiavano sulla spiagge di finissima sabbia rosata, facevano shopping nelle boutiques griffate, partecipavano a raduni glamour e saltavano di yacht-favoloso-in-yacht-favoloso come api birichine e mai stanche. Sto parlando dei potentati made-in-Italy, dei vip e vipetti nostrani, naturalmente. Sto parlando di veline, velone, letterine, letteronze, dei figli del Grande Fratello e dei nipoti da salutaci-a-soreta che faceva-tanto-cool nei cinepanettoni.
Che tristezza queste spiagge sarde semi-deserte! Che mestizia questi sfondi arroventati dove l’eco della gloria-che-fu muore dentro il più tonante sciabordio delle onde! Non che non ci si trastulli nell’acqua salata anche oggidì. Non che non si giochicchi sulla spiaggia, non che si sia smesso di frequentare negozi trendy, non che le celebrazioni siano più morigerate, non che gli yacht-da-mille-e-una-notte siano meno lunghi (piuttosto, il contrario!), ma di sicuro occorre stare attenti a non strafare. Occorre dare meno nell’occhio. Occorre darsi una regolata, insomma.
Colpa di questa crisi perniciosa! Colpa degli operai e dei precari che si lamentano, del governo, dell’opposizione che non esiste, dell’afa continuata, persino dell’acqua del mare che dopo lo scandalo BP non sembra davvero più quella. Ma colpa anche della brutta figura rimediata dalla nazionale di Lippi! Perché, il va sans dire, quando perdono perdono loro quando vincono vinciamo noi. Certo, resta il contentino che, coppa del mondo considerata, la crisi non sparagna re di Francia né di Spagna ma, vuoi mettere i bei tempi andati?
A m’arcord… quando si organizzavano feste megagalattiche e l’esserci faceva la differenza tra gli individui-che-contano e quelli che non contano un cazzo. I poveri Cristi come noi tanto per capirci. Quelli dai turni massacranti (quando fortunati abbastanza da averlo un lavoro), dall’abbronzatura da muratore, dalla stanchezza cronica e che dopo il telegiornale si addormentano sempre sul divano perdendosi gli approfondimenti-giornalistici-in-seconda-serata.
A m’arcord… le frotte di paparazzi che sulle vespe-ronzanti fotografavano qualsiasi cosa si muovesse-a-tiro. Essere umano o animale. Minerale finanche. E che servizi in prima sui più prestigiosi rotocalchi scandalistici: love-story esotiche, love-story taroccate, love story per tutti, tutti per le love story. A m’arcord… gli arrivi degli sceicchi, le corse automobilistiche extra-lusso, le esagerazioni dei magnati, le bizze da modella, lo scialacquare continuato, l’orgoglio dell’appartenenza. A m’arcord… Madoff che si arricchiva, il debito sub-prime, la Lehman Brothers in default, il rapporto deficit/PIL che cresceva come sempre accade quando, tra un onesto intrattenimento e l’altro, ci si dimentica che ci sono redditi da dichiarare, imposte dirette e/o indirette da versare.
A m’arcord… ma l’è tutto finì! Almeno così sembrerebbe se ci appare! Che tristezza queste spiagge sarde semi-deserte! Che mestizia questi sfondi arroventati dove l’eco della gloria-che-fu muore dentro il più tonante sciabordio delle onde, etc etc. Non so a voi, ma a me quasi manca quella Vita smeralda degli altri che avrebbe dovuto giustificare l’ottimismo nella mia. Ho detto “quasi”. A volte m’arcord… infatti, però poi mi passa.
Rina Brundu
13/07/2010
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Non so a voi, ma a me quasi mancano! Mi pare infatti di vederli mentre si trastullavano nell’acqua salata, giochicchiavano sulla spiagge di finissima sabbia rosata, facevano shopping nelle boutiques griffate, partecipavano a raduni glamour e saltavano di yacht-favoloso-in-yacht-favoloso come api birichine e mai stanche. Sto parlando dei potentati made-in-Italy, dei vip e vipetti nostrani, naturalmente. Sto parlando di veline, velone, letterine, letteronze, dei figli del Grande Fratello e dei nipoti da salutaci-a-soreta che faceva-tanto-cool nei cinepanettoni.
Che tristezza queste spiagge sarde semi-deserte! Che mestizia questi sfondi arroventati dove l’eco della gloria-che-fu muore dentro il più tonante sciabordio delle onde! Non che non ci si trastulli nell’acqua salata anche oggidì. Non che non si giochicchi sulla spiaggia, non che si sia smesso di frequentare negozi trendy, non che le celebrazioni siano più morigerate, non che gli yacht-da-mille-e-una-notte siano meno lunghi (piuttosto, il contrario!), ma di sicuro occorre stare attenti a non strafare. Occorre dare meno nell’occhio. Occorre darsi una regolata, insomma.
Colpa di questa crisi perniciosa! Colpa degli operai e dei precari che si lamentano, del governo, dell’opposizione che non esiste, dell’afa continuata, persino dell’acqua del mare che dopo lo scandalo BP non sembra davvero più quella. Ma colpa anche della brutta figura rimediata dalla nazionale di Lippi! Perché, il va sans dire, quando perdono perdono loro quando vincono vinciamo noi. Certo, resta il contentino che, coppa del mondo considerata, la crisi non sparagna re di Francia né di Spagna ma, vuoi mettere i bei tempi andati?
A m’arcord… quando si organizzavano feste megagalattiche e l’esserci faceva la differenza tra gli individui-che-contano e quelli che non contano un cazzo. I poveri Cristi come noi tanto per capirci. Quelli dai turni massacranti (quando fortunati abbastanza da averlo un lavoro), dall’abbronzatura da muratore, dalla stanchezza cronica e che dopo il telegiornale si addormentano sempre sul divano perdendosi gli approfondimenti-giornalistici-in-seconda-serata.
A m’arcord… le frotte di paparazzi che sulle vespe-ronzanti fotografavano qualsiasi cosa si muovesse-a-tiro. Essere umano o animale. Minerale finanche. E che servizi in prima sui più prestigiosi rotocalchi scandalistici: love-story esotiche, love-story taroccate, love story per tutti, tutti per le love story. A m’arcord… gli arrivi degli sceicchi, le corse automobilistiche extra-lusso, le esagerazioni dei magnati, le bizze da modella, lo scialacquare continuato, l’orgoglio dell’appartenenza. A m’arcord… Madoff che si arricchiva, il debito sub-prime, la Lehman Brothers in default, il rapporto deficit/PIL che cresceva come sempre accade quando, tra un onesto intrattenimento e l’altro, ci si dimentica che ci sono redditi da dichiarare, imposte dirette e/o indirette da versare.
A m’arcord… ma l’è tutto finì! Almeno così sembrerebbe se ci appare! Che tristezza queste spiagge sarde semi-deserte! Che mestizia questi sfondi arroventati dove l’eco della gloria-che-fu muore dentro il più tonante sciabordio delle onde, etc etc. Non so a voi, ma a me quasi manca quella Vita smeralda degli altri che avrebbe dovuto giustificare l’ottimismo nella mia. Ho detto “quasi”. A volte m’arcord… infatti, però poi mi passa.
Rina Brundu
13/07/2010
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domenica 11 luglio 2010
2010
Sui tempi distopici: da “Il Grande Fratello ti vede” ad un più prosaico “Fatti gli affari tuoi che io mi faccio i miei”.
C’è qualcosa di tanto straordinario quanto paradossale in ciò che sta avvenendo in Italia in questi giorni. Per certi versi mi tornano alla mente i tempi distopici proposti da George Orwell nel suo “1984” (1948). Tuttavia, vi é qualcosa che non mi torna. Intendiamoci, che l’età che stiamo vivendo sia tutto meno che un’utopia da letteratura di genere dei secoli andati è indubbio, ma l’eventuale distopia proposta non è certamente la più tradizionale. Piuttosto, la definirei una distopia-sui-generis.
Prendiamo per esempio le questioni poste dall’infausto ddl anti-intercercettazioni, e quindi le polemiche legate alla libertà di stampa e alla tutela della privacy. Se dovessimo replicare, all’interno degli schemi orwelliani, la fitta rete di dinamiche che affiorano alla superficie (in senso lato), il risultato ottenuto sarebbe straordinario. Di fatto, ad un primo guardare (e per amor di ragionamento s’intende, dato che non può esistere una sovrapposizione-possibile tra la struttura organizzativa di comando proposta da Orwell ed il nostro universo da governo-del-popolo), si potrebbe forse dire che il Partito Interno (formato dalla classe dirigente), si rifiuterebbe di spiare (con i suoi occhi telecamere) il Partito Esterno (formato dalla classe subalterna e dai burocrati) battendo sul motto: “La nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri”. Per converso, i burocrati (la Stampa?) lamenterebbero quelle “televisioni” spente in nome del diritto di tutti ad essere “informati”. A sapere, a conoscere, a “vedere”. Dal mitico slogan “Il Grande Fratello ti vede” ad un più prosaico “Fatti gli affari tuoi che io mi faccio i miei” dunque.
Ma c’è di più. Diversamente da quanto leggevo ieri su alcuni editoriali dei quotidiani italiani, io non credo che la “Giornata di silenzio” proclamata dagli organi di Stampa sia stata “sentita”, fatta propria dalla nazione. E questo nonostante fosse stata pensata per difendere il diritto alla libera informazione di quella stessa gente. Insomma, è un poco come se gli abitanti di Distopia mandassero a quel paese gli scocciatori di Utopia e tutte le loro paradisiache delizie democratiche.
Perché accade questo? Perché – purtroppo – in Italia anche diritti fondamentali come il diritto ad una informazione libera, riescono non-si-sa-come a rimanere invischiati nei giochi, giochetti della Politica più becera. Ne deriva che chi sostiene Tizio lo sosterrà anche quando la campagna che caldeggia non è una delle più illuminate, mentre i sostenitori di Caio faranno altrettanto con il loro leader. E lo faranno dimenticando l’importantissima regola che dice che non tutte le battaglie sono uguali. E che per le sorti della guerra, alcuni confronti è forse meglio perderli.
Non è questione da prendere sotto gamba. Non quando tali battaglie riguardano i diritti dell’individuo e del cittadino. Senza considerare che l’apparente funzionare all’incontrario dell’universo distopico descritto nell’incipit, è appunto solo apparente. Di fatto, anche le “buone” ragioni del Partito Interno per spegnere i suoi stessi occhi andrebbero verificate con attenzione dentro le dinamiche democratiche che reggono il nostro universo reale. Mentre il controllarle con impegno spetta proprio a quei burocrati sgraditi al Partito. Non si discute!
É in questi momenti dunque che il concetto di libertà-ideale che muove e commuove l’animo di ogni Americano (soprattutto, quando intento a guardare una qualsiasi produzione hollywoodiana degli ultimi 50 anni), ci appare più attraente. E desidereremo vederlo meno evanescente sul suolo italico. Meno vittima di questa o di quell’altra mira politica: meno incatenato ai desideri di questo o di quel governo, di questa o di quell’altra fazione. Magari, legato con doppio spago al destino ultimo di ciascun individuo. In Italia certamente l’unica maniera per “sentirlo” davvero nostro.
Rina Brundu
11/07/2010
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C’è qualcosa di tanto straordinario quanto paradossale in ciò che sta avvenendo in Italia in questi giorni. Per certi versi mi tornano alla mente i tempi distopici proposti da George Orwell nel suo “1984” (1948). Tuttavia, vi é qualcosa che non mi torna. Intendiamoci, che l’età che stiamo vivendo sia tutto meno che un’utopia da letteratura di genere dei secoli andati è indubbio, ma l’eventuale distopia proposta non è certamente la più tradizionale. Piuttosto, la definirei una distopia-sui-generis.
Prendiamo per esempio le questioni poste dall’infausto ddl anti-intercercettazioni, e quindi le polemiche legate alla libertà di stampa e alla tutela della privacy. Se dovessimo replicare, all’interno degli schemi orwelliani, la fitta rete di dinamiche che affiorano alla superficie (in senso lato), il risultato ottenuto sarebbe straordinario. Di fatto, ad un primo guardare (e per amor di ragionamento s’intende, dato che non può esistere una sovrapposizione-possibile tra la struttura organizzativa di comando proposta da Orwell ed il nostro universo da governo-del-popolo), si potrebbe forse dire che il Partito Interno (formato dalla classe dirigente), si rifiuterebbe di spiare (con i suoi occhi telecamere) il Partito Esterno (formato dalla classe subalterna e dai burocrati) battendo sul motto: “La nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri”. Per converso, i burocrati (la Stampa?) lamenterebbero quelle “televisioni” spente in nome del diritto di tutti ad essere “informati”. A sapere, a conoscere, a “vedere”. Dal mitico slogan “Il Grande Fratello ti vede” ad un più prosaico “Fatti gli affari tuoi che io mi faccio i miei” dunque.
Ma c’è di più. Diversamente da quanto leggevo ieri su alcuni editoriali dei quotidiani italiani, io non credo che la “Giornata di silenzio” proclamata dagli organi di Stampa sia stata “sentita”, fatta propria dalla nazione. E questo nonostante fosse stata pensata per difendere il diritto alla libera informazione di quella stessa gente. Insomma, è un poco come se gli abitanti di Distopia mandassero a quel paese gli scocciatori di Utopia e tutte le loro paradisiache delizie democratiche.
Perché accade questo? Perché – purtroppo – in Italia anche diritti fondamentali come il diritto ad una informazione libera, riescono non-si-sa-come a rimanere invischiati nei giochi, giochetti della Politica più becera. Ne deriva che chi sostiene Tizio lo sosterrà anche quando la campagna che caldeggia non è una delle più illuminate, mentre i sostenitori di Caio faranno altrettanto con il loro leader. E lo faranno dimenticando l’importantissima regola che dice che non tutte le battaglie sono uguali. E che per le sorti della guerra, alcuni confronti è forse meglio perderli.
Non è questione da prendere sotto gamba. Non quando tali battaglie riguardano i diritti dell’individuo e del cittadino. Senza considerare che l’apparente funzionare all’incontrario dell’universo distopico descritto nell’incipit, è appunto solo apparente. Di fatto, anche le “buone” ragioni del Partito Interno per spegnere i suoi stessi occhi andrebbero verificate con attenzione dentro le dinamiche democratiche che reggono il nostro universo reale. Mentre il controllarle con impegno spetta proprio a quei burocrati sgraditi al Partito. Non si discute!
É in questi momenti dunque che il concetto di libertà-ideale che muove e commuove l’animo di ogni Americano (soprattutto, quando intento a guardare una qualsiasi produzione hollywoodiana degli ultimi 50 anni), ci appare più attraente. E desidereremo vederlo meno evanescente sul suolo italico. Meno vittima di questa o di quell’altra mira politica: meno incatenato ai desideri di questo o di quel governo, di questa o di quell’altra fazione. Magari, legato con doppio spago al destino ultimo di ciascun individuo. In Italia certamente l’unica maniera per “sentirlo” davvero nostro.
Rina Brundu
11/07/2010
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sabato 3 luglio 2010
Il grande sonno
Dal “Ghe pensi mi” al “Mo, che sa da fa?”.
Avete presente quelle società d’affari dove il capo fa di tutto e di più? Si rompe la macchinetta del caffè e lui/lei si offre di ripararla. Manca la carta igienica in bagno e lui/lei passa a ritirarla mentre di ritorno dal CDA mensile. C’è da cambiare la tappezzeria e lui/lei individua tre o quattro motivi-disegni tra i quali il dipartimento-deputato potrà “liberamente” scegliere quello più adatto per sostituire la vecchia decorazione. Difficilmente un tocco “stonato” fugge l’attenzione di lui/lei che, venuta la sera, si guarda intorno soddisfatto/a: tutto a posto! Ah, fortuna che “ghe pensi mi!”.
Animato dalle migliori intenzioni, non si rende conto il capo che i sottoposti non sono altrettanto felici. Senza considerare che odiano quei muri tappezzati da motivi lineari, esteticamente noiosi, animati da percorsi prevedibili nella loro impeccabilità. E ci sarebbero dei giorni in cui preferirebbero andare in giro con il deretano sporco, vedere il caffè spillare sui muri dalla macchinetta impazzita pur di rientrare dentro una normalità che li veda partecipi. Ma naturalmente non dicono nulla: tacciono e soffrono. Nel tempo, alcuni dipendenti vanno via, pochi mostrano segni di insofferenza, i più cadono vittime di uno straordinario stato comatoso: il grande sonno.
Dentro le dinamiche particolari di una società d’affari, un simile inconsueto status-quo non è necessariamente catastrofico. Vi sono delle company infatti che vivono il loro presente in simbiosi con la personalità del capo. Il capo è la company. La company è il capo. Paradossalmente sarà proprio quando questa figura verrà a mancare che inizieranno i problemi. Problemi procurati soprattutto dalla mancanza di un leader capace di esercitare la stessa autorità del collega che lo ha preceduto. Con tutte le conseguenze, anche gravi, che possono derivarne.
Ma cosa accadrebbe se un simile modello fosse esportato in Politica? Cosa accadrebbe se, in virtù di un capo che si esalta nel fare, comandare, pregare, ordire, supplicare, stipulare, redigere, stendere, firmare, concludere, una stessa nazione finisse con l’identificarsi con la sua persona? Il capo è la nazione. La nazione è il capo. Soprattutto: cosa accadrebbe se disgraziatamente il capo non fosse più disponibile? E se questo accadesse proprio mentre “dipendenti e sottoposti” stanno soffrendo la fase più acuta della depressione da “grande sonno”? Senza considerare che opzioni societarie quali “o così, o quella è la porta” non sono possibilità valide dentro le dinamiche democratiche di un grande Paese moderno. Mentre il mostrare segni di insofferenza-politica, da parte di questo o quel “dipendente” più accorto, non dovrebbe essere visto come segnale di un ammutinamento-in-nuce, quanto piuttosto come sintomo di una vitalità-di-gruppo forse non ancora del tutto spenta.
L’infelice scenario non è comunque il più nefasto. Peggio sarebbe se, ad un ipotetico Governo del “Ghe pensi mi” dovesse corrispondere una Opposizione del “Mo, che sa da fa?”. Di fatto, il destino stesso della nazione interessata resterebbe in balìa del Grande Sonno e di una dialettica da vernacolo. Tutto questo mentre, indifferente a tanto fervore “intellettuale”, la crisi continuerebbe a “strisciare”, il deficit a fiorire, la disoccupazione a crescere e l’infelicità complessiva del popolo-governato potrebbe risultare (nella realtà dei fatti) anche inversamente proporzionale alla soddisfazione di chi governa.
Del resto si sa, soltanto chi ha davvero fame non ha sicuramente sonno.
Rina Brundu
03/07/2010
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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
Avete presente quelle società d’affari dove il capo fa di tutto e di più? Si rompe la macchinetta del caffè e lui/lei si offre di ripararla. Manca la carta igienica in bagno e lui/lei passa a ritirarla mentre di ritorno dal CDA mensile. C’è da cambiare la tappezzeria e lui/lei individua tre o quattro motivi-disegni tra i quali il dipartimento-deputato potrà “liberamente” scegliere quello più adatto per sostituire la vecchia decorazione. Difficilmente un tocco “stonato” fugge l’attenzione di lui/lei che, venuta la sera, si guarda intorno soddisfatto/a: tutto a posto! Ah, fortuna che “ghe pensi mi!”.
Animato dalle migliori intenzioni, non si rende conto il capo che i sottoposti non sono altrettanto felici. Senza considerare che odiano quei muri tappezzati da motivi lineari, esteticamente noiosi, animati da percorsi prevedibili nella loro impeccabilità. E ci sarebbero dei giorni in cui preferirebbero andare in giro con il deretano sporco, vedere il caffè spillare sui muri dalla macchinetta impazzita pur di rientrare dentro una normalità che li veda partecipi. Ma naturalmente non dicono nulla: tacciono e soffrono. Nel tempo, alcuni dipendenti vanno via, pochi mostrano segni di insofferenza, i più cadono vittime di uno straordinario stato comatoso: il grande sonno.
Dentro le dinamiche particolari di una società d’affari, un simile inconsueto status-quo non è necessariamente catastrofico. Vi sono delle company infatti che vivono il loro presente in simbiosi con la personalità del capo. Il capo è la company. La company è il capo. Paradossalmente sarà proprio quando questa figura verrà a mancare che inizieranno i problemi. Problemi procurati soprattutto dalla mancanza di un leader capace di esercitare la stessa autorità del collega che lo ha preceduto. Con tutte le conseguenze, anche gravi, che possono derivarne.
Ma cosa accadrebbe se un simile modello fosse esportato in Politica? Cosa accadrebbe se, in virtù di un capo che si esalta nel fare, comandare, pregare, ordire, supplicare, stipulare, redigere, stendere, firmare, concludere, una stessa nazione finisse con l’identificarsi con la sua persona? Il capo è la nazione. La nazione è il capo. Soprattutto: cosa accadrebbe se disgraziatamente il capo non fosse più disponibile? E se questo accadesse proprio mentre “dipendenti e sottoposti” stanno soffrendo la fase più acuta della depressione da “grande sonno”? Senza considerare che opzioni societarie quali “o così, o quella è la porta” non sono possibilità valide dentro le dinamiche democratiche di un grande Paese moderno. Mentre il mostrare segni di insofferenza-politica, da parte di questo o quel “dipendente” più accorto, non dovrebbe essere visto come segnale di un ammutinamento-in-nuce, quanto piuttosto come sintomo di una vitalità-di-gruppo forse non ancora del tutto spenta.
L’infelice scenario non è comunque il più nefasto. Peggio sarebbe se, ad un ipotetico Governo del “Ghe pensi mi” dovesse corrispondere una Opposizione del “Mo, che sa da fa?”. Di fatto, il destino stesso della nazione interessata resterebbe in balìa del Grande Sonno e di una dialettica da vernacolo. Tutto questo mentre, indifferente a tanto fervore “intellettuale”, la crisi continuerebbe a “strisciare”, il deficit a fiorire, la disoccupazione a crescere e l’infelicità complessiva del popolo-governato potrebbe risultare (nella realtà dei fatti) anche inversamente proporzionale alla soddisfazione di chi governa.
Del resto si sa, soltanto chi ha davvero fame non ha sicuramente sonno.
Rina Brundu
03/07/2010
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giovedì 24 giugno 2010
On leadership: la sconfitta
Sulla resilience e su come una ipotetica squadra di calcio che perde una importantissima partita dovrebbe guardare al domani…
La resilience, ovvero la capacità di riprendersi e ripartire verso nuovi traguardi dopo una importante sconfitta, è una delle caratteristiche prime che rende tale ogni vero leader. Di fatto, per un simile individuo, una sconfitta non è mai un luogo d’arrivo, quanto piuttosto un punto di partenza.
Non potrebbe essere altrimenti! È, infatti, in quei momenti che i leader degni di questo nome si fanno notare. Ed è sempre in quei momenti che le loro speciali capacità possono fare la differenza. Soprattutto, possono provvedere quella speranza di futura rinascita che, sola, può traghettare un popolo, un team, una famiglia fuori dal pantano in cui, per demerito, destino avverso o poca lungimiranza, si sono venuti a trovare.
Naturalmente, tutto questo non potrebbe accadere se il leader in questione, oltre ad una grande capacità di resilience, non potesse fare affidamento su molte altre qualità che gli/le appartengono in maniera naturale. Tra queste: una formidabile coscienza della sua forza, una proverbiale onestà di metodo critico rispetto al suo operato e all’operato del suo gruppo, una indiscussa capacità di accettazione delle sue responsabilità, uno straordinario talento organizzativo e ri-organizzativo et, dulcis in fundo, una quanto-mai-chiara visione degli obiettivi futuri e dei risultati che intende ottenere.
Prendiamo, per esempio, una ipotetica squadra di calcio che perde una importantissima partita nel più delicato dei tornei internazionali. La perde di brutto. Ha giocato così male che anche figli e parenti dei singoli giocatori si dissociano e dichiarano di non conoscerli. Ha giocato così male che il Premier del Paese convoca d’urgenza un G20 agli antipodi onde non farsi trovare al rientro della squadra-vinta in Patria. Ha giocato così male che eventuali movimenti indipendentisti ne approfittano per “fare muro”, giustificandolo con l’idea che anche alla vergogna-dell’appartenenza ci dovrebbe essere sempre un limite!
Come dovrebbe guardare al domani questa squadra? Tutto finito? Tutto da rifare? Non proprio. Non se fosse una squadra-perdente ma gestita da un vero leader. Chissà perché la prima immagine che mi viene in mente a questo proposito è quella della “guardia” Aldo Fabrizi che, nel bellissimo film Guardie e ladri (1951), – insieme ad un irascibile turista americano appena derubato – insegue il ladro Totò. Il ladro è ovviamente deciso a non farsi prendere. La sua fuga è infinita. Stancante. Ad un certo punto il turista, uomo grande e grosso, cade. Rotolato a terra, confuso tra la polvere e la melma, lo straniero non può che guardare verso Fabrizi in cerca d’aiuto. Lo chiama ad alta voce. “Io… caduta!” grida. “E ri-arzate!” gli fa eco la guardia senza troppi complimenti e molto più interessata a non perdere di vista il ladro.
Proprio così! La squadra di un vero leader quando cade viene sempre spronata a “ri-arzarse!”. Tanto più che può capitare che questa ipotetica squadra sia pure una squadra di rango. Una squadra di nome. Magari ha vinto quattro o cinque coppe di quel medesimo trofeo. Innumerevoli volte è arrivata seconda, terza, quarta. Insomma, ha una storia importante alle spalle. Una storia a cui sono legati milioni di momenti ludici, di sogni, di ricordi dei connazionali di quei giocatori. Nessun dubbio dunque per il vero leader: la sua squadra deve riprendere coscienza di sé. Della sua storia. Delle sue possibilità. Finanche dei suoi doveri. È il primo passo. Importantissimo però. La conditio sine qua non per uscire dall’impasse e cominciare a guardare-oltre.
Ma guai a pensare che un leader degno di questo nome possa sorvolare su una lucida investigazione delle scellerate dinamiche che hanno portato a quel risultato! Impossibile! Così come non potrebbe mai sorvolare sulla necessità di una onesta critica delle possibilità del modulo di gioco adottato, nonché sulla effettiva capacità e potenzialità delle risorse messe in campo. Allo stesso modo, non potrebbe sorvolare sulla necessità di una onestà accettazione delle responsabilità personali e collettive, mentre non mancherebbe – qualora il suo ruolo fosse riconfermato – di procedere ad una salutare ristrutturazione dell’infausto team. Senza se e senza ma. E senza troppi sentimentalismi di contorno. Non potrebbe essere altrimenti: pena la sconfitta futura!
Da dire vi è anche che un vero leader difenderebbe comunque i suoi giocatori! La sua squadra! La sua avventura! Soprattutto, non avrebbe mai paura di ricordare a tutti – giocatori e tifosi – che, per quanto “vitale”, sempre di partita di calcio si trattava! Che le partite davvero importanti a cui deve guardare un Grande Paese si giocano su altri fronti. Perché è proprio dal risultato di una lunga serie di “incontri” meno-trendy che dipende il destino ultimo di quella stessa nazione. Il destino dei suoi figli. La loro sorte.
Non dovrebbe meravigliare quindi se fosse proprio quello stesso vero-leader – capace di grande resilience e di guardare al futuro con rinnovata speranza – il primo a ricordarci che occorre tifare, urlare, gridare, incazzarsi, ridere e piangere quando è il momento. Dopo, occorre farsene una ragione. Anche della sconfitta. Per una grande squadra, infatti (così come per una grande nazione), domani è sempre un altro giorno.
Rina Brundu
24/06/2010
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La resilience, ovvero la capacità di riprendersi e ripartire verso nuovi traguardi dopo una importante sconfitta, è una delle caratteristiche prime che rende tale ogni vero leader. Di fatto, per un simile individuo, una sconfitta non è mai un luogo d’arrivo, quanto piuttosto un punto di partenza.
Non potrebbe essere altrimenti! È, infatti, in quei momenti che i leader degni di questo nome si fanno notare. Ed è sempre in quei momenti che le loro speciali capacità possono fare la differenza. Soprattutto, possono provvedere quella speranza di futura rinascita che, sola, può traghettare un popolo, un team, una famiglia fuori dal pantano in cui, per demerito, destino avverso o poca lungimiranza, si sono venuti a trovare.
Naturalmente, tutto questo non potrebbe accadere se il leader in questione, oltre ad una grande capacità di resilience, non potesse fare affidamento su molte altre qualità che gli/le appartengono in maniera naturale. Tra queste: una formidabile coscienza della sua forza, una proverbiale onestà di metodo critico rispetto al suo operato e all’operato del suo gruppo, una indiscussa capacità di accettazione delle sue responsabilità, uno straordinario talento organizzativo e ri-organizzativo et, dulcis in fundo, una quanto-mai-chiara visione degli obiettivi futuri e dei risultati che intende ottenere.
Prendiamo, per esempio, una ipotetica squadra di calcio che perde una importantissima partita nel più delicato dei tornei internazionali. La perde di brutto. Ha giocato così male che anche figli e parenti dei singoli giocatori si dissociano e dichiarano di non conoscerli. Ha giocato così male che il Premier del Paese convoca d’urgenza un G20 agli antipodi onde non farsi trovare al rientro della squadra-vinta in Patria. Ha giocato così male che eventuali movimenti indipendentisti ne approfittano per “fare muro”, giustificandolo con l’idea che anche alla vergogna-dell’appartenenza ci dovrebbe essere sempre un limite!
Come dovrebbe guardare al domani questa squadra? Tutto finito? Tutto da rifare? Non proprio. Non se fosse una squadra-perdente ma gestita da un vero leader. Chissà perché la prima immagine che mi viene in mente a questo proposito è quella della “guardia” Aldo Fabrizi che, nel bellissimo film Guardie e ladri (1951), – insieme ad un irascibile turista americano appena derubato – insegue il ladro Totò. Il ladro è ovviamente deciso a non farsi prendere. La sua fuga è infinita. Stancante. Ad un certo punto il turista, uomo grande e grosso, cade. Rotolato a terra, confuso tra la polvere e la melma, lo straniero non può che guardare verso Fabrizi in cerca d’aiuto. Lo chiama ad alta voce. “Io… caduta!” grida. “E ri-arzate!” gli fa eco la guardia senza troppi complimenti e molto più interessata a non perdere di vista il ladro.
Proprio così! La squadra di un vero leader quando cade viene sempre spronata a “ri-arzarse!”. Tanto più che può capitare che questa ipotetica squadra sia pure una squadra di rango. Una squadra di nome. Magari ha vinto quattro o cinque coppe di quel medesimo trofeo. Innumerevoli volte è arrivata seconda, terza, quarta. Insomma, ha una storia importante alle spalle. Una storia a cui sono legati milioni di momenti ludici, di sogni, di ricordi dei connazionali di quei giocatori. Nessun dubbio dunque per il vero leader: la sua squadra deve riprendere coscienza di sé. Della sua storia. Delle sue possibilità. Finanche dei suoi doveri. È il primo passo. Importantissimo però. La conditio sine qua non per uscire dall’impasse e cominciare a guardare-oltre.
Ma guai a pensare che un leader degno di questo nome possa sorvolare su una lucida investigazione delle scellerate dinamiche che hanno portato a quel risultato! Impossibile! Così come non potrebbe mai sorvolare sulla necessità di una onesta critica delle possibilità del modulo di gioco adottato, nonché sulla effettiva capacità e potenzialità delle risorse messe in campo. Allo stesso modo, non potrebbe sorvolare sulla necessità di una onestà accettazione delle responsabilità personali e collettive, mentre non mancherebbe – qualora il suo ruolo fosse riconfermato – di procedere ad una salutare ristrutturazione dell’infausto team. Senza se e senza ma. E senza troppi sentimentalismi di contorno. Non potrebbe essere altrimenti: pena la sconfitta futura!
Da dire vi è anche che un vero leader difenderebbe comunque i suoi giocatori! La sua squadra! La sua avventura! Soprattutto, non avrebbe mai paura di ricordare a tutti – giocatori e tifosi – che, per quanto “vitale”, sempre di partita di calcio si trattava! Che le partite davvero importanti a cui deve guardare un Grande Paese si giocano su altri fronti. Perché è proprio dal risultato di una lunga serie di “incontri” meno-trendy che dipende il destino ultimo di quella stessa nazione. Il destino dei suoi figli. La loro sorte.
Non dovrebbe meravigliare quindi se fosse proprio quello stesso vero-leader – capace di grande resilience e di guardare al futuro con rinnovata speranza – il primo a ricordarci che occorre tifare, urlare, gridare, incazzarsi, ridere e piangere quando è il momento. Dopo, occorre farsene una ragione. Anche della sconfitta. Per una grande squadra, infatti (così come per una grande nazione), domani è sempre un altro giorno.
Rina Brundu
24/06/2010
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sabato 19 giugno 2010
Giornalismo online:l’ultima frontiera
Dal Quarto Potere allo Zerbino Informativo Digitale!
Occorre fare più attenzione! Ho scoperto, infatti, che in molti siti giornalistici, gli scritti vengono accuratamente analizzati da un software editoriale. Per meglio dire, da un programma informatico costruito ad hoc per carpire il “mood”, ovvero la carica emotiva dell’articolo considerato, e dunque dello spirito-che-scrive, attraverso una valutazione quasi-matematica della stessa. L’impressione che ne ricavo (potrei sbagliarmi!) è che le valutazioni positive, “Buono” o“Molto Buono”, vengano pubblicate, mentre quelle negative sembrerebbero non esistere. Per farla breve, i pezzi che proprio non-si-possono-leggere emotivamente, non ricevono alcuna nota. Un software gentiluomo, insomma: noblesse oblige!
Francamente, resto perplessa. Non tanto sulla scelta d’analisi, quanto piuttosto sulle modalità attuative della stessa. In particolare, il “giudizio emotivo” (perché alla fine sempre di giudizio si tratta, anche se l’intento non è certamente quello di esprimere giudizi, e questo è chiaro), positivo o negativo, sembrerebbe dipendere dalla valenza denotativa dei singoli aggettivi utilizzati. Per esempio, se all’interno di questo articolo il software leggerà un ideale campo semantico composto da termini quali: felice, contento, soddisfatto, appagato, allegro, gioioso, spensierato, raggiante, radioso, gaio, lieto, beato, delizioso, deliziato, luminoso, splendente, sfolgorante, fulgido, sfavillante, scintillante, splendido, raggiante (scusate, ma abbondo per ovvie ragioni!) e così scrivendo sulla-via-della-felicità, il voto finale non potrà che essere “buono” o “molto buono”.
Se, viceversa, lo scrivente soffrisse della Sindrome Famiglia Addams e, vittima di una romantica malinconia, gli/le venisse da redigere un articolo dove abbondino aggettivi quali: tristo, funesto, tragico, mortale, fatale, letale, pericoloso, dannoso, nocivo, disastroso (uhm… meglio fermarsi qui!), il destino “emotivo” del suo lavoro non potrebbe che essere segnato. “L’umore” del campo semantico determinerebbe dunque la qualità del risultato ottenuto! O, almeno, una sua qualità. Ripeto, francamente, resto perplessa. Una delle peculiarità del giornalismo online è proprio la capacità unica di esprimere il “mood” dell’autore e del suo lavoro, in maniera diretta. Ovvero, data la maggiore vicinanza dell’io-che-scrive al suo scritto (argomento di cui ho già trattato in altre occasioni), all’autore di-cui-sopra, non resta che esplicitarlo nero su bianco se nel dato momento è incazzato, o in uno stato di grande beatitudine. E con una libertà mai avuta prima. Il suo editore-internet non si sognerebbe mai di impedirglielo!
Ma non basta. Caratteristica prima di ogni linguaggio (anche di quello giornalistico) è l’utilizzo di parole che denotano e connotano. Ancora, non vi è linguaggio dignitosamente evoluto che possa esistere senza una naturale “carica retorica”, quando “retorico” non è sinonimo di artificio-retorico, quanto piuttosto di “imagery”, ovvero di figura scritturale più complessa che rimanda a significati-altri. Per quanto mi riguarda, io ho molti dubbi sul fatto che un programma elettronico possa riuscire a “catturare” simili “momenti”. Sia perché dovrebbe trattarsi di un programma prodigiosamente complesso, sia perché, “per quanto complesso”, non potrebbe mai contenere in memoria tutte le “eccezioni” possibili. Ogni autore è infatti capace di creazioni brand-new ed estemporanee che appartengono solo e soltanto al suo personalissimo bagaglio stilistico. Senza considerare che, per loro natura, le possibilità straordinarie dell’arte-retorica (nonché della satira, della vena-goliardica), avrebbero gioco molto facile nell’imbrogliare un qualsiasi software. Di sicuro, basterebbe loro un mero guizzo “wit” per dire bianco laddove è scritto nero.
Ne deriva che il segno (inteso quale sinonimo di “terminologia utilizzata”) può essere solo e soltanto un mezzo. Il risultato, buono o meno buono, anche a livello di “emotivo”, non potrà che dipendere invece dalla valenza letteraria (et giornalistica) della carica connotativa complessiva prodotta dal singolo autore. Per dirla terra-terra, dal “valore aggiunto” – rispetto ad un qualsiasi parametro di riferimento – che quello scritto è capace di regalare al suo pubblico di lettori attenti. E dunque, indipendentemente dalla positività, o negatività, del campo semantico. In realtà, si tratta di spiegare l’ovvio. Di certo, vi è soltanto che una simile metodologia analitica può risultare molto fuorviante. Non è neppure da sottovalutare il rischio – ancora tutto da provare, s’intende – che possa favorire un ulteriore deterioramento qualitativo della scrittura-digitale.
Non è tutto. C’è un’altra “novità editoriale” riguardante il giornalismo online che io giudico altrettanto perniciosa. Sto parlando di quell’idea che un “algoritmo”, attraverso una veloce identificazione di ogni termine-trendy (e dunque più ricercato in Rete!), possa determinare il contenuto del “giornale”. Possa “farlo” il giornale. La sua prima pagina, così come la terza, la cronaca, la sezione sportiva. Finanche determinare il contenuto degli allegati. Signor Algoritmo al posto di Signor Direttore dunque! Per non parlare della redazione-fantasma, sparsa ovunque sotto il sole e intenta a scrivere sotto dettatura-informatica. Dal Quarto Potere allo Zerbino Informativo Digitale!
Credo si sia capito che questo per me non è giornalismo: né online, né di alcun tipo! Non tanto perché scardinerebbe completamente la “vecchia impalcatura redazionale” (a dire il vero, questo sarebbe l’unico elemento positivo che vi riscontro!), quanto piuttosto perché il giornalismo, così come ogni altra espressione dello spirito-che-scrive, vive di una sua capacità creativa che per reputarsi tale non può fare a meno di un fondamentale elemento: l’originalità. Il vero giornalista, cane-sciolto-arrabbiato per sua natura, resta sempre colui, o colei, che va a ricercare il non-detto in opposizione al detto, ri-detto, trito e contrito che determina il clicking-folle degli internauti!
Ma non solo! Il vero giornalista resta sempre colui, o colei, che va a ricercare il “non-detto” perché imbavagliato, il non-detto perché scomodo-politicamente, il non-detto perché fastidioso affaristicamente-parlando, il non detto perché è-meglio-dimenticare, il non detto perché Tizio-e-Caio hanno famiglia, il non-detto perché gli-amici-non-si-toccano, il non detto perché speriamo-che-io-me-la-cavo e via così, imbavagliando.
Questo per ricordare che le vie del bavaglio-d’oro vanno sempre oltre l’ovvio. Quelle più subdole, sicuramente!
Rina Brundu
19/06/2010
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Occorre fare più attenzione! Ho scoperto, infatti, che in molti siti giornalistici, gli scritti vengono accuratamente analizzati da un software editoriale. Per meglio dire, da un programma informatico costruito ad hoc per carpire il “mood”, ovvero la carica emotiva dell’articolo considerato, e dunque dello spirito-che-scrive, attraverso una valutazione quasi-matematica della stessa. L’impressione che ne ricavo (potrei sbagliarmi!) è che le valutazioni positive, “Buono” o“Molto Buono”, vengano pubblicate, mentre quelle negative sembrerebbero non esistere. Per farla breve, i pezzi che proprio non-si-possono-leggere emotivamente, non ricevono alcuna nota. Un software gentiluomo, insomma: noblesse oblige!
Francamente, resto perplessa. Non tanto sulla scelta d’analisi, quanto piuttosto sulle modalità attuative della stessa. In particolare, il “giudizio emotivo” (perché alla fine sempre di giudizio si tratta, anche se l’intento non è certamente quello di esprimere giudizi, e questo è chiaro), positivo o negativo, sembrerebbe dipendere dalla valenza denotativa dei singoli aggettivi utilizzati. Per esempio, se all’interno di questo articolo il software leggerà un ideale campo semantico composto da termini quali: felice, contento, soddisfatto, appagato, allegro, gioioso, spensierato, raggiante, radioso, gaio, lieto, beato, delizioso, deliziato, luminoso, splendente, sfolgorante, fulgido, sfavillante, scintillante, splendido, raggiante (scusate, ma abbondo per ovvie ragioni!) e così scrivendo sulla-via-della-felicità, il voto finale non potrà che essere “buono” o “molto buono”.
Se, viceversa, lo scrivente soffrisse della Sindrome Famiglia Addams e, vittima di una romantica malinconia, gli/le venisse da redigere un articolo dove abbondino aggettivi quali: tristo, funesto, tragico, mortale, fatale, letale, pericoloso, dannoso, nocivo, disastroso (uhm… meglio fermarsi qui!), il destino “emotivo” del suo lavoro non potrebbe che essere segnato. “L’umore” del campo semantico determinerebbe dunque la qualità del risultato ottenuto! O, almeno, una sua qualità. Ripeto, francamente, resto perplessa. Una delle peculiarità del giornalismo online è proprio la capacità unica di esprimere il “mood” dell’autore e del suo lavoro, in maniera diretta. Ovvero, data la maggiore vicinanza dell’io-che-scrive al suo scritto (argomento di cui ho già trattato in altre occasioni), all’autore di-cui-sopra, non resta che esplicitarlo nero su bianco se nel dato momento è incazzato, o in uno stato di grande beatitudine. E con una libertà mai avuta prima. Il suo editore-internet non si sognerebbe mai di impedirglielo!
Ma non basta. Caratteristica prima di ogni linguaggio (anche di quello giornalistico) è l’utilizzo di parole che denotano e connotano. Ancora, non vi è linguaggio dignitosamente evoluto che possa esistere senza una naturale “carica retorica”, quando “retorico” non è sinonimo di artificio-retorico, quanto piuttosto di “imagery”, ovvero di figura scritturale più complessa che rimanda a significati-altri. Per quanto mi riguarda, io ho molti dubbi sul fatto che un programma elettronico possa riuscire a “catturare” simili “momenti”. Sia perché dovrebbe trattarsi di un programma prodigiosamente complesso, sia perché, “per quanto complesso”, non potrebbe mai contenere in memoria tutte le “eccezioni” possibili. Ogni autore è infatti capace di creazioni brand-new ed estemporanee che appartengono solo e soltanto al suo personalissimo bagaglio stilistico. Senza considerare che, per loro natura, le possibilità straordinarie dell’arte-retorica (nonché della satira, della vena-goliardica), avrebbero gioco molto facile nell’imbrogliare un qualsiasi software. Di sicuro, basterebbe loro un mero guizzo “wit” per dire bianco laddove è scritto nero.
Ne deriva che il segno (inteso quale sinonimo di “terminologia utilizzata”) può essere solo e soltanto un mezzo. Il risultato, buono o meno buono, anche a livello di “emotivo”, non potrà che dipendere invece dalla valenza letteraria (et giornalistica) della carica connotativa complessiva prodotta dal singolo autore. Per dirla terra-terra, dal “valore aggiunto” – rispetto ad un qualsiasi parametro di riferimento – che quello scritto è capace di regalare al suo pubblico di lettori attenti. E dunque, indipendentemente dalla positività, o negatività, del campo semantico. In realtà, si tratta di spiegare l’ovvio. Di certo, vi è soltanto che una simile metodologia analitica può risultare molto fuorviante. Non è neppure da sottovalutare il rischio – ancora tutto da provare, s’intende – che possa favorire un ulteriore deterioramento qualitativo della scrittura-digitale.
Non è tutto. C’è un’altra “novità editoriale” riguardante il giornalismo online che io giudico altrettanto perniciosa. Sto parlando di quell’idea che un “algoritmo”, attraverso una veloce identificazione di ogni termine-trendy (e dunque più ricercato in Rete!), possa determinare il contenuto del “giornale”. Possa “farlo” il giornale. La sua prima pagina, così come la terza, la cronaca, la sezione sportiva. Finanche determinare il contenuto degli allegati. Signor Algoritmo al posto di Signor Direttore dunque! Per non parlare della redazione-fantasma, sparsa ovunque sotto il sole e intenta a scrivere sotto dettatura-informatica. Dal Quarto Potere allo Zerbino Informativo Digitale!
Credo si sia capito che questo per me non è giornalismo: né online, né di alcun tipo! Non tanto perché scardinerebbe completamente la “vecchia impalcatura redazionale” (a dire il vero, questo sarebbe l’unico elemento positivo che vi riscontro!), quanto piuttosto perché il giornalismo, così come ogni altra espressione dello spirito-che-scrive, vive di una sua capacità creativa che per reputarsi tale non può fare a meno di un fondamentale elemento: l’originalità. Il vero giornalista, cane-sciolto-arrabbiato per sua natura, resta sempre colui, o colei, che va a ricercare il non-detto in opposizione al detto, ri-detto, trito e contrito che determina il clicking-folle degli internauti!
Ma non solo! Il vero giornalista resta sempre colui, o colei, che va a ricercare il “non-detto” perché imbavagliato, il non-detto perché scomodo-politicamente, il non-detto perché fastidioso affaristicamente-parlando, il non detto perché è-meglio-dimenticare, il non detto perché Tizio-e-Caio hanno famiglia, il non-detto perché gli-amici-non-si-toccano, il non detto perché speriamo-che-io-me-la-cavo e via così, imbavagliando.
Questo per ricordare che le vie del bavaglio-d’oro vanno sempre oltre l’ovvio. Quelle più subdole, sicuramente!
Rina Brundu
19/06/2010
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venerdì 18 giugno 2010
La "vendetta"
Dell’ex Tigre Celtica defraudata calcisticamente e, perché no? Degli attuali campioni del mondo!
Dopo il 15 Settembre 2008 – giorno dell’infausto default Lehman Brothers – non sono state molte le occasioni di pubblica-felicità sul suolo della Repubblica d’Irlanda. In realtà, è stata proprio tale colossale bancarotta ad infliggere il “colpo fatale” che ha saputo arrestare il passo della Tigre Celtica (1). Ovvero, è stato dal quel momento in poi che migliaia di piccole e grandi società, nate come funghi durante il precedente, straordinario, boom economico (1997-2007 circa), hanno cominciato la loro politica di licenziamento selvaggio. Così, senza l’ombra di significative azioni sindacali o governative tese ad impedire la deriva, i posti di lavoro hanno cominciato a perdersi come ciliegie appese ai rami di un albero squassato dalla tempesta. Squassato dalla pioggia, dalla grandine. Da quel vero e proprio uragano che è stata la corrente crisi economico-finanziaria nell’Isola Smeralda.
“C’era una volta, tanto tempo fa, un’Irlanda fatta di milionari” ci informa una pubblicità che va per la maggiore sugli schermi RTÉ (2) in questi giorni. “C’era una volta, ma adesso non c’è più!” ammonisce quindi. Eggià!! Per quanto fenomenale il boom, è indubbio che quei tempi di vacche grasse possano apparire oggidì quali momenti appartenuti ad un passato favoloso. Mitico quasi. A consegnarli definitivamente al regno dell’impossibile-improbabile, ha contribuito inoltre l’inevitabile inclusione della Repubblica nello sciagurato circolo dei P.I.G.S, ovvero delle nazioni europee meno virtuose in tema di politica economica. Che botta per i figli di Erin (3) che pensavano di avercela fatta finalmente! Che pensavano di avere finalmente consegnato alla Storia i giorni miserabili dell’aut-aut “emigrazione o morte”! Che pensavano di avere detto addio per sempre alla fame, alla povertà, alla miseria che da un’eternità-di-tempo arrivavano loro in dono insieme al primo vagito!
Come spesso accade, scandalo attira scandalo. Non che il problema pedofilia negli ambienti ecclesiastici fosse cosa nuova nel territorio della Repubblica! É indubbio però che, dopo la pubblicazione del famoso Murphy Report(4), questa piaga-nazionale abbia mostrato tutta la sua virulenza. Tutta la sua infettività, la sua tossicità, la sua velenosità. Al punto che, per quanto ferma e decisa potrà essere l’azione di repressione e punizione, nulla e nessuno potrà mai compensare l’orrore del martirio subìto dalle migliaia di piccoli angeli che sono stati vittime designate e silenziose di tanto animo criminale. Impossibile! Tanto più impossibile se si pensa che, nell’Irlanda bigotta che continua a prosperare all’ombra di ogni onesta parrocchia, non sono mai mancate le parole in “difesa” di colpevoli dichiarati.
Da un certo punto di vista, mi pesa associare i gravi argomenti trattati fino a questo momento, con gli altri più leggeri che seguiranno. É mia opinione però che la vita degli esseri umani, di tutti gli esseri umani, a qualunque Paese essi appartengano, sia fatta di momenti diversi. Di momenti felici e ad un tempo tristi. Di momenti terribili e ad un tempo esaltanti. Di momenti “poveri” e ad un tempo “ricchi” dell’energia-del-vivere che li supporta. Ne deriva, che tentare di cogliere “l’umore” più generale di una qualsiasi nazione, in un dato momento della sua Storia, non può prescindere da un’analisi di tutte le “componenti” che determinano quel mood.
Di sicuro, “l’umore” della Nazione irlandese non era uno dei migliori lo scorso 18 Novembre 2009. È stato infatti in quel fatidico giorno che, a Parigi, alla fine di una controversa partita contro la Francia, gli isolani hanno dovuto dire addio alle loro speranze di qualificazione mondiale. E dire che gli Irlandesi ci avevano tanto sperato! E dire che avevano vissuto gli ultimi tempi-calcistici in maniera esaltante, grazie soprattutto agli ottimi risultati ottenuti dalla nazionale sotto la guida di Giovanni Trappattoni. Un altro dio del pallone, appunto! Perché, anche nella cattolicissima Irlanda, la passione per il calcio è un’altra di quelle passioni-frivole per le quali val comunque la pena vivere. Basti pensare che il gol segnato da Ray Houghton, contro gli azzurri di Italia 90, è rimasto impresso nella loro memoria meglio dei comandamenti di Mosé.
Ma se quel lontano “avvenimento-italiano” è rimasto “impresso”, il fattaccio accaduto allo Stade de France continua ad ossessionarli scolpito a caratteri cubitali. Non a caso, sebbene acciaccata e sofferente, la vecchia Tigre non ha mai smesso di sorvegliare il “progresso” dei Francesi nel mondiale sudafricano. Quieta e silenziosa ne attendeva il prevedibile passo falso. Certo, una performance così sotto-tono come quella prodotta dai transalpini contro il Messico, non se la sarebbe immaginata neppure nei suoi sogni più “wild”. Ma a caval donato non si guarda in bocca! Dopo un tempo infinito, ecco dunque un’occasione davvero “buona” per tracannare altra Guinness nella Terra Smeralda. Echissene finanche dello spettro-emigrazione che, si mormora, avrebbe ripreso a vagare in lungo e in largo per il Paese. E poi, sarà pure una magra consolazione, ma almeno i pub fanno affari. Del resto, per far ripartire l’economia da qualche parte occorrerà pure iniziare, o no?
Magra-consolazione per magra-consolazione perché non pensare anche a quella degli attuali campioni del mondo (i.e. noi), che lo scorso 11 Giugno, durante la cerimonia di apertura del mondiale 2010, hanno dovuto vedere la “loro” coppa alzata al cielo da Patrick Vieira. Proprio vero: la “vendetta”, soprattutto quella calcistica, è un piatto da servirsi sempre freddo!
Note:
1) Un altro modo per definire l’Irlanda del boom.
2) Televisione pubblica irlandese.
3) Il nome Erin deriva dalla dea Ériu. Ma era anche l’appellativo dato all’Irlanda dai poeti romantici nazionalisti del XIX secolo.
4) Il Murphy Report ha dato visibilità dei risultati delle inchieste portate avanti nella diocesi di Dublino, rispetto al fenomeno degli abusi pedofili sui minori. È stato reso pubblico il 26 Novembre 2009.
Rina Brundu
17/06/2010
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Dopo il 15 Settembre 2008 – giorno dell’infausto default Lehman Brothers – non sono state molte le occasioni di pubblica-felicità sul suolo della Repubblica d’Irlanda. In realtà, è stata proprio tale colossale bancarotta ad infliggere il “colpo fatale” che ha saputo arrestare il passo della Tigre Celtica (1). Ovvero, è stato dal quel momento in poi che migliaia di piccole e grandi società, nate come funghi durante il precedente, straordinario, boom economico (1997-2007 circa), hanno cominciato la loro politica di licenziamento selvaggio. Così, senza l’ombra di significative azioni sindacali o governative tese ad impedire la deriva, i posti di lavoro hanno cominciato a perdersi come ciliegie appese ai rami di un albero squassato dalla tempesta. Squassato dalla pioggia, dalla grandine. Da quel vero e proprio uragano che è stata la corrente crisi economico-finanziaria nell’Isola Smeralda.
“C’era una volta, tanto tempo fa, un’Irlanda fatta di milionari” ci informa una pubblicità che va per la maggiore sugli schermi RTÉ (2) in questi giorni. “C’era una volta, ma adesso non c’è più!” ammonisce quindi. Eggià!! Per quanto fenomenale il boom, è indubbio che quei tempi di vacche grasse possano apparire oggidì quali momenti appartenuti ad un passato favoloso. Mitico quasi. A consegnarli definitivamente al regno dell’impossibile-improbabile, ha contribuito inoltre l’inevitabile inclusione della Repubblica nello sciagurato circolo dei P.I.G.S, ovvero delle nazioni europee meno virtuose in tema di politica economica. Che botta per i figli di Erin (3) che pensavano di avercela fatta finalmente! Che pensavano di avere finalmente consegnato alla Storia i giorni miserabili dell’aut-aut “emigrazione o morte”! Che pensavano di avere detto addio per sempre alla fame, alla povertà, alla miseria che da un’eternità-di-tempo arrivavano loro in dono insieme al primo vagito!
Come spesso accade, scandalo attira scandalo. Non che il problema pedofilia negli ambienti ecclesiastici fosse cosa nuova nel territorio della Repubblica! É indubbio però che, dopo la pubblicazione del famoso Murphy Report(4), questa piaga-nazionale abbia mostrato tutta la sua virulenza. Tutta la sua infettività, la sua tossicità, la sua velenosità. Al punto che, per quanto ferma e decisa potrà essere l’azione di repressione e punizione, nulla e nessuno potrà mai compensare l’orrore del martirio subìto dalle migliaia di piccoli angeli che sono stati vittime designate e silenziose di tanto animo criminale. Impossibile! Tanto più impossibile se si pensa che, nell’Irlanda bigotta che continua a prosperare all’ombra di ogni onesta parrocchia, non sono mai mancate le parole in “difesa” di colpevoli dichiarati.
Da un certo punto di vista, mi pesa associare i gravi argomenti trattati fino a questo momento, con gli altri più leggeri che seguiranno. É mia opinione però che la vita degli esseri umani, di tutti gli esseri umani, a qualunque Paese essi appartengano, sia fatta di momenti diversi. Di momenti felici e ad un tempo tristi. Di momenti terribili e ad un tempo esaltanti. Di momenti “poveri” e ad un tempo “ricchi” dell’energia-del-vivere che li supporta. Ne deriva, che tentare di cogliere “l’umore” più generale di una qualsiasi nazione, in un dato momento della sua Storia, non può prescindere da un’analisi di tutte le “componenti” che determinano quel mood.
Di sicuro, “l’umore” della Nazione irlandese non era uno dei migliori lo scorso 18 Novembre 2009. È stato infatti in quel fatidico giorno che, a Parigi, alla fine di una controversa partita contro la Francia, gli isolani hanno dovuto dire addio alle loro speranze di qualificazione mondiale. E dire che gli Irlandesi ci avevano tanto sperato! E dire che avevano vissuto gli ultimi tempi-calcistici in maniera esaltante, grazie soprattutto agli ottimi risultati ottenuti dalla nazionale sotto la guida di Giovanni Trappattoni. Un altro dio del pallone, appunto! Perché, anche nella cattolicissima Irlanda, la passione per il calcio è un’altra di quelle passioni-frivole per le quali val comunque la pena vivere. Basti pensare che il gol segnato da Ray Houghton, contro gli azzurri di Italia 90, è rimasto impresso nella loro memoria meglio dei comandamenti di Mosé.
Ma se quel lontano “avvenimento-italiano” è rimasto “impresso”, il fattaccio accaduto allo Stade de France continua ad ossessionarli scolpito a caratteri cubitali. Non a caso, sebbene acciaccata e sofferente, la vecchia Tigre non ha mai smesso di sorvegliare il “progresso” dei Francesi nel mondiale sudafricano. Quieta e silenziosa ne attendeva il prevedibile passo falso. Certo, una performance così sotto-tono come quella prodotta dai transalpini contro il Messico, non se la sarebbe immaginata neppure nei suoi sogni più “wild”. Ma a caval donato non si guarda in bocca! Dopo un tempo infinito, ecco dunque un’occasione davvero “buona” per tracannare altra Guinness nella Terra Smeralda. Echissene finanche dello spettro-emigrazione che, si mormora, avrebbe ripreso a vagare in lungo e in largo per il Paese. E poi, sarà pure una magra consolazione, ma almeno i pub fanno affari. Del resto, per far ripartire l’economia da qualche parte occorrerà pure iniziare, o no?
Magra-consolazione per magra-consolazione perché non pensare anche a quella degli attuali campioni del mondo (i.e. noi), che lo scorso 11 Giugno, durante la cerimonia di apertura del mondiale 2010, hanno dovuto vedere la “loro” coppa alzata al cielo da Patrick Vieira. Proprio vero: la “vendetta”, soprattutto quella calcistica, è un piatto da servirsi sempre freddo!
Note:
1) Un altro modo per definire l’Irlanda del boom.
2) Televisione pubblica irlandese.
3) Il nome Erin deriva dalla dea Ériu. Ma era anche l’appellativo dato all’Irlanda dai poeti romantici nazionalisti del XIX secolo.
4) Il Murphy Report ha dato visibilità dei risultati delle inchieste portate avanti nella diocesi di Dublino, rispetto al fenomeno degli abusi pedofili sui minori. È stato reso pubblico il 26 Novembre 2009.
Rina Brundu
17/06/2010
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domenica 13 giugno 2010
La partita
Finalmente Obama rende la pariglia agli inglesi per i disastri combinati dalla British Petroleum nel Golfo del Messico. E grazie agli allenatori nostrani!
Il 3 Dicembre 1984, una fuga di 40 tonnellate di isocianato di metile, dalla stabilimento indiano della Union Carbide – multinazionale chimica americana - fu causa di una immane tragedia nella città di Bhopal (India centrale). L’incidente provocò la morte di migliaia di persone, mentre i contaminati furono centinaia di migliaia. Nonostante l’intervento del governo indiano, che si propose come diretto rappresentante dei suoi cittadini, la vicenda giudiziaria che ne seguì – tra battaglie politiche e legali internazionali - si trascinò per anni. Alla fine della stessa, buona parte dei 470 milioni di dollari versati dalla Union Carbide, molto tempo dopo la tragedia, sarebbero stati usati per pagare le parcelle degli avvocati e le tangenti di rito. Alle vittime non sarebbe rimasto che un mortificante ed umiliante obolo.
Il 20 Aprile 2010, nel Golfo del Messico è esploso un pozzo petrolifero sfruttato dalla British Petroleum. La scoppio ha causato la morte di 11 persone e il ferimento di un’altra ventina. Migliaia sono stati invece i barili di carburante che, da quel momento in poi, si sono riversati nel Golfo del Messico, provocando la più grande catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti. Nonostante la pressione politica, le diverse “special operations” pensate dalla BP per bloccare la fuoriuscita del greggio, non hanno ottenuto il risultato sperato: la falla non si è chiusa!
“Plug the damn hole!” avrebbe urlato un esasperato Obama durante un’altra riunione d’emergenza nella stanza ovale. Purtroppo, senza risultati visibili fino ad oggi. Almeno per quanto riguarda la falla! Per il resto, è indubbio che le teste hanno cominciato a cadere e che la BP si sia affrettata a dirsi disponibile a pagare il salatissimo conto. Di certo, vi è che il senior management della società petrolifera britannica potrà difficilmente contare sulle molte scappatoie che sarebbero state provviste dal diritto internazionale (et non) ad alcuni colleghi della Carbide, in quell’altra infelice occasione. Così come sembrerebbe altrettanto certo che la BP pagherà subito per il disastro ecologico provocato.
Un Obama determinato come non si era mai visto dunque!. Un Obama che per ottenere il risultato non ha esitato ad alzare il tiro della polemica, fino quasi a porre a repentaglio il “rapporto privilegiato” sempre esistito tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma a giudicare dallo spazio datole sui maggiori canali di informazione britannici, è indubbio che tale polemica abbia indispettito parecchio i sudditi di Sua Maestà. Forse è anche per questo che, proprio stasera, Obama avrebbe ribadito a Cameron – sotto pressione sulla difesa del management BP – un suo non-interesse ad indebolire, o minare, la società petrolifera inglese.
Del resto, le preoccupazioni del primo Presidente nero della Storia americana sembrerebbero essere più interne che internazionali. E, disastro ecologico a parte, la vera partita a cui egli guarda dovrebbe senz’altro essere quella che si giocherà nella tornata elettorale di Novembre, quando i nodi creati dalle mai risolte questioni legate all’immigrazione clandestina, alla disoccupazione, alla crisi economica strisciante, alla rivoluzionaria riforma sanitaria approvata, alla guerra in Afghanistan, non potranno non venire al pettine.
Nell’attesa del redde rationem - e partita per partita – meglio distrarsi! Meglio accontentarsi di ogni magra soddisfazione che passa il convento. Come, per esempio, quella regalatagli quest’oggi dalla nazionale di calcio statunitense che ha “costretto” al pareggio i leoni bianchi di Sua Maestà! Indubbiamente, un evento da ricordare! Eppur-tuttavia, un risultato che, a sentire i commenti dopo-partita dei cronisti sportivi inglesi e irlandesi, non sarebbe da ascriversi al “solo” merito degli americani.
Secondo questi professionisti, la terribile prestazione della squadra inglese sarebbe dovuta piuttosto all’infausta predizione di Johan Cruyff. Il quale Cruyff, giusto pochi giorni fa, avrebbe escluso la nazionale di Capello dalla lista delle “papabili” per la vittoria, proprio in quanto allenata da un tecnico italiano. Come non bastasse, la leggenda calcistica olandese avrebbe aggiunto che tutta la “filosofia” del calcio inglese sarebbe messa “in pericolo” dall’influenza nefasta dei molti allenatori italiani che lavorano in Gran Bretagna. E che sarebbero interessati solamente al risultato!
“Il risultato?” avrebbe mormorato Barack Obama. Per l’appunto tutto ciò che i tecnici inglesi della BP non riescono a portargli! Nel dubbio dunque che l’eccezionale pareggio di stanotte sia stato ottenuto soprattutto grazie alle “variegate potenzialità” espresse dal calcio del Bel Paese, voci si rincorrono su una presunta intenzione del Presidente di inviare subito nel Golfo del Messico un qualche allenatore nostrano esonerato. Target? Tappare finalmente la dannata falla! Mossa molto azzeccata a mio modo di vedere! Soprattutto in vista della vera partita da giocarsi a Novembre. Se qualcosa dovesse andare male, infatti: nessun dubbio, colpa dell’arbitro!
Rina Brundu
Dublin, 12/06/2010
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Il 3 Dicembre 1984, una fuga di 40 tonnellate di isocianato di metile, dalla stabilimento indiano della Union Carbide – multinazionale chimica americana - fu causa di una immane tragedia nella città di Bhopal (India centrale). L’incidente provocò la morte di migliaia di persone, mentre i contaminati furono centinaia di migliaia. Nonostante l’intervento del governo indiano, che si propose come diretto rappresentante dei suoi cittadini, la vicenda giudiziaria che ne seguì – tra battaglie politiche e legali internazionali - si trascinò per anni. Alla fine della stessa, buona parte dei 470 milioni di dollari versati dalla Union Carbide, molto tempo dopo la tragedia, sarebbero stati usati per pagare le parcelle degli avvocati e le tangenti di rito. Alle vittime non sarebbe rimasto che un mortificante ed umiliante obolo.
Il 20 Aprile 2010, nel Golfo del Messico è esploso un pozzo petrolifero sfruttato dalla British Petroleum. La scoppio ha causato la morte di 11 persone e il ferimento di un’altra ventina. Migliaia sono stati invece i barili di carburante che, da quel momento in poi, si sono riversati nel Golfo del Messico, provocando la più grande catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti. Nonostante la pressione politica, le diverse “special operations” pensate dalla BP per bloccare la fuoriuscita del greggio, non hanno ottenuto il risultato sperato: la falla non si è chiusa!
“Plug the damn hole!” avrebbe urlato un esasperato Obama durante un’altra riunione d’emergenza nella stanza ovale. Purtroppo, senza risultati visibili fino ad oggi. Almeno per quanto riguarda la falla! Per il resto, è indubbio che le teste hanno cominciato a cadere e che la BP si sia affrettata a dirsi disponibile a pagare il salatissimo conto. Di certo, vi è che il senior management della società petrolifera britannica potrà difficilmente contare sulle molte scappatoie che sarebbero state provviste dal diritto internazionale (et non) ad alcuni colleghi della Carbide, in quell’altra infelice occasione. Così come sembrerebbe altrettanto certo che la BP pagherà subito per il disastro ecologico provocato.
Un Obama determinato come non si era mai visto dunque!. Un Obama che per ottenere il risultato non ha esitato ad alzare il tiro della polemica, fino quasi a porre a repentaglio il “rapporto privilegiato” sempre esistito tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma a giudicare dallo spazio datole sui maggiori canali di informazione britannici, è indubbio che tale polemica abbia indispettito parecchio i sudditi di Sua Maestà. Forse è anche per questo che, proprio stasera, Obama avrebbe ribadito a Cameron – sotto pressione sulla difesa del management BP – un suo non-interesse ad indebolire, o minare, la società petrolifera inglese.
Del resto, le preoccupazioni del primo Presidente nero della Storia americana sembrerebbero essere più interne che internazionali. E, disastro ecologico a parte, la vera partita a cui egli guarda dovrebbe senz’altro essere quella che si giocherà nella tornata elettorale di Novembre, quando i nodi creati dalle mai risolte questioni legate all’immigrazione clandestina, alla disoccupazione, alla crisi economica strisciante, alla rivoluzionaria riforma sanitaria approvata, alla guerra in Afghanistan, non potranno non venire al pettine.
Nell’attesa del redde rationem - e partita per partita – meglio distrarsi! Meglio accontentarsi di ogni magra soddisfazione che passa il convento. Come, per esempio, quella regalatagli quest’oggi dalla nazionale di calcio statunitense che ha “costretto” al pareggio i leoni bianchi di Sua Maestà! Indubbiamente, un evento da ricordare! Eppur-tuttavia, un risultato che, a sentire i commenti dopo-partita dei cronisti sportivi inglesi e irlandesi, non sarebbe da ascriversi al “solo” merito degli americani.
Secondo questi professionisti, la terribile prestazione della squadra inglese sarebbe dovuta piuttosto all’infausta predizione di Johan Cruyff. Il quale Cruyff, giusto pochi giorni fa, avrebbe escluso la nazionale di Capello dalla lista delle “papabili” per la vittoria, proprio in quanto allenata da un tecnico italiano. Come non bastasse, la leggenda calcistica olandese avrebbe aggiunto che tutta la “filosofia” del calcio inglese sarebbe messa “in pericolo” dall’influenza nefasta dei molti allenatori italiani che lavorano in Gran Bretagna. E che sarebbero interessati solamente al risultato!
“Il risultato?” avrebbe mormorato Barack Obama. Per l’appunto tutto ciò che i tecnici inglesi della BP non riescono a portargli! Nel dubbio dunque che l’eccezionale pareggio di stanotte sia stato ottenuto soprattutto grazie alle “variegate potenzialità” espresse dal calcio del Bel Paese, voci si rincorrono su una presunta intenzione del Presidente di inviare subito nel Golfo del Messico un qualche allenatore nostrano esonerato. Target? Tappare finalmente la dannata falla! Mossa molto azzeccata a mio modo di vedere! Soprattutto in vista della vera partita da giocarsi a Novembre. Se qualcosa dovesse andare male, infatti: nessun dubbio, colpa dell’arbitro!
Rina Brundu
Dublin, 12/06/2010
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venerdì 4 giugno 2010
Giornalismo online: l’anello mancante
Sul giornalismo di questi tempi. Riflessioni e considerazioni.
Secondo la normativa italiana, chi non è iscritto all’Ordine, pur svolgendo un lavoro di tipo giornalistico, non può considerarsi un giornalista. La professione del giornalista è dunque formalmente regolamentata ed è fondata su una precisa deontologia, ovvero su una sorta di meccanismo etico che le appartiene e che lega in un binomio inscindibile la bontà del fine con la liceità del mezzo utilizzato per raggiungerlo quel fine. Più semplicemente, chi esercita il mestiere del giornalista si occupa di giornalismo, ovvero di quell’attività editoriale specializzata “nella raccolta, nell’elaborazione e nella trasmissione di notizie”.
Rimarcare che questa è una professione legalmente riconosciuta, che ha una sua ragione morale, che ha un suo scopo e una sua precisa modalità di estrinsecazione operativa non è un esercizio fine a se stesso. In questi tempi digitali, serve soprattutto a rammentare che il “mestiere” ha una identità ben definita.
Anche l’etimologia è un elemento importante. Ci ricorda che il termine giornalismo deriva dalla parola “giornale”; e che non si può parlare di “giornale”, o di “giornali”, senza conoscerne il particolarissimo universo. Nello specifico, un mondo fatto di carta, di costosi macchinari per la stampa, di necessità tecniche e di spazio, di scrittura ridotta all’essenza, di redazioni e di redattori, di editori e di un dato potere. Il cosiddetto “quarto potere” appunto. Un centro decisionale nevralgico che nel corso del XX secolo ha avuto un ruolo determinante nel modellare l’immagine del mondo-intorno.
Tutto questo, mentre il mito della “libertà di stampa” - in America più che in ogni altro luogo - non ha mai smesso di affascinare molti spiriti. Agli altri, non è rimasto che imparare a convivere con la certezza che una tale perfetta autodeterminazione non avrebbe mai potuto esistere. Bisognava accontentarsi quindi. Accontentarsi dell’idea che a “filtrarla” per noi fossero stati “chiamati” gli occhi di una casta. Perché non vi sono dubbi che anche il giornalismo – persino quello più “illuminato”, quello che ha saputo farsi grande con i suoi tanti martiri – non ha mai fatto eccezione; e dunque non ha mai saputo, o voluto, fuggire il destino segnato di struttura piramidale governata da... uomini. Con tutti i loro limiti.
Sulla possibilità che – a livello informativo - il nuovo-che-sta-arrivando possa essere chiamato giornalismo, o giornalismo online, che dir si voglia, mantengo invece le mie riserve. Più esattamente, mantengo le mie riserve sull’idea che l’informazione raccolta, elaborata e trasmessa per via digitale possa essere considerata “giornalismo” in senso tecnico. La precisazione è importante, perché altra cosa è l’aspetto intellettivo-creativo che accomuna il destino di ogni spirito-che-scrive (i.e. giornalisti si nasce!). Di sicuro, la personale incapacità di capire questa probabile verità (ovvero l’eventualità della non perfetta macro-corrispondenza tra le dinamiche del giornalismo tradizionale e quelle della sua trasposizione digitale, nonché le differenze riscontrabili a seconda dell’approccio analitico) è stato l’anello mancante che per molto tempo mi ha impedito di chiudere con la mia analisi di queste tematiche.
Conseguenza delle cose, è la mia rafforzata convinzione che il giornalismo morirà con i giornali! Mentre la risposta all’amletica domanda: “Sono un giornalista se pubblico solo in Rete?” non potrà che essere “No!”. Un informatore, un opinionista, un commentatore che esercitasse la sua professione solamente online non potrebbe mai essere considerato un giornalista. Lo abbiamo appena visto. Non potrebbe esserlo da un punto di vista legale, non potrebbe esserlo da un punto di vista di mera organizzazione del lavoro, ma non potrebbe esserlo neppure rispetto alle necessità operative dell’universo digitale di riferimento.
Alla maniera del vecchio “mestiere”, infatti, anche l’informazione trasmessa in Rete ha delle necessità proprie di “produzione”. Delle modalità di estrinsecazione senza le quali non potrebbe esistere. Tra le tante, mi viene in mente la maggiore comunione tra lo “scrittore” ed il suo scritto, in virtù del quale lo stile dell’informatore online diventa la sua firma. Riconoscibilissima e refrattaria ad una qualsiasi omologazione formale e formalizzante. La scrittura informativa digitale – liberata da ogni costrizione editoriale – acquista colore e carattere. Espressione compiuta della forza delle idee che la giustificano. Mentre la concreta possibilità di un suo scadimento qualitativo non potrà che essere una delle grandi sfide da risolvere per l’editoria che sarà.
Di certo, vi è soltanto che il giornalista “storico dell’istante” di camusiana memoria, vedrà accresciuta questa sua responsabilità. A fare in modo che ciò accada, ci penserà la capacità unica della Rete di moltiplicare ogni istante-informativo in milioni di altri istanti. Diversi e contestuali. Per associazione mentale, mi torna alla memoria l’effetto avuto dalla teoria della relatività di Einstein sul concetto assoluto di spazio-tempo che aveva dominato fino a quel momento. Un modo come un altro per dire che se la raccolta e l’elaborazione della notizia tradizionale poteva essere compito non facile, una raccolta e una elaborazione digitale professionale non sarà un lavoro meno impegnativo.
Al contrario, richiederà quasi certamente risorse umane e intellettuali non indifferenti. Un superuomo e una superdonna forse. Speriamo siano tali anche nella loro moralità.
Rina Brundu
Dublin, 04/06/2010
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Secondo la normativa italiana, chi non è iscritto all’Ordine, pur svolgendo un lavoro di tipo giornalistico, non può considerarsi un giornalista. La professione del giornalista è dunque formalmente regolamentata ed è fondata su una precisa deontologia, ovvero su una sorta di meccanismo etico che le appartiene e che lega in un binomio inscindibile la bontà del fine con la liceità del mezzo utilizzato per raggiungerlo quel fine. Più semplicemente, chi esercita il mestiere del giornalista si occupa di giornalismo, ovvero di quell’attività editoriale specializzata “nella raccolta, nell’elaborazione e nella trasmissione di notizie”.
Rimarcare che questa è una professione legalmente riconosciuta, che ha una sua ragione morale, che ha un suo scopo e una sua precisa modalità di estrinsecazione operativa non è un esercizio fine a se stesso. In questi tempi digitali, serve soprattutto a rammentare che il “mestiere” ha una identità ben definita.
Anche l’etimologia è un elemento importante. Ci ricorda che il termine giornalismo deriva dalla parola “giornale”; e che non si può parlare di “giornale”, o di “giornali”, senza conoscerne il particolarissimo universo. Nello specifico, un mondo fatto di carta, di costosi macchinari per la stampa, di necessità tecniche e di spazio, di scrittura ridotta all’essenza, di redazioni e di redattori, di editori e di un dato potere. Il cosiddetto “quarto potere” appunto. Un centro decisionale nevralgico che nel corso del XX secolo ha avuto un ruolo determinante nel modellare l’immagine del mondo-intorno.
Tutto questo, mentre il mito della “libertà di stampa” - in America più che in ogni altro luogo - non ha mai smesso di affascinare molti spiriti. Agli altri, non è rimasto che imparare a convivere con la certezza che una tale perfetta autodeterminazione non avrebbe mai potuto esistere. Bisognava accontentarsi quindi. Accontentarsi dell’idea che a “filtrarla” per noi fossero stati “chiamati” gli occhi di una casta. Perché non vi sono dubbi che anche il giornalismo – persino quello più “illuminato”, quello che ha saputo farsi grande con i suoi tanti martiri – non ha mai fatto eccezione; e dunque non ha mai saputo, o voluto, fuggire il destino segnato di struttura piramidale governata da... uomini. Con tutti i loro limiti.
Sulla possibilità che – a livello informativo - il nuovo-che-sta-arrivando possa essere chiamato giornalismo, o giornalismo online, che dir si voglia, mantengo invece le mie riserve. Più esattamente, mantengo le mie riserve sull’idea che l’informazione raccolta, elaborata e trasmessa per via digitale possa essere considerata “giornalismo” in senso tecnico. La precisazione è importante, perché altra cosa è l’aspetto intellettivo-creativo che accomuna il destino di ogni spirito-che-scrive (i.e. giornalisti si nasce!). Di sicuro, la personale incapacità di capire questa probabile verità (ovvero l’eventualità della non perfetta macro-corrispondenza tra le dinamiche del giornalismo tradizionale e quelle della sua trasposizione digitale, nonché le differenze riscontrabili a seconda dell’approccio analitico) è stato l’anello mancante che per molto tempo mi ha impedito di chiudere con la mia analisi di queste tematiche.
Conseguenza delle cose, è la mia rafforzata convinzione che il giornalismo morirà con i giornali! Mentre la risposta all’amletica domanda: “Sono un giornalista se pubblico solo in Rete?” non potrà che essere “No!”. Un informatore, un opinionista, un commentatore che esercitasse la sua professione solamente online non potrebbe mai essere considerato un giornalista. Lo abbiamo appena visto. Non potrebbe esserlo da un punto di vista legale, non potrebbe esserlo da un punto di vista di mera organizzazione del lavoro, ma non potrebbe esserlo neppure rispetto alle necessità operative dell’universo digitale di riferimento.
Alla maniera del vecchio “mestiere”, infatti, anche l’informazione trasmessa in Rete ha delle necessità proprie di “produzione”. Delle modalità di estrinsecazione senza le quali non potrebbe esistere. Tra le tante, mi viene in mente la maggiore comunione tra lo “scrittore” ed il suo scritto, in virtù del quale lo stile dell’informatore online diventa la sua firma. Riconoscibilissima e refrattaria ad una qualsiasi omologazione formale e formalizzante. La scrittura informativa digitale – liberata da ogni costrizione editoriale – acquista colore e carattere. Espressione compiuta della forza delle idee che la giustificano. Mentre la concreta possibilità di un suo scadimento qualitativo non potrà che essere una delle grandi sfide da risolvere per l’editoria che sarà.
Di certo, vi è soltanto che il giornalista “storico dell’istante” di camusiana memoria, vedrà accresciuta questa sua responsabilità. A fare in modo che ciò accada, ci penserà la capacità unica della Rete di moltiplicare ogni istante-informativo in milioni di altri istanti. Diversi e contestuali. Per associazione mentale, mi torna alla memoria l’effetto avuto dalla teoria della relatività di Einstein sul concetto assoluto di spazio-tempo che aveva dominato fino a quel momento. Un modo come un altro per dire che se la raccolta e l’elaborazione della notizia tradizionale poteva essere compito non facile, una raccolta e una elaborazione digitale professionale non sarà un lavoro meno impegnativo.
Al contrario, richiederà quasi certamente risorse umane e intellettuali non indifferenti. Un superuomo e una superdonna forse. Speriamo siano tali anche nella loro moralità.
Rina Brundu
Dublin, 04/06/2010
All rights reserved©
La fabbrica
Esteri. A proposito dei suicidi alla Foxconn.
Era una fabbrica molto carina,
bel ristorante bella piscina,
non si poteva riderci dentro,
perché scattava il licenziamento,
non si riusciva a riposare,
c’era l’iPhone da assemblare,
non era permesso manco morire,
quando l’iPad doveva uscire.
Ma era bella, bella davvero,
in via dei matti numero zero…
Ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato (Karl Kraus)
Rina Brundu
Dublin 3.06.2010
Era una fabbrica molto carina,
bel ristorante bella piscina,
non si poteva riderci dentro,
perché scattava il licenziamento,
non si riusciva a riposare,
c’era l’iPhone da assemblare,
non era permesso manco morire,
quando l’iPad doveva uscire.
Ma era bella, bella davvero,
in via dei matti numero zero…
Ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato (Karl Kraus)
Rina Brundu
Dublin 3.06.2010
domenica 30 maggio 2010
Know How
A proposito della manovra. Ovvero come, oltre al governo-del-fare,
serva anche un governo del saper-fare…
Non mi occupo di Politica in senso-attivo. Non sono iscritta ad alcun partito e non credo di volerlo fare per molto altro tempo ancora. Probabilmente mai. Penso infatti che ciascuno abbia il suo destino. E se io potessi scegliere il mio, sarebbe invece quello di riuscire a capire, nonché a studiare, le dinamiche anche politiche (ma non solo) che determinano la vita di un Paese. Nello specifico, il mio Paese.
La premessa è importante. Soprattutto, in Italia, dove non si riesce a dire “mah” senza sfuggire ai dubbi amletici delle anime-pie che si interrogano sulla qualità del colore che fa da sfondo a tale “impegnata” elucubrazione. Reclamo il diritto ad una mia indipendenza di pensiero; penso anche che questo sia il minimo diritto che una nazione civile dovrebbe garantire ai suoi figli.
Per ovvie ragioni quindi, non rientro nella categoria dei denigratori del governo in carica. E non vi rientrerei qualsiasi fosse il governo-in-carica. Penso anche che un dato rispetto per i cittadini che votano e scelgono occorra sempre averlo. Questo vale sia per coloro che militano nei partiti di opposizione ma, ancora di più, per coloro che sono stati votati e scelti.
Tra il denigrare e l’applaudire incondizionatamente esiste però un “gap” non indifferente. Senza considerare che nessun giornalista, scrittore, commentatore, opinionista davvero-tale dovrebbe mai applaudire l’operato di un governo-in-carica per partito-preso (è davvero il caso di rimarcarlo!). Di fatto, dovrebbero essere proprio queste le “pedine” che fanno da watchdog alle cose della politica, dell’amministrazione, alla possibilità di una sana estrinsecazione della vita civile e democratica dentro il contesto nazionale di riferimento. Francamente sono pure convinta che, in questa penisola così bistrattata, tale possibilità di “compiuta” espressione del nostro Essere esista più che in molti altri luoghi. A dimostrarmelo sono, di solito, proprio la variegate reazioni – a volte scomposte – che procurano simili affermazioni.
Nulla di nuovo sotto il sole dunque! Eppure è proprio di quel nuovo-che-manca che vorrei trattare in questo articolo. E della urgente necessità di spostare il baricentro dell’attenzione dalle esigenze del “fare” a quella del “saper-fare”. L’Italia resta certamente uno dei grandi Paesi tecnologicamente avanzati ma, a volte, si ha l’impressione che questa sua crescita avvenga soprattutto per inerzia. Insomma, perché, dati i fondamentali, non potrebbe essere altrimenti!
Conseguenza di una tale, particolare, modalità-evolutiva è il “grande divide tecnico” che separa alcune “frange più esposte” dalle altre. Non è questione da prendersi alla leggera; non se pensiamo che, nel mondo-che-verrà, l’alfabetizzazione tecnica sarà il minimo requisito richiesto per portare avanti un qualsiasi discorso di rilevanza sociale. Volendo portare il ragionamento agli estremi, si potrebbe forse dire che una presa-di-coscienza tecnica sarà la vera presa-di-coscienza civile del futuro. Perché è indubbio che un simile know-how determini una diversa visione dell’universo-intorno ma, soprattutto, ci rende davvero consapevoli di quali siano le reali possibilità-in-noi.
Guardando alle cose italiane da fuori, si ha come l’impressione che la nostra penisola sia ancora perfettamente stritolata dentro le logiche da saggezza-contadina che pur hanno saputo renderla grande. Una analisi davvero onesta, direbbe anche che forse sono state proprio queste dinamiche “obsolete” a far da importantissimo “cuscinetto-salvagente” durante l’evolversi della corrente, gravissima, crisi finanziaria. Questo però non dovrebbe autorizzare nessuno a pensare che lo status-quo sia anche la soluzione ottimale per il futuro.
Da cittadina che torna a casa dopo 13 anni, da figliol-prodigo che sceglie il suo Paese e che non vorrebbe vivere in nessun altro luogo al mondo che non sia il suo meraviglioso Paese, è inutile dire che i dubbi mi prendono. Tanto più che ho avuto la fortuna di trascorrere gli ultimi dieci anni della mia vita in una nazione, l’Irlanda, che - pur tenendo in conto gli immancabili eccessi speculativi e da politica-cacciarona responsabili delle sofferenze che sta scontando in questi tempi di vacche magre - ha saputo comunque cambiare il suo destino di nazione emigrante in terra di effettiva opportunità.
La mia speranza è dunque che alle tante parole che si sono sentite in questi giorni seguano pure i fatti. Che le giustissime misure restrittive adottate, non si trasformino in una modalità-tutta-nuova di castrazione della possibilità-del-sogno. Soprattutto, della possibilità di un sogno imprenditoriale. E cioè dell’unica, vera, opportunità di riscossa civile ed economica del nostro Sud. Del mio Sud. Della mia Sardegna. Della mia Ogliastra. Quella che scelgo come casa. A prescindere.
Rina Brundu
Dublin, 30/05/2010
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serva anche un governo del saper-fare…
Non mi occupo di Politica in senso-attivo. Non sono iscritta ad alcun partito e non credo di volerlo fare per molto altro tempo ancora. Probabilmente mai. Penso infatti che ciascuno abbia il suo destino. E se io potessi scegliere il mio, sarebbe invece quello di riuscire a capire, nonché a studiare, le dinamiche anche politiche (ma non solo) che determinano la vita di un Paese. Nello specifico, il mio Paese.
La premessa è importante. Soprattutto, in Italia, dove non si riesce a dire “mah” senza sfuggire ai dubbi amletici delle anime-pie che si interrogano sulla qualità del colore che fa da sfondo a tale “impegnata” elucubrazione. Reclamo il diritto ad una mia indipendenza di pensiero; penso anche che questo sia il minimo diritto che una nazione civile dovrebbe garantire ai suoi figli.
Per ovvie ragioni quindi, non rientro nella categoria dei denigratori del governo in carica. E non vi rientrerei qualsiasi fosse il governo-in-carica. Penso anche che un dato rispetto per i cittadini che votano e scelgono occorra sempre averlo. Questo vale sia per coloro che militano nei partiti di opposizione ma, ancora di più, per coloro che sono stati votati e scelti.
Tra il denigrare e l’applaudire incondizionatamente esiste però un “gap” non indifferente. Senza considerare che nessun giornalista, scrittore, commentatore, opinionista davvero-tale dovrebbe mai applaudire l’operato di un governo-in-carica per partito-preso (è davvero il caso di rimarcarlo!). Di fatto, dovrebbero essere proprio queste le “pedine” che fanno da watchdog alle cose della politica, dell’amministrazione, alla possibilità di una sana estrinsecazione della vita civile e democratica dentro il contesto nazionale di riferimento. Francamente sono pure convinta che, in questa penisola così bistrattata, tale possibilità di “compiuta” espressione del nostro Essere esista più che in molti altri luoghi. A dimostrarmelo sono, di solito, proprio la variegate reazioni – a volte scomposte – che procurano simili affermazioni.
Nulla di nuovo sotto il sole dunque! Eppure è proprio di quel nuovo-che-manca che vorrei trattare in questo articolo. E della urgente necessità di spostare il baricentro dell’attenzione dalle esigenze del “fare” a quella del “saper-fare”. L’Italia resta certamente uno dei grandi Paesi tecnologicamente avanzati ma, a volte, si ha l’impressione che questa sua crescita avvenga soprattutto per inerzia. Insomma, perché, dati i fondamentali, non potrebbe essere altrimenti!
Conseguenza di una tale, particolare, modalità-evolutiva è il “grande divide tecnico” che separa alcune “frange più esposte” dalle altre. Non è questione da prendersi alla leggera; non se pensiamo che, nel mondo-che-verrà, l’alfabetizzazione tecnica sarà il minimo requisito richiesto per portare avanti un qualsiasi discorso di rilevanza sociale. Volendo portare il ragionamento agli estremi, si potrebbe forse dire che una presa-di-coscienza tecnica sarà la vera presa-di-coscienza civile del futuro. Perché è indubbio che un simile know-how determini una diversa visione dell’universo-intorno ma, soprattutto, ci rende davvero consapevoli di quali siano le reali possibilità-in-noi.
Guardando alle cose italiane da fuori, si ha come l’impressione che la nostra penisola sia ancora perfettamente stritolata dentro le logiche da saggezza-contadina che pur hanno saputo renderla grande. Una analisi davvero onesta, direbbe anche che forse sono state proprio queste dinamiche “obsolete” a far da importantissimo “cuscinetto-salvagente” durante l’evolversi della corrente, gravissima, crisi finanziaria. Questo però non dovrebbe autorizzare nessuno a pensare che lo status-quo sia anche la soluzione ottimale per il futuro.
Da cittadina che torna a casa dopo 13 anni, da figliol-prodigo che sceglie il suo Paese e che non vorrebbe vivere in nessun altro luogo al mondo che non sia il suo meraviglioso Paese, è inutile dire che i dubbi mi prendono. Tanto più che ho avuto la fortuna di trascorrere gli ultimi dieci anni della mia vita in una nazione, l’Irlanda, che - pur tenendo in conto gli immancabili eccessi speculativi e da politica-cacciarona responsabili delle sofferenze che sta scontando in questi tempi di vacche magre - ha saputo comunque cambiare il suo destino di nazione emigrante in terra di effettiva opportunità.
La mia speranza è dunque che alle tante parole che si sono sentite in questi giorni seguano pure i fatti. Che le giustissime misure restrittive adottate, non si trasformino in una modalità-tutta-nuova di castrazione della possibilità-del-sogno. Soprattutto, della possibilità di un sogno imprenditoriale. E cioè dell’unica, vera, opportunità di riscossa civile ed economica del nostro Sud. Del mio Sud. Della mia Sardegna. Della mia Ogliastra. Quella che scelgo come casa. A prescindere.
Rina Brundu
Dublin, 30/05/2010
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sabato 22 maggio 2010
A "cuore" aperto.
Sul “far-ridere” di questi tempi. Riflessioni e considerazioni.
Readers, friends, if you turn these pages
Put your prejudice aside,
For, really, there's nothing here that's outrageous…
François Rabelais, introduzione a Gargantua e Pantagruel
“Nel mercato planetario far ridere é arma di potere. É meglio scrivere di riso che di lacrime, perché ridere é ciò che é proprio dell’uomo”. Vi é una grande verità in questa frase “bergsoniana” di Edoardo Sanguineti, il grande poeta italiano scomparso in questi giorni. A colpirmi é stata proprio la riflessione-nuova che può indurre sulle questioni del “ridere” e del “far-ridere”, quando vissute dentro il villaggio-globale, in un’epoca post rivoluzione digitale.
A scanso di equivoci, e dati i tempi che tirano, preciso che quando parlo di far-ridere, mi sto riferendo ad una capacità ingegnosa di procurare – negli altri - la “reazione nervosa” del “riso”, allo scopo di raggiungere un dato fine. Del resto, il saper-far-ridere, nei modi e nelle forme più disparate, è stata storicamente la conditio imprescindibile per demitizzare o irridere il Potere, così come la vita tronfia. Finanche la Morte.
Torna quindi in mente il comico sconcio di Gargantua e Pantagruel, così come quello accorto, teatralizzato e più complesso dei molti buffoni di corte. Ma non solo. Nell’Italia contadina, proletaria e rampante del XX secolo, torna alla memoria lo “wit” esuberante di Giovannino Guareschi. E, in tempi molto più vicini a noi, il ruolo importante giocato dalla satira irriverente di “Cuore” – il settimanale diretto da Michele Serra – durante le fasi salienti della caduta della Prima Repubblica.
Guardando a questo “passato” scenario, e mentalmente confrontandolo con la situazione presente, viene quasi naturale sottolineare un fondamentale passaggio-di-consegne avvenuto da quel-tempo-in-poi. Il far-ridere è diventato (in Italia più che altrove), arma-consacrante-il-potere (in opposizione al suo carattere storico di strumento-dissacrante dello stesso). Nel Paese dei campanili, ci si potrebbe spingere fino a dire che, è diventata arma-consacrante-il potere-del-partito.
In questo senso, nessuno è innocente! Di fatto, i modi con cui il comico, la satira, possono trasformarsi in armi-politiche-improprie sono vari ed avariati. Per esempio, possono diventare tali quando il simpatizzante-di-partito si trasforma in un forzato della positività-a-tutti-i-costi. Se è vero, infatti, che un approccio costruttivo-alle-cose può compiere molti miracoli, è pure vero che esiste una sorta di indispensabile-pesantezza-dell’Essere che reclama i suoi diritti “importanti”. E questi diritti vanno rispettati! Ma il comico e la satira possono diventare armi politically-incorrect anche quando vengono usate per una denigrazione-tout-court dell’avversario, o per sottolineare una “presunta-differenza” nei valori etici, morali, culturali ed intellettuali messi in campo.
Naturalmente, nessuno nega il sacrosanto diritto di una qualsiasi manifestazione formale del far-ridere ad esistere in tutta la sua dirompente demenzialità. Allo stesso modo, nessuno nega il suo diritto-dovere ad esprimersi in maniera creativa. Piuttosto, il contrario. Dato, infatti, il fondamentale ruolo giocato dentro le dinamiche libere di una collettività democratica, credo sia dovere di tutti noi vigilare affinché ne siano preservate, intatte, le peculiarità.
Tra queste, oltre alla naturale ritrosia ad essere “addomesticate” (non importa per quale fine), ritengo ci sia anche la straordinaria capacità di colpire il bersaglio senza grande fatica, senza strafare, senza prendere troppa coscienza-di-sé (detto terra-terra, senza avere la presunzione dell’equazione far-ridere=arma contundente tra le mani). Insomma, di colpire nel segno in maniera diretta, veloce, intelligente e con una genialità-di-metodo che, a volte, lascia il bersaglio-di-turno (per quanto potente) senza alcuna via di scampo. Di questi tempi non è poco. No, davvero.
Dedicato alla memoria di Raimondo Vianello.
Rina Brundu
Dublin, 20/05/2010
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For, really, there's nothing here that's outrageous…
François Rabelais, introduzione a Gargantua e Pantagruel
“Nel mercato planetario far ridere é arma di potere. É meglio scrivere di riso che di lacrime, perché ridere é ciò che é proprio dell’uomo”. Vi é una grande verità in questa frase “bergsoniana” di Edoardo Sanguineti, il grande poeta italiano scomparso in questi giorni. A colpirmi é stata proprio la riflessione-nuova che può indurre sulle questioni del “ridere” e del “far-ridere”, quando vissute dentro il villaggio-globale, in un’epoca post rivoluzione digitale.
A scanso di equivoci, e dati i tempi che tirano, preciso che quando parlo di far-ridere, mi sto riferendo ad una capacità ingegnosa di procurare – negli altri - la “reazione nervosa” del “riso”, allo scopo di raggiungere un dato fine. Del resto, il saper-far-ridere, nei modi e nelle forme più disparate, è stata storicamente la conditio imprescindibile per demitizzare o irridere il Potere, così come la vita tronfia. Finanche la Morte.
Torna quindi in mente il comico sconcio di Gargantua e Pantagruel, così come quello accorto, teatralizzato e più complesso dei molti buffoni di corte. Ma non solo. Nell’Italia contadina, proletaria e rampante del XX secolo, torna alla memoria lo “wit” esuberante di Giovannino Guareschi. E, in tempi molto più vicini a noi, il ruolo importante giocato dalla satira irriverente di “Cuore” – il settimanale diretto da Michele Serra – durante le fasi salienti della caduta della Prima Repubblica.
Guardando a questo “passato” scenario, e mentalmente confrontandolo con la situazione presente, viene quasi naturale sottolineare un fondamentale passaggio-di-consegne avvenuto da quel-tempo-in-poi. Il far-ridere è diventato (in Italia più che altrove), arma-consacrante-il-potere (in opposizione al suo carattere storico di strumento-dissacrante dello stesso). Nel Paese dei campanili, ci si potrebbe spingere fino a dire che, è diventata arma-consacrante-il potere-del-partito.
In questo senso, nessuno è innocente! Di fatto, i modi con cui il comico, la satira, possono trasformarsi in armi-politiche-improprie sono vari ed avariati. Per esempio, possono diventare tali quando il simpatizzante-di-partito si trasforma in un forzato della positività-a-tutti-i-costi. Se è vero, infatti, che un approccio costruttivo-alle-cose può compiere molti miracoli, è pure vero che esiste una sorta di indispensabile-pesantezza-dell’Essere che reclama i suoi diritti “importanti”. E questi diritti vanno rispettati! Ma il comico e la satira possono diventare armi politically-incorrect anche quando vengono usate per una denigrazione-tout-court dell’avversario, o per sottolineare una “presunta-differenza” nei valori etici, morali, culturali ed intellettuali messi in campo.
Naturalmente, nessuno nega il sacrosanto diritto di una qualsiasi manifestazione formale del far-ridere ad esistere in tutta la sua dirompente demenzialità. Allo stesso modo, nessuno nega il suo diritto-dovere ad esprimersi in maniera creativa. Piuttosto, il contrario. Dato, infatti, il fondamentale ruolo giocato dentro le dinamiche libere di una collettività democratica, credo sia dovere di tutti noi vigilare affinché ne siano preservate, intatte, le peculiarità.
Tra queste, oltre alla naturale ritrosia ad essere “addomesticate” (non importa per quale fine), ritengo ci sia anche la straordinaria capacità di colpire il bersaglio senza grande fatica, senza strafare, senza prendere troppa coscienza-di-sé (detto terra-terra, senza avere la presunzione dell’equazione far-ridere=arma contundente tra le mani). Insomma, di colpire nel segno in maniera diretta, veloce, intelligente e con una genialità-di-metodo che, a volte, lascia il bersaglio-di-turno (per quanto potente) senza alcuna via di scampo. Di questi tempi non è poco. No, davvero.
Dedicato alla memoria di Raimondo Vianello.
Rina Brundu
Dublin, 20/05/2010
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Satira
mercoledì 12 maggio 2010
Il buco nero
C’è! Questa volta è sicuro che c’è!
Dicono che le centinaia di miliardi di euro del maxi-piano varato nei giorni scorsi dall’Unione Europea – insieme agli ingenti contributi del Fondo Monetario Internazionale - non siano sufficienti per “salvare l’Euro”.
Dicono che una delle ragioni “importanti” che impedirebbero l’ottenimento di un risultato-in-questo-senso, sia senza dubbio la mancanza di dettaglio, di chiarezza sulla modalità prescelta per rendere questi fondi “accessibili”. Soprattutto, “preoccupa” la loro “non-immediata availability”. Insomma, meglio sarebbe ingozzarsi con tutto-il-panettone-subito, piuttosto che attendere di scroccarlo fetta-a-fetta dalla cucina della nonna-distratta nei mesi-a-venire.
Dicono che, rispetto alle “cose” dell’Euro, a Wall Street il “corto” sia di moda. Ne deriva che, onde propiziare una eventuale movimentazione “favorevole” nel cambio euro/dollaro, occorrerebbe avere molti più miliardi in entrata e molti meno in uscita. Dicono però che, un simile favoloso-scenario, potrebbe risultare comunque compromesso da una eccessiva, possibile, stretta fiscale dei singoli Stati; la qual stretta, spaventando gli investitori, li dirotterebbe verso altri lidi più accomodanti et/o compiacenti.
Dicono che, sebbene un Euro in ribasso procurerebbe vantaggi non indifferenti per l’export di Eurolandia, gli investitori più “accorti” starebbero già puntando sull’oro. Dicono, tuttavia, che, per quanto “dolorosa”, una seria e decisa lotta alla speculazione sembrerebbe oramai davvero inevitabile. Dicono, infatti, che, date situazioni-dubbie recenti farebbero pensare che sia meglio non affidarsi completamente al solo occhio-allenato delle agenzie di rating. Potrebbe risultare “rischioso”!
Dicono che i problemi della Grecia sarebbero emersi in maniera chiara-et-lampante solamente negli ultimi mesi dell’anno appena trascorso. Dicono che, accertatene cause-e-concause, l’Europa-comunitaria-deputata sarebbe impegnata a “far fare una svolta” epocale ai fondamentali vigenti della governance economica. Onde rafforzarla. Dicono quindi che, any-moment-now, a “svoltare” dovranno essere anche le politiche-di-settore dei singoli Paesi. Dicono che la sorveglianza dei regulators aumenterà.
Dicono che, alla maniera di una stella che si è data ad una combustione-folle per milioni di anni (o per almeno una ultima-decade-to-remember!) – e che è dunque destinata a comprimersi, nonché, vittima della forza gravitazionale, a curvare lo spazio-tempo onde diventare novello buco nero – il collasso finanziario corrente sarebbe stato determinato dal cedimento di importanti “equilibri” strutturali.
Due anni fa circa, quando il CERN di Ginevra si apprestava a far partire gli straordinari esperimenti con il Large Hadron Collider, i tecnici impegnati nel progetto videro i lavori “ostacolati” dalla causa intentata-contro da due cittadini molto preoccupati. Costoro lamentavano i “rischi” che tali attività scientifiche avrebbero potuto comportare. In particolare, la possibile generazione di un black-hole capace di inghiottire l’intero sistema solare. Nell’occasione però, non si sottolineò abbastanza come, anche davanti al concretizzarsi dello scenario considerato, la circonferenza dell’eventuale oggetto-cosmico-così-prodotto, sarebbe stata senz’altro inferiore a quella di un capello umano.
Quisquilie, bazzecole, naturalmente, se comparate alle misure-minime della voragine che si otterrebbe sommando i buchi-di-bilancio dei singoli Stati occidentali di-questi-tempi. Possibile dunque che un tal disgraziato, quanto compiuto-armageddon, senz’altro più vicino e molto più reale, non generi altrettanta preoccupata-apprensione? Eppure, il buco nero c’è! Questa volta, è sicuro che c’è!
Rina Brundu
Dublin, 12/05/2010
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Dicono che le centinaia di miliardi di euro del maxi-piano varato nei giorni scorsi dall’Unione Europea – insieme agli ingenti contributi del Fondo Monetario Internazionale - non siano sufficienti per “salvare l’Euro”.
Dicono che una delle ragioni “importanti” che impedirebbero l’ottenimento di un risultato-in-questo-senso, sia senza dubbio la mancanza di dettaglio, di chiarezza sulla modalità prescelta per rendere questi fondi “accessibili”. Soprattutto, “preoccupa” la loro “non-immediata availability”. Insomma, meglio sarebbe ingozzarsi con tutto-il-panettone-subito, piuttosto che attendere di scroccarlo fetta-a-fetta dalla cucina della nonna-distratta nei mesi-a-venire.
Dicono che, rispetto alle “cose” dell’Euro, a Wall Street il “corto” sia di moda. Ne deriva che, onde propiziare una eventuale movimentazione “favorevole” nel cambio euro/dollaro, occorrerebbe avere molti più miliardi in entrata e molti meno in uscita. Dicono però che, un simile favoloso-scenario, potrebbe risultare comunque compromesso da una eccessiva, possibile, stretta fiscale dei singoli Stati; la qual stretta, spaventando gli investitori, li dirotterebbe verso altri lidi più accomodanti et/o compiacenti.
Dicono che, sebbene un Euro in ribasso procurerebbe vantaggi non indifferenti per l’export di Eurolandia, gli investitori più “accorti” starebbero già puntando sull’oro. Dicono, tuttavia, che, per quanto “dolorosa”, una seria e decisa lotta alla speculazione sembrerebbe oramai davvero inevitabile. Dicono, infatti, che, date situazioni-dubbie recenti farebbero pensare che sia meglio non affidarsi completamente al solo occhio-allenato delle agenzie di rating. Potrebbe risultare “rischioso”!
Dicono che i problemi della Grecia sarebbero emersi in maniera chiara-et-lampante solamente negli ultimi mesi dell’anno appena trascorso. Dicono che, accertatene cause-e-concause, l’Europa-comunitaria-deputata sarebbe impegnata a “far fare una svolta” epocale ai fondamentali vigenti della governance economica. Onde rafforzarla. Dicono quindi che, any-moment-now, a “svoltare” dovranno essere anche le politiche-di-settore dei singoli Paesi. Dicono che la sorveglianza dei regulators aumenterà.
Dicono che, alla maniera di una stella che si è data ad una combustione-folle per milioni di anni (o per almeno una ultima-decade-to-remember!) – e che è dunque destinata a comprimersi, nonché, vittima della forza gravitazionale, a curvare lo spazio-tempo onde diventare novello buco nero – il collasso finanziario corrente sarebbe stato determinato dal cedimento di importanti “equilibri” strutturali.
Due anni fa circa, quando il CERN di Ginevra si apprestava a far partire gli straordinari esperimenti con il Large Hadron Collider, i tecnici impegnati nel progetto videro i lavori “ostacolati” dalla causa intentata-contro da due cittadini molto preoccupati. Costoro lamentavano i “rischi” che tali attività scientifiche avrebbero potuto comportare. In particolare, la possibile generazione di un black-hole capace di inghiottire l’intero sistema solare. Nell’occasione però, non si sottolineò abbastanza come, anche davanti al concretizzarsi dello scenario considerato, la circonferenza dell’eventuale oggetto-cosmico-così-prodotto, sarebbe stata senz’altro inferiore a quella di un capello umano.
Quisquilie, bazzecole, naturalmente, se comparate alle misure-minime della voragine che si otterrebbe sommando i buchi-di-bilancio dei singoli Stati occidentali di-questi-tempi. Possibile dunque che un tal disgraziato, quanto compiuto-armageddon, senz’altro più vicino e molto più reale, non generi altrettanta preoccupata-apprensione? Eppure, il buco nero c’è! Questa volta, è sicuro che c’è!
Rina Brundu
Dublin, 12/05/2010
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Satira
sabato 8 maggio 2010
On leadership: siamo uomini o caporali?
Considerazioni e riflessioni.
Non è assolutamente vero, a mio modo di vedere, che un leader riesca ad “ispirare” tutti. Per quanto trascinatore di folle, ci saranno sempre degli individui, o gruppi di individui, che resteranno immuni al suo carisma e alla sua “affabilità”. Naturalmente, quando parlo di “individui, o gruppi di individui”, non sto parlando di “oppositori” alla sua linea (politica, affaristica, etica), quanto piuttosto di cellule interne alla sua sfera d’influenza e al suo raggio d’azione. In altre parole, sto parlando di quell’opposizione-silenziosa che, senza eccezione, si forma dentro microcosmi governati da una presenza indiscutibilmente dominante.
In epoche neppure troppo lontane dalla nostra, il destino dei nuclei-irrequieti era fondamentalmente segnato. Di fatto, il leader di turno doveva semplicemente attendere un tempo propizio prima di procedere ad una “salutare” epurazione. Mentre il riuscire ad annichilire i diversi centri-di-dissenso, a schiacciarli, finanche a sopprimerli, diventava la conditio-sine-qua-non per assicurare la sopravvivenza dello status quo, o per propiziare il consolidamento del progetto politico, civile, amministrativo in-progress. Non avrebbe potuto essere altrimenti! Sicuramente, non dentro le oliate dinamiche dei regimi, più o meno illuminati, che hanno fatto da palcoscenico ai grandi avvenimenti della nostra Storia.
Molto più problematica può diventare invece una negoziazione con simili “frange-in-disaccordo”, dentro un universo democratico moderno. Il va sans dire, per esempio, che una politica liberale di-questi-tempi, chiami un’etica gestionale in grado di supportare la qualità della sua linea d’azione. Tuttavia, è pure difficile credere che le “oliate dinamiche” di cui sopra, particolarmente quando legate ad una leadership “importante” (ovvero, quando riguardano il governo di una nazione, il management di una grande società di business e via così) possano mutare per appagare la vanagloria della moda politically-correct in auge nel dato momento.
Non è possibile! Mentre un ritenere altrimenti, potrebbe diventare gioco molto pericoloso. Queste dinamiche si reggono, infatti, su precisi meccanismi interattivi (et non) che da soli ne hanno sempre giustificato l’esistenza e garantito la sopravvivenza nei secoli. Meglio ancora, si potrebbe forse dire che simili “situazioni” sono figlie di archetipi comportamentali che dicono davvero tutto di noi. Dicono chi siamo, cosa facciamo, come ci relazioniamo. Soprattutto, dicono a cosa guardiamo. Definiscono, in maniera straordinaria, il nostro personale orizzonte d’attesa. Quello vero. Quello importante. Specificando, insomma, anche il ruolo che, in virtù del raggiungimento del target che abbiamo in mente, ci proponiamo di giocare.
Detto altrimenti, tali peculiari-dinamiche chiariscono in maniera inequivocabile il nostro essere prime-donne o comparse. O l’uno o l’altro, perché a dati livelli non ci sono vie di mezzo! Ma se il ruolo di una prima-donna nasce dannato alla radice (come già detto si trattava e – ahimè, si tratta ancora - solo di una questione-di-tempo prima che si arrivi ad una sua “salutare” epurazione), molto più importante resta, secondo me, la partita portata sul tavolo dalle “comparse”.
Non ho quindi dubbi nel ritenere che sia stata sempre la “comparsa”, o più particolarmente l’evoluzione della sua figura, a garantire la stabilità di un qualsiasi principato, e dunque la leadership del principe che lo abitava. E, dato che nella vita tutto-si-paga (questa è una legge ferrea-e-immutabile a cui non sono mai riusciti a sfuggire neppure i leader di ogni tempo e di ogni luogo), ecco allora i libri di Storia riempirsi delle “eroiche gesta” di molti emeriti sconosciuti. Ovvero, di uomini-come-tanti improvvisamente assurti al ruolo di potentissimi e temibilissimi vassalli, valvassini, valvassori, grazie, soprattutto, alla comune e non-trascurabile afflizione procurata dalla pericolosissima Sindrome di Richelieu.
Sempre in virtù delle necessità importanti dei nostri moderni universi democratici, ci fa un poco-strano scomodare termini quali “vassallo”, “valvassino”, “valvassore”. Fortunatamente, la verità recita che le notti insonni dagli illuminati leader di oggidì sono per-lo-più procurate dagli “uomini” (altrimenti detti “lo staff”) di cui si circondano. Nonché dai loro caporali.
Distinguere tra “l’uomo” ed il “caporale” non è così semplice come si potrebbe pensare. Di fatto, leggenda vuole l’uomo (ideale) sinceramente animato da intenzioni lodevoli e notevoli, nonché dotato di altrettante rare virtù. Ne deriva che l’uomo-leader non potrà che rivelarsi exempla da cui imparare, l’uomo-comparsa non potrà che risplendere di-sua-saggezza, l’uomo-politico non potrà che “pretendere” gli interessi del popolo che serve, l’uomo-d’intelletto non potrà che servire-verità, mentre l’uomo-di-strada, destinatario ultimo di tanta “onorabilità”, dovrebbe avere ben poco di cui lamentare.
Temo però che lo status-quo sia leggermente diverso. Lo temo, soprattutto, in virtù dell’idea che l’uomo-accorto (che tiene-famiglia, un mutuo subprime da ripagare, nonché una memoria da elefante quando si tratta di ricordare il destino di ogni prima-donna-de-noiartri che si rispetti) sia suo-malgrado portato ad “aggiustare la mira”. E a trasformarsi di conseguenza. Magari, proprio in un caporale! Detto così, terra-terra, il caporale sembrerebbe perciò… solamente un altro uomo-qualunque determinato a non soccombere davanti ad un futuro altrimenti segnato.
Siamo uomini o caporali dunque? Difficile dire. Di certo vi è che in genere la nostra esistenza – così come quella dei leader-di-qualunque-specie – è nelle mani dei caporali. E che, a volte – a livello di gerarchia-di-gregge, e particolarmente negli italici lidi - quei caporali possiamo essere pure noi. Magari, senza rendercene conto. Magari, facendo finta di ignorare-verità.
Tuttavia, assodato che il leader (in teoria, solo un leader spirituale potrebbe vivere liberato da tali viziose dinamiche!), e dunque la nazione, la società d’affari, la parrocchia su cui egli/ella esercita la sua leadership è davvero nelle mani dei caporali, sarebbe sciocco comportarsi come se così non fosse. Senza considerare che, benché nobile, la speranza che s’inneschi un reverse-process capace di riportare il caporale ad un più congeniale status-originario di “uomo”, è senz’altro meno utile da coltivare (nell’immediato, almeno), della speranza che esista comunque una qualche etica-governante il diverso-universo e a cui ci si possa raccomandare.
Se il fattore dovesse cadere malato, infatti, l’esperienza insegna che spunta sempre un qualche spirito-generoso-abbastanza, nonché disposto – pur di vedere garantita la felicità in fattoria - a condurre il carro di cucuzze fino alla fiera di paese. Ma, nella terribile eventualità, che la cancrena (altrimenti detta, “il malaffare”) dovesse cogliere finanche una sola cucuzza, sarebbe un attimo prima che il contagio mandi in rovina tutto il cucuzzaro. Per la fattoria, inutile dirlo, cavoli amari!
Rina Brundu
Dublin, 08/05/2010
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Non è assolutamente vero, a mio modo di vedere, che un leader riesca ad “ispirare” tutti. Per quanto trascinatore di folle, ci saranno sempre degli individui, o gruppi di individui, che resteranno immuni al suo carisma e alla sua “affabilità”. Naturalmente, quando parlo di “individui, o gruppi di individui”, non sto parlando di “oppositori” alla sua linea (politica, affaristica, etica), quanto piuttosto di cellule interne alla sua sfera d’influenza e al suo raggio d’azione. In altre parole, sto parlando di quell’opposizione-silenziosa che, senza eccezione, si forma dentro microcosmi governati da una presenza indiscutibilmente dominante.
In epoche neppure troppo lontane dalla nostra, il destino dei nuclei-irrequieti era fondamentalmente segnato. Di fatto, il leader di turno doveva semplicemente attendere un tempo propizio prima di procedere ad una “salutare” epurazione. Mentre il riuscire ad annichilire i diversi centri-di-dissenso, a schiacciarli, finanche a sopprimerli, diventava la conditio-sine-qua-non per assicurare la sopravvivenza dello status quo, o per propiziare il consolidamento del progetto politico, civile, amministrativo in-progress. Non avrebbe potuto essere altrimenti! Sicuramente, non dentro le oliate dinamiche dei regimi, più o meno illuminati, che hanno fatto da palcoscenico ai grandi avvenimenti della nostra Storia.
Molto più problematica può diventare invece una negoziazione con simili “frange-in-disaccordo”, dentro un universo democratico moderno. Il va sans dire, per esempio, che una politica liberale di-questi-tempi, chiami un’etica gestionale in grado di supportare la qualità della sua linea d’azione. Tuttavia, è pure difficile credere che le “oliate dinamiche” di cui sopra, particolarmente quando legate ad una leadership “importante” (ovvero, quando riguardano il governo di una nazione, il management di una grande società di business e via così) possano mutare per appagare la vanagloria della moda politically-correct in auge nel dato momento.
Non è possibile! Mentre un ritenere altrimenti, potrebbe diventare gioco molto pericoloso. Queste dinamiche si reggono, infatti, su precisi meccanismi interattivi (et non) che da soli ne hanno sempre giustificato l’esistenza e garantito la sopravvivenza nei secoli. Meglio ancora, si potrebbe forse dire che simili “situazioni” sono figlie di archetipi comportamentali che dicono davvero tutto di noi. Dicono chi siamo, cosa facciamo, come ci relazioniamo. Soprattutto, dicono a cosa guardiamo. Definiscono, in maniera straordinaria, il nostro personale orizzonte d’attesa. Quello vero. Quello importante. Specificando, insomma, anche il ruolo che, in virtù del raggiungimento del target che abbiamo in mente, ci proponiamo di giocare.
Detto altrimenti, tali peculiari-dinamiche chiariscono in maniera inequivocabile il nostro essere prime-donne o comparse. O l’uno o l’altro, perché a dati livelli non ci sono vie di mezzo! Ma se il ruolo di una prima-donna nasce dannato alla radice (come già detto si trattava e – ahimè, si tratta ancora - solo di una questione-di-tempo prima che si arrivi ad una sua “salutare” epurazione), molto più importante resta, secondo me, la partita portata sul tavolo dalle “comparse”.
Non ho quindi dubbi nel ritenere che sia stata sempre la “comparsa”, o più particolarmente l’evoluzione della sua figura, a garantire la stabilità di un qualsiasi principato, e dunque la leadership del principe che lo abitava. E, dato che nella vita tutto-si-paga (questa è una legge ferrea-e-immutabile a cui non sono mai riusciti a sfuggire neppure i leader di ogni tempo e di ogni luogo), ecco allora i libri di Storia riempirsi delle “eroiche gesta” di molti emeriti sconosciuti. Ovvero, di uomini-come-tanti improvvisamente assurti al ruolo di potentissimi e temibilissimi vassalli, valvassini, valvassori, grazie, soprattutto, alla comune e non-trascurabile afflizione procurata dalla pericolosissima Sindrome di Richelieu.
Sempre in virtù delle necessità importanti dei nostri moderni universi democratici, ci fa un poco-strano scomodare termini quali “vassallo”, “valvassino”, “valvassore”. Fortunatamente, la verità recita che le notti insonni dagli illuminati leader di oggidì sono per-lo-più procurate dagli “uomini” (altrimenti detti “lo staff”) di cui si circondano. Nonché dai loro caporali.
Distinguere tra “l’uomo” ed il “caporale” non è così semplice come si potrebbe pensare. Di fatto, leggenda vuole l’uomo (ideale) sinceramente animato da intenzioni lodevoli e notevoli, nonché dotato di altrettante rare virtù. Ne deriva che l’uomo-leader non potrà che rivelarsi exempla da cui imparare, l’uomo-comparsa non potrà che risplendere di-sua-saggezza, l’uomo-politico non potrà che “pretendere” gli interessi del popolo che serve, l’uomo-d’intelletto non potrà che servire-verità, mentre l’uomo-di-strada, destinatario ultimo di tanta “onorabilità”, dovrebbe avere ben poco di cui lamentare.
Temo però che lo status-quo sia leggermente diverso. Lo temo, soprattutto, in virtù dell’idea che l’uomo-accorto (che tiene-famiglia, un mutuo subprime da ripagare, nonché una memoria da elefante quando si tratta di ricordare il destino di ogni prima-donna-de-noiartri che si rispetti) sia suo-malgrado portato ad “aggiustare la mira”. E a trasformarsi di conseguenza. Magari, proprio in un caporale! Detto così, terra-terra, il caporale sembrerebbe perciò… solamente un altro uomo-qualunque determinato a non soccombere davanti ad un futuro altrimenti segnato.
Siamo uomini o caporali dunque? Difficile dire. Di certo vi è che in genere la nostra esistenza – così come quella dei leader-di-qualunque-specie – è nelle mani dei caporali. E che, a volte – a livello di gerarchia-di-gregge, e particolarmente negli italici lidi - quei caporali possiamo essere pure noi. Magari, senza rendercene conto. Magari, facendo finta di ignorare-verità.
Tuttavia, assodato che il leader (in teoria, solo un leader spirituale potrebbe vivere liberato da tali viziose dinamiche!), e dunque la nazione, la società d’affari, la parrocchia su cui egli/ella esercita la sua leadership è davvero nelle mani dei caporali, sarebbe sciocco comportarsi come se così non fosse. Senza considerare che, benché nobile, la speranza che s’inneschi un reverse-process capace di riportare il caporale ad un più congeniale status-originario di “uomo”, è senz’altro meno utile da coltivare (nell’immediato, almeno), della speranza che esista comunque una qualche etica-governante il diverso-universo e a cui ci si possa raccomandare.
Se il fattore dovesse cadere malato, infatti, l’esperienza insegna che spunta sempre un qualche spirito-generoso-abbastanza, nonché disposto – pur di vedere garantita la felicità in fattoria - a condurre il carro di cucuzze fino alla fiera di paese. Ma, nella terribile eventualità, che la cancrena (altrimenti detta, “il malaffare”) dovesse cogliere finanche una sola cucuzza, sarebbe un attimo prima che il contagio mandi in rovina tutto il cucuzzaro. Per la fattoria, inutile dirlo, cavoli amari!
Rina Brundu
Dublin, 08/05/2010
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venerdì 30 aprile 2010
P.I.G.S.
E se la “P” stesse per Politica, la “I” per Intrallazzi, la “G” e la “S” per Giornalismo e Stampa?
Assodato che la corrente crisi finanziaria è soprattutto il risultato di anni di malaffare continuato, di uno spregiudicato gioco al rialzo, di un vizio speculativo mai venuto meno; assodata la necessità di invertire la rotta al più presto (perché tutto pare stia accadendo tranne questo); assodato che i P.I.G.S. (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna – non Italia, se il contentino può consolare) – ma in verità non solo loro – sono i Paesi che hanno avuto “la peggio” in questo gioco al massacro, non resta che da chiedersi quale futuro ci aspetta. E tenere le dita incrociate.
L’esercizio non servirà a molto però se, alla speranza di un domani più propizio, non si accompagnerà un’azione oltremodo virtuosa e mirata a dare man forte a quella possibilità. Questo vale anche nel campo del giornalismo. A maggior ragione, nel campo del giornalismo, direi!
Che la partita giocata dagli intrallazzi politici delle singole nazioni, dagli intrallazzi comunitari e internazionali, di concerto, o in apparente-contrasto con le-tane-dei-lupi-finanziari (controllori e controllati) sparse per ogni dove sotto il sole, e in dati luoghi più di altri (luoghi che non sono sicuramente né in Grecia, né in Portogallo), sia stata causa, concausa e ragione prima del presente disastro finanziario è anche questo un fattore assodato. Tuttavia, forse non è stata il solo elemento perturbatore che “tanto” ha potuto.
È indubbio, per esempio, che il ruolo avuto dalla Grande Stampa internazionale, nelle cose di questa terribile crisi finanziaria, non sia stato indifferente. Del resto, complici i nostri tempi digitali, non avrebbe potuto essere altrimenti!
Certo, le immagini dei newsboys (strilloni) che, durante la Grande Crisi del ’29, correvano incontro ai loro lettori affamati-di-notizie (et non), nelle strade e nelle piazze di New York, sono rimaste nell’immaginario collettivo. C’è da dire però che, per quanto si affrettassero e per quanto strillassero, quei volenterosi galoppini poco avrebbero potuto contro la potenza e la capacità di “attrazione” e di infiltrazione dei moderni news-media. Così come non più di tanto avrebbero potuto gli editoriali dei loro zelanti direttori e i titoli urlati a caratteri cubitali su quattro colonne.
Una differenza fondamentale, credo, tra il giornalismo che-è-stato, e quello che mi ostino a chiamare giornalismo-online (che non è una mera trasposizione digitale di obsolete metodologie riguardanti il fare-notizia-per-informare-l’onesto-lettore, ma è una applicazione scritturale che vive di sue particolarissime dinamiche e guarda ad un pubblico senz’altro più informato e/o smaliziato) è che il primo le notizie le consacrava a-posteriori, il secondo è in grado di produrle. O, per meglio dire, di anticiparle, di fomentarle, di deviarne il loro corso e, nei casi più gravi, di determinare azioni, tutt’altro che virtuali, che possono fare da backbone sostanziale a quelle novità così pre-confezionate.
Non è poco e non è un argomento da liquidare con leggerezza. Non è poco soprattutto se questo tremendo potenziale informativo (e, ahimé, in teoria, altrettanto “disinformativo”) viene studiato alla luce delle diverse micro-dinamiche che hanno contribuito ad ingigantire la già nefasta crisi finanziaria di cui sappiamo. Di fatto, la possibilità che il giornalismo-online diventi (o sia già diventato) strumento nelle mani degli speculatori e degli approfittatori di cui sopra, è molto forte.
Perché questo accada non è necessario avere una “famigerata” linea editoriale che propizi simili aberranti comportamenti, ma può essere sufficiente la mera “passione” che un onestissimo “professionista” mette nel suo lavoro. Sì, perché – a dispetto delle straordinarie risorse della tecnologia imperante – rincorrere-la-notizia, inseguire lo scoop-informativo sono doveri e sogni rimasti immutati per uno spirito-nato-affascinato dalle “possibilità” di questo mestiere. La differenza sta invece tutta nell’orizzonte d’attesa del fruitore-lettore (in senso lato), che, in genere, di “spirituale” ha ben poco, e guarda piuttosto, in maniera molto interessata, alle necessità del portafoglio. Spesso, come hanno dimostrato i molti Madoff di questo mondo, senza alcuna decenza morale nel perseguire l’obiettivo.
Ne deriva che, un serio giornalismo-online nasce già con date responsabilità a carico. La responsabilità di limitare il titolo-gridato, la responsabilità di moderare i toni e di non strafare, la responsabilità di evitare la vocazione alla voracità e alla bulimia informativa, la responsabilità di evitare la Sindrome Al-lupo Al-lupo, la responsabilità di controllare le fonti, la responsabilità di proteggere gli “interessi” del lettore, la responsabilità di promuovere una informazione libera, e ad un tempo puntuale e credibile.
Ora che ci penso, mi sembrano quasi tutte responsabilità che competevano interamente pure al giornalismo tradizionale. Sarà per questo che sono preoccupata?
Rina Brundu
Dublin, 30/04/2010
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Assodato che la corrente crisi finanziaria è soprattutto il risultato di anni di malaffare continuato, di uno spregiudicato gioco al rialzo, di un vizio speculativo mai venuto meno; assodata la necessità di invertire la rotta al più presto (perché tutto pare stia accadendo tranne questo); assodato che i P.I.G.S. (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna – non Italia, se il contentino può consolare) – ma in verità non solo loro – sono i Paesi che hanno avuto “la peggio” in questo gioco al massacro, non resta che da chiedersi quale futuro ci aspetta. E tenere le dita incrociate.
L’esercizio non servirà a molto però se, alla speranza di un domani più propizio, non si accompagnerà un’azione oltremodo virtuosa e mirata a dare man forte a quella possibilità. Questo vale anche nel campo del giornalismo. A maggior ragione, nel campo del giornalismo, direi!
Che la partita giocata dagli intrallazzi politici delle singole nazioni, dagli intrallazzi comunitari e internazionali, di concerto, o in apparente-contrasto con le-tane-dei-lupi-finanziari (controllori e controllati) sparse per ogni dove sotto il sole, e in dati luoghi più di altri (luoghi che non sono sicuramente né in Grecia, né in Portogallo), sia stata causa, concausa e ragione prima del presente disastro finanziario è anche questo un fattore assodato. Tuttavia, forse non è stata il solo elemento perturbatore che “tanto” ha potuto.
È indubbio, per esempio, che il ruolo avuto dalla Grande Stampa internazionale, nelle cose di questa terribile crisi finanziaria, non sia stato indifferente. Del resto, complici i nostri tempi digitali, non avrebbe potuto essere altrimenti!
Certo, le immagini dei newsboys (strilloni) che, durante la Grande Crisi del ’29, correvano incontro ai loro lettori affamati-di-notizie (et non), nelle strade e nelle piazze di New York, sono rimaste nell’immaginario collettivo. C’è da dire però che, per quanto si affrettassero e per quanto strillassero, quei volenterosi galoppini poco avrebbero potuto contro la potenza e la capacità di “attrazione” e di infiltrazione dei moderni news-media. Così come non più di tanto avrebbero potuto gli editoriali dei loro zelanti direttori e i titoli urlati a caratteri cubitali su quattro colonne.
Una differenza fondamentale, credo, tra il giornalismo che-è-stato, e quello che mi ostino a chiamare giornalismo-online (che non è una mera trasposizione digitale di obsolete metodologie riguardanti il fare-notizia-per-informare-l’onesto-lettore, ma è una applicazione scritturale che vive di sue particolarissime dinamiche e guarda ad un pubblico senz’altro più informato e/o smaliziato) è che il primo le notizie le consacrava a-posteriori, il secondo è in grado di produrle. O, per meglio dire, di anticiparle, di fomentarle, di deviarne il loro corso e, nei casi più gravi, di determinare azioni, tutt’altro che virtuali, che possono fare da backbone sostanziale a quelle novità così pre-confezionate.
Non è poco e non è un argomento da liquidare con leggerezza. Non è poco soprattutto se questo tremendo potenziale informativo (e, ahimé, in teoria, altrettanto “disinformativo”) viene studiato alla luce delle diverse micro-dinamiche che hanno contribuito ad ingigantire la già nefasta crisi finanziaria di cui sappiamo. Di fatto, la possibilità che il giornalismo-online diventi (o sia già diventato) strumento nelle mani degli speculatori e degli approfittatori di cui sopra, è molto forte.
Perché questo accada non è necessario avere una “famigerata” linea editoriale che propizi simili aberranti comportamenti, ma può essere sufficiente la mera “passione” che un onestissimo “professionista” mette nel suo lavoro. Sì, perché – a dispetto delle straordinarie risorse della tecnologia imperante – rincorrere-la-notizia, inseguire lo scoop-informativo sono doveri e sogni rimasti immutati per uno spirito-nato-affascinato dalle “possibilità” di questo mestiere. La differenza sta invece tutta nell’orizzonte d’attesa del fruitore-lettore (in senso lato), che, in genere, di “spirituale” ha ben poco, e guarda piuttosto, in maniera molto interessata, alle necessità del portafoglio. Spesso, come hanno dimostrato i molti Madoff di questo mondo, senza alcuna decenza morale nel perseguire l’obiettivo.
Ne deriva che, un serio giornalismo-online nasce già con date responsabilità a carico. La responsabilità di limitare il titolo-gridato, la responsabilità di moderare i toni e di non strafare, la responsabilità di evitare la vocazione alla voracità e alla bulimia informativa, la responsabilità di evitare la Sindrome Al-lupo Al-lupo, la responsabilità di controllare le fonti, la responsabilità di proteggere gli “interessi” del lettore, la responsabilità di promuovere una informazione libera, e ad un tempo puntuale e credibile.
Ora che ci penso, mi sembrano quasi tutte responsabilità che competevano interamente pure al giornalismo tradizionale. Sarà per questo che sono preoccupata?
Rina Brundu
Dublin, 30/04/2010
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domenica 25 aprile 2010
Il principe
Teoria-politica-per-dummies applicata al recente “strappo” interno al PDL
“Tutte le grandi coalizioni politiche democratiche sono destinate a disgregarsi; il PDL è fondamentalmente una grande coalizione politica democratica; dunque è destinata a disgregarsi”. Parafrasando Aristotele, sarebbe forse questo un sillogismo che si potrebbe usare per raccontare lo “strappo politico” che si è consumato in seno alla maggioranza di governo.
Una lacerazione, un difficile momento-di-contrapposizione che però non può avere certamente sorpreso coloro che si fossero presi la briga di andare a studiare le diverse spinte “visionarie” che, fino ad oggi, hanno convissuto sotto lo stesso”tetto”. Non vi sono dubbi, infatti, che la “visione” politica che guida Silvio Berlusconi sia una visione pragmatica e assolutamente imprestata ad un background formativo di forte matrice imprenditoriale.
In virtù di questo, un governo-che-governa (e dunque una grande coalizione politica democratica che governa) non potrà che essere figlio di una carica sinergica mirata all’ottenimento del risultato. Ed il risultato sarà sempre il principio-primo da salvaguardare e da tenere sott’occhio, indipendentemente dall’ostacolo che decide di presentarsi sulla strada. Pena il fallimento.
A fare da spina dorsale a questa visione ideale sembrerebbe provvedere quindi una sorta di logica “deduttiva” che, partendo da alcuni precisi postulati (o, come testé detto, principi-primi), procede verso determinazioni particolari (action points) - da studiarsi e risolversi velocemente. Questi compiti a casa possono riguardare, di volta in volta, l’azione politica, la sfera economica, la quotidiana amministrazione, così come la vita civile tout court. Detto altrimenti, la nazione governata ma, nello specifico, la grande coalizione democratica sulla quale Berlusconi esercita sicuramente una leadership indiscussa, sarà sempre riflesso di una immagine creata-a-monte e già perfettamente composta quando ancora il “risultato-da-ottenersi” - risultato che quella stessa immagine anticipava -, non-esisteva.
La conseguente oggettivazione dello schema immaginato dal leader, ovvero il suo estrinsecarsi e diventare realtà - e quindi luogo fisico di interazione delle singole visioni di “base” che lo compongono - equivarrà dunque a (sarà sinonimo di) quello “spazio” che, dentro dinamiche più obsolete e più tradizionali, veniva chiamato… il-fare-politica. Spazio libero e liberato senz’altro – spazio che è finanche centro di ristoro e di tolleranza dei dubbi amletici ed etici che possono divorare i singoli. Ma, dato il suo essere figlio di un modello pre-costituito, spazio limitato e limitante. Oltre, vi è solamente il vuoto che necessariamente separa l’universo-di-appartenenza da ogni altro diverso-universo. Ne deriva che, varcare quel confine proibito significa fare un viaggio senza ritorno. Per chiunque. Per chi sta ai piedi, così come per chi sta in cima a questa possibile fantastica montagna.
Di converso, la visione finiana sul come gestire una grande coalizione politica democratica, sembrerebbe governata da una logica induttiva che, muovendo dal particolare, mira a costruire una sorta di vademecum politico, politically-correct et universale. Di fatto, una proposizione notevole perché porterebbe con sé una investigazione nuova e più attenta alle necessità di tutti gli “action points” di cui sopra (alcuni magari pensati direttamente dalle “pendici” della montagna, piuttosto che fatti rotolare dalla sua sommità). Soprattutto, mirerebbe alla costruzione di un universo idealmente più democratico e sicuramente più “aperto” nel suo manifestarsi come spazio libero-non-precostituito, dentro cui far convergere visioni individuali eterogenee e indipendenti.
Come detto, notevole! Ne converrebbe, credo, pure un Machiavelli intento ad osservare il dettaglio della realtà dei fatti da par suo. Eppur-tuttavia, qualcosa, in questo scenario un pochino caciarone, in questo stranissimo scacchiere politico post rivoluzione digitale, dovrebbe risultargli stonato. Il problema è che forse lui avrebbe rigettato a priori la possibilità di un “principato” (perché di repubblica non si tratta!) dove, sotto lo stesso tetto, si fossero proposte di convivere pacificamente visioni politiche che, come dimostrato, possono apparire antitetiche. Così come avrebbe respinto d’istinto l’idea di un principato tanto atipico da rassegnarsi a dipendere dall’umore di un partito esterno per estrinsecare, in maniera attiva, la sua linea politica. Dulcis in fundo, ritengo che si sarebbe categoricamente rifiutato di considerare finanche l’esistenza di un principato in apparenza retto da due… principi. Impossibile!
Tanto impossibile che, naturalmente, Machiavelli avrebbe avuto ragione nel suo respingerne persino l’idea. Un simile principato infatti non è mai esistito: neppure nella recentissima scena politica italiana. Al più, è esistito un principe (la machiavellica volpe?) che, tanto tempo fa, ha abilmente pensato la sua futura partita, strategicamente piazzato le pedine vincenti e, quando è arrivato il momento giusto - lui, non l’altro (che forse ha invece sbagliato proprio nella gestione dei “tempi”) - ha brillantemente chiuso la partita, salvando capra (i.e. l’ambito reame) e cavoli (la possibilità di una sua disgregazione come da incipit).
Per la serie “Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito” e dunque, per dirla sempre con Orazio, “Cogli l'attimo, fiducios(o) il meno possibile nel domani”.
Rina Brundu
Dublin, 25/04/2010
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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
“Tutte le grandi coalizioni politiche democratiche sono destinate a disgregarsi; il PDL è fondamentalmente una grande coalizione politica democratica; dunque è destinata a disgregarsi”. Parafrasando Aristotele, sarebbe forse questo un sillogismo che si potrebbe usare per raccontare lo “strappo politico” che si è consumato in seno alla maggioranza di governo.
Una lacerazione, un difficile momento-di-contrapposizione che però non può avere certamente sorpreso coloro che si fossero presi la briga di andare a studiare le diverse spinte “visionarie” che, fino ad oggi, hanno convissuto sotto lo stesso”tetto”. Non vi sono dubbi, infatti, che la “visione” politica che guida Silvio Berlusconi sia una visione pragmatica e assolutamente imprestata ad un background formativo di forte matrice imprenditoriale.
In virtù di questo, un governo-che-governa (e dunque una grande coalizione politica democratica che governa) non potrà che essere figlio di una carica sinergica mirata all’ottenimento del risultato. Ed il risultato sarà sempre il principio-primo da salvaguardare e da tenere sott’occhio, indipendentemente dall’ostacolo che decide di presentarsi sulla strada. Pena il fallimento.
A fare da spina dorsale a questa visione ideale sembrerebbe provvedere quindi una sorta di logica “deduttiva” che, partendo da alcuni precisi postulati (o, come testé detto, principi-primi), procede verso determinazioni particolari (action points) - da studiarsi e risolversi velocemente. Questi compiti a casa possono riguardare, di volta in volta, l’azione politica, la sfera economica, la quotidiana amministrazione, così come la vita civile tout court. Detto altrimenti, la nazione governata ma, nello specifico, la grande coalizione democratica sulla quale Berlusconi esercita sicuramente una leadership indiscussa, sarà sempre riflesso di una immagine creata-a-monte e già perfettamente composta quando ancora il “risultato-da-ottenersi” - risultato che quella stessa immagine anticipava -, non-esisteva.
La conseguente oggettivazione dello schema immaginato dal leader, ovvero il suo estrinsecarsi e diventare realtà - e quindi luogo fisico di interazione delle singole visioni di “base” che lo compongono - equivarrà dunque a (sarà sinonimo di) quello “spazio” che, dentro dinamiche più obsolete e più tradizionali, veniva chiamato… il-fare-politica. Spazio libero e liberato senz’altro – spazio che è finanche centro di ristoro e di tolleranza dei dubbi amletici ed etici che possono divorare i singoli. Ma, dato il suo essere figlio di un modello pre-costituito, spazio limitato e limitante. Oltre, vi è solamente il vuoto che necessariamente separa l’universo-di-appartenenza da ogni altro diverso-universo. Ne deriva che, varcare quel confine proibito significa fare un viaggio senza ritorno. Per chiunque. Per chi sta ai piedi, così come per chi sta in cima a questa possibile fantastica montagna.
Di converso, la visione finiana sul come gestire una grande coalizione politica democratica, sembrerebbe governata da una logica induttiva che, muovendo dal particolare, mira a costruire una sorta di vademecum politico, politically-correct et universale. Di fatto, una proposizione notevole perché porterebbe con sé una investigazione nuova e più attenta alle necessità di tutti gli “action points” di cui sopra (alcuni magari pensati direttamente dalle “pendici” della montagna, piuttosto che fatti rotolare dalla sua sommità). Soprattutto, mirerebbe alla costruzione di un universo idealmente più democratico e sicuramente più “aperto” nel suo manifestarsi come spazio libero-non-precostituito, dentro cui far convergere visioni individuali eterogenee e indipendenti.
Come detto, notevole! Ne converrebbe, credo, pure un Machiavelli intento ad osservare il dettaglio della realtà dei fatti da par suo. Eppur-tuttavia, qualcosa, in questo scenario un pochino caciarone, in questo stranissimo scacchiere politico post rivoluzione digitale, dovrebbe risultargli stonato. Il problema è che forse lui avrebbe rigettato a priori la possibilità di un “principato” (perché di repubblica non si tratta!) dove, sotto lo stesso tetto, si fossero proposte di convivere pacificamente visioni politiche che, come dimostrato, possono apparire antitetiche. Così come avrebbe respinto d’istinto l’idea di un principato tanto atipico da rassegnarsi a dipendere dall’umore di un partito esterno per estrinsecare, in maniera attiva, la sua linea politica. Dulcis in fundo, ritengo che si sarebbe categoricamente rifiutato di considerare finanche l’esistenza di un principato in apparenza retto da due… principi. Impossibile!
Tanto impossibile che, naturalmente, Machiavelli avrebbe avuto ragione nel suo respingerne persino l’idea. Un simile principato infatti non è mai esistito: neppure nella recentissima scena politica italiana. Al più, è esistito un principe (la machiavellica volpe?) che, tanto tempo fa, ha abilmente pensato la sua futura partita, strategicamente piazzato le pedine vincenti e, quando è arrivato il momento giusto - lui, non l’altro (che forse ha invece sbagliato proprio nella gestione dei “tempi”) - ha brillantemente chiuso la partita, salvando capra (i.e. l’ambito reame) e cavoli (la possibilità di una sua disgregazione come da incipit).
Per la serie “Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito” e dunque, per dirla sempre con Orazio, “Cogli l'attimo, fiducios(o) il meno possibile nel domani”.
Rina Brundu
Dublin, 25/04/2010
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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
sabato 10 aprile 2010
Il punto “G”
Naturalmente la “G” sta per “Giornalismo”, ma non me la sono sentita di spiegarlo-a-catenaccio, soprattutto per timore di perdere quei quattro lettori “interessati”, e sulla cui “curiosità intellettuale” confido per una completa visione di questo articolo. Anticipo, che non si tratta di lettura “di piacere”. Né, tantomeno, di scrittura “per piacere”. Il punto-da-farsi in questione, riguarda, in verità, una mia visione (profana) dello status attuale del giornalismo italiano. Con una particolare attenzione a quello con la “G” maiuscola. Appunto!
C’era una volta un certo giornalismo schierato. Prima del “compromesso buonista” corrente, s’intende. Il giornalismo di-questi-tempi, più che “schierato”, mi pare invece “inquadrato”. Me ne sono resa conto pochi giorni fa, mentre guardavo un noto talk-show di intrattenimento “politico”. D’un tratto mi sono accorta che il suo conduttore mi rimaneva fondamentalmente simpatico. E pure i giornalisti che lavoravano con lui. Per non parlare degli ospiti in studio. Gli opinionisti di destra così come quelli di sinistra. Ma anche i convenuti di centro, finanche quelli di “tre-quarti”.
Subito dopo ho realizzato che mi accadeva di provare le stesse sensazioni quando guardavo le altre trasmissioni simili. Conduttori, commentatori, ospiti trendy, persino lo svagato assistente alla regia che correva trafelato per passare il “gelato” mancante: mi erano tutti simpatici! Niente di male, per carità! Fa piacere vedere tanti nemici-per-la-pelle scambiarsi convenevoli. “L’amore vince sempre sull’odio”, dicono. E se la nostra anima risponde con un guizzo-felice, tanto di guadagnato per il fegato! Il problema é semmai dato dal fatto che – oggidì - è in questo tipo di “agorà” post-rivoluzione-televisiva che si presentano argomenti pregnanti per il destino del Paese e si crea-opinione-di-conseguenza. Possibile dunque che nessuno degli ospiti-negli-studi riesca mai a dire qualcosa “degno” di farci incazzare veramente? Ma, soprattutto: possibile che nessuno dei giornalisti-di-grido che di solito presenziano a queste trasmissioni, riesca a mettere un po’ di pepe nella camomilla? Oltre il trito ed il contrito, si capisce.
Quando ripenso, per esempio, alla modalità politico-giornalistica – tanto ormai è difficile capire dove finisce un “seminato” e ne inizia un altro – con cui sono state gestite le “cose” di queste ultime elezioni regionali, non riesco a togliermi dalla mente Winston Churchill. Quel grande statista sosteneva che:” Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Io aggiungerei che preparano pure le elezioni dei loro rappresentanti con lo stesso spirito caciarone. Nello specifico mi riferisco alle querelle e contro-querelle giornalistiche montate ad arte (sia da chi era pro che da chi era contro) in occasione della “chiusura” dei talk-show, alle candidature di facciata, ai comizi da carnevale-di-Rio-andato-a-male, ai soliti giochi e giochetti e via così trotterellando perché, è noto, non è opportuno porre limiti alla Provvidenza.
Fortuna che poi a far digerire le sconfitte, o a diluire le gioie delle vittorie, ci hanno pensato le vacanze pasquali”. Non a caso, i connazionali ci si sono buttati da par loro. E giù dunque con le tavole imbandite di agnello arrosto e patate al forno, con le uova colorate, con i regalini ultima-generazione, con le gite fuoriporta nel deserto del Gobi. Del resto, perché preoccuparsi quando si sa dell’esistenza di cotanto, insonne, cane-da-guardia (nda: il giornalismo “inquadrato”) intento a vigilare?
Ma mentre il giornalismo “inquadrato” vigila, a noi cittadini-scettici-e-maldestri, non pare poco ciò che “sembra accadere” in questo nostro disgraziato Paese. Visto dalla destra-del-signore, infatti, parrebbe che una solida maggioranza possa finalmente dare quella garanzia di stabilità a lungo ricercata. Come non bastasse, sembrerebbe ci sia una possibilità-storica, per quello stesso Esecutivo, di mettersi finalmente al lavoro. Indisturbato. Eppur-tuttavia, è proprio in presenza di simili “fortunate-congiunture” che una Stampa davvero libera e davvero degna di questo nome, avrebbe il DOVERE di vigilare con rinnovata attenzione. Questo perché, da noi, man mano che gli anni passano, il “seggio-politico-faticosamente-conquistato” a titolo-individuale, tende a diventare feudo-di-famiglia per usucapione. Ed è inutile dire che, quando ci toccano la famiglia, qui, in Italia, siamo capaci di fare cose “turche”. Spetterebbe dunque anche al Giornalismo con la “G” maiuscola, ricordare, a tutti noi, che i diritti e i privilegi che derivano dalla lotta politica (non vi è nulla di scandaloso, a mio modo di vedere, nel fatto che esistano) vanno conquistati ogni giorno sul campo. E non solamente quando in vista dell’ennesima tornata elettorale.
E che dire dell’uovo-pasquale visto dall’altra parte della barricata, se si fa fatica ad individuare finanche una credibile linea d’azione politica? Un qualsiasi valido piano di riscossa? Un piano di lotta importante soprattutto quando, da quello stesso lato dello steccato, corrono le speranze dei lavoratori, dei precari, dei meno privilegiati tra i nostri conterranei. Di quella parte del Paese che, se cinquanta anni fa si illudeva di avere comunque una propria valida rappresentanza – e, grazie a quella, di riuscire ad esprimere in maniera visibile la propria insoddisfazione, di contare qualcosa - oggi si ritrova privata persino dell’illusione-che-così-possa-essere. L’aspetto che salta immediatamente all’occhio, è il tentativo stoico di aggrapparsi ad una leadership carismatica (che non vuole dire fare riferimento ad un leader incaricato) attraverso una cooptazione a-random. Di fatto, per diventare parte dell’establishment sembrerebbe sia sufficiente essere affetti dalla Sindrome del basta-che-qualcuno-dica-qualcosa-di-sinistra-da-un-qualunque-pulpito-a-favore-del-partito. Ed ecco allora il grande capo spirituale: pronto, cotto a puntino, impacchettato e già-illuminato-sulla-via-di-Damasco. Francamente, di-questi-tempi-tecnologicamente-industriati, non basta!
Anche davanti a codeste prospettive di immobilismo perenne, é inutile dire che, ad attivarsi per sensibilizzare l’opinione pubblica con una certa urgenza, dovrebbe essere compito di un “dato” Giornalismo. Non si nega che sia uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. Difficilmente però potrà farlo un giornalismo apertamente schierato o, viceversa, “inquadrato”. Quasi “piacione” nel suo bearsi dell’essenza-arrivata. Insomma, quel giornalismo che si produce quando lo spirito-che-scrive cede il passo al corpo-che-si-mostra.
Naturalmente, non credo affatto che il giornalismo del corpo-che-si-mostra sia tutto ciò che produce la madrepatria in questo campo. C’è senz’altro anche un giornalismo con la “G” maiuscola. O, per meglio dire, ci sarebbe. In Italia però, quest’ultima categoria, avrebbe il vizio di guardare e di lasciar-fare. Alla meno-peggio, osserverebbe con attenzione. Magari da un qualche rifugio inarrivabile situato in alta montagna. In un luogo romito, ideale. Un sito fisico, e virtuale ad un tempo, da dove dirigere, come valenti professori d’orchestra, le infinite querelle con i colleghi di pari grado. Perché, date intese intellettuali riguardano solo un ristretto drappello di eletti.
Per i comuni-mortali basta un saggio, pubblicato con puntualità svizzera, ad ogni fine d’anno. O inizio. O giù di lì. Basta per i contemporanei, ma soprattutto basta per i posteri. Saranno loro, infatti, a beneficiare-al-meglio delle perle-di-saggezza contenute in quei preziosi tomi e a ritrovarsi il cammino illuminato di conseguenza. Saranno soprattutto loro, a capire, nel giusto tempo, la vera-natura-dei-nostri-mali contemporanei e ad “intuirne” la cura che-avrebbe-fatto-il-miracolo, man mano che procedono nella lettura. Peccato però che la pastiglia della felicità serva adesso. Dopo, potrebbe essere troppo tardi. Soprattutto per i posteri, s’intende!
Credo che una differenza fondamentale tra la letteratura e il giornalismo, possa essere il fatto che la letteratura, volendo, può limitarsi a puntare il dito verso il guado melmoso, mentre il giornalismo deve necessariamente sporcarsi mani e i piedi nel tentativo di attraversarlo quel guado. Insieme agli uomini e alle donne di buona volontà. Politici-per-professione o apolitici che siano. Senza quel sacrificio, il giornalismo non sarebbe tale. Meno che meno nella nostra bellissima Italia. L’alternativa sarebbe un ritrovarsi a concludere che il giornalismo con la “G” maiuscola da noi non esiste. O, per dirla con i miei quattro lettori “interessati”, che il punto “G” non esiste!
Rina Brundu
Dublin, 10/04/2010
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C’era una volta un certo giornalismo schierato. Prima del “compromesso buonista” corrente, s’intende. Il giornalismo di-questi-tempi, più che “schierato”, mi pare invece “inquadrato”. Me ne sono resa conto pochi giorni fa, mentre guardavo un noto talk-show di intrattenimento “politico”. D’un tratto mi sono accorta che il suo conduttore mi rimaneva fondamentalmente simpatico. E pure i giornalisti che lavoravano con lui. Per non parlare degli ospiti in studio. Gli opinionisti di destra così come quelli di sinistra. Ma anche i convenuti di centro, finanche quelli di “tre-quarti”.
Subito dopo ho realizzato che mi accadeva di provare le stesse sensazioni quando guardavo le altre trasmissioni simili. Conduttori, commentatori, ospiti trendy, persino lo svagato assistente alla regia che correva trafelato per passare il “gelato” mancante: mi erano tutti simpatici! Niente di male, per carità! Fa piacere vedere tanti nemici-per-la-pelle scambiarsi convenevoli. “L’amore vince sempre sull’odio”, dicono. E se la nostra anima risponde con un guizzo-felice, tanto di guadagnato per il fegato! Il problema é semmai dato dal fatto che – oggidì - è in questo tipo di “agorà” post-rivoluzione-televisiva che si presentano argomenti pregnanti per il destino del Paese e si crea-opinione-di-conseguenza. Possibile dunque che nessuno degli ospiti-negli-studi riesca mai a dire qualcosa “degno” di farci incazzare veramente? Ma, soprattutto: possibile che nessuno dei giornalisti-di-grido che di solito presenziano a queste trasmissioni, riesca a mettere un po’ di pepe nella camomilla? Oltre il trito ed il contrito, si capisce.
Quando ripenso, per esempio, alla modalità politico-giornalistica – tanto ormai è difficile capire dove finisce un “seminato” e ne inizia un altro – con cui sono state gestite le “cose” di queste ultime elezioni regionali, non riesco a togliermi dalla mente Winston Churchill. Quel grande statista sosteneva che:” Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Io aggiungerei che preparano pure le elezioni dei loro rappresentanti con lo stesso spirito caciarone. Nello specifico mi riferisco alle querelle e contro-querelle giornalistiche montate ad arte (sia da chi era pro che da chi era contro) in occasione della “chiusura” dei talk-show, alle candidature di facciata, ai comizi da carnevale-di-Rio-andato-a-male, ai soliti giochi e giochetti e via così trotterellando perché, è noto, non è opportuno porre limiti alla Provvidenza.
Fortuna che poi a far digerire le sconfitte, o a diluire le gioie delle vittorie, ci hanno pensato le vacanze pasquali”. Non a caso, i connazionali ci si sono buttati da par loro. E giù dunque con le tavole imbandite di agnello arrosto e patate al forno, con le uova colorate, con i regalini ultima-generazione, con le gite fuoriporta nel deserto del Gobi. Del resto, perché preoccuparsi quando si sa dell’esistenza di cotanto, insonne, cane-da-guardia (nda: il giornalismo “inquadrato”) intento a vigilare?
Ma mentre il giornalismo “inquadrato” vigila, a noi cittadini-scettici-e-maldestri, non pare poco ciò che “sembra accadere” in questo nostro disgraziato Paese. Visto dalla destra-del-signore, infatti, parrebbe che una solida maggioranza possa finalmente dare quella garanzia di stabilità a lungo ricercata. Come non bastasse, sembrerebbe ci sia una possibilità-storica, per quello stesso Esecutivo, di mettersi finalmente al lavoro. Indisturbato. Eppur-tuttavia, è proprio in presenza di simili “fortunate-congiunture” che una Stampa davvero libera e davvero degna di questo nome, avrebbe il DOVERE di vigilare con rinnovata attenzione. Questo perché, da noi, man mano che gli anni passano, il “seggio-politico-faticosamente-conquistato” a titolo-individuale, tende a diventare feudo-di-famiglia per usucapione. Ed è inutile dire che, quando ci toccano la famiglia, qui, in Italia, siamo capaci di fare cose “turche”. Spetterebbe dunque anche al Giornalismo con la “G” maiuscola, ricordare, a tutti noi, che i diritti e i privilegi che derivano dalla lotta politica (non vi è nulla di scandaloso, a mio modo di vedere, nel fatto che esistano) vanno conquistati ogni giorno sul campo. E non solamente quando in vista dell’ennesima tornata elettorale.
E che dire dell’uovo-pasquale visto dall’altra parte della barricata, se si fa fatica ad individuare finanche una credibile linea d’azione politica? Un qualsiasi valido piano di riscossa? Un piano di lotta importante soprattutto quando, da quello stesso lato dello steccato, corrono le speranze dei lavoratori, dei precari, dei meno privilegiati tra i nostri conterranei. Di quella parte del Paese che, se cinquanta anni fa si illudeva di avere comunque una propria valida rappresentanza – e, grazie a quella, di riuscire ad esprimere in maniera visibile la propria insoddisfazione, di contare qualcosa - oggi si ritrova privata persino dell’illusione-che-così-possa-essere. L’aspetto che salta immediatamente all’occhio, è il tentativo stoico di aggrapparsi ad una leadership carismatica (che non vuole dire fare riferimento ad un leader incaricato) attraverso una cooptazione a-random. Di fatto, per diventare parte dell’establishment sembrerebbe sia sufficiente essere affetti dalla Sindrome del basta-che-qualcuno-dica-qualcosa-di-sinistra-da-un-qualunque-pulpito-a-favore-del-partito. Ed ecco allora il grande capo spirituale: pronto, cotto a puntino, impacchettato e già-illuminato-sulla-via-di-Damasco. Francamente, di-questi-tempi-tecnologicamente-industriati, non basta!
Anche davanti a codeste prospettive di immobilismo perenne, é inutile dire che, ad attivarsi per sensibilizzare l’opinione pubblica con una certa urgenza, dovrebbe essere compito di un “dato” Giornalismo. Non si nega che sia uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. Difficilmente però potrà farlo un giornalismo apertamente schierato o, viceversa, “inquadrato”. Quasi “piacione” nel suo bearsi dell’essenza-arrivata. Insomma, quel giornalismo che si produce quando lo spirito-che-scrive cede il passo al corpo-che-si-mostra.
Naturalmente, non credo affatto che il giornalismo del corpo-che-si-mostra sia tutto ciò che produce la madrepatria in questo campo. C’è senz’altro anche un giornalismo con la “G” maiuscola. O, per meglio dire, ci sarebbe. In Italia però, quest’ultima categoria, avrebbe il vizio di guardare e di lasciar-fare. Alla meno-peggio, osserverebbe con attenzione. Magari da un qualche rifugio inarrivabile situato in alta montagna. In un luogo romito, ideale. Un sito fisico, e virtuale ad un tempo, da dove dirigere, come valenti professori d’orchestra, le infinite querelle con i colleghi di pari grado. Perché, date intese intellettuali riguardano solo un ristretto drappello di eletti.
Per i comuni-mortali basta un saggio, pubblicato con puntualità svizzera, ad ogni fine d’anno. O inizio. O giù di lì. Basta per i contemporanei, ma soprattutto basta per i posteri. Saranno loro, infatti, a beneficiare-al-meglio delle perle-di-saggezza contenute in quei preziosi tomi e a ritrovarsi il cammino illuminato di conseguenza. Saranno soprattutto loro, a capire, nel giusto tempo, la vera-natura-dei-nostri-mali contemporanei e ad “intuirne” la cura che-avrebbe-fatto-il-miracolo, man mano che procedono nella lettura. Peccato però che la pastiglia della felicità serva adesso. Dopo, potrebbe essere troppo tardi. Soprattutto per i posteri, s’intende!
Credo che una differenza fondamentale tra la letteratura e il giornalismo, possa essere il fatto che la letteratura, volendo, può limitarsi a puntare il dito verso il guado melmoso, mentre il giornalismo deve necessariamente sporcarsi mani e i piedi nel tentativo di attraversarlo quel guado. Insieme agli uomini e alle donne di buona volontà. Politici-per-professione o apolitici che siano. Senza quel sacrificio, il giornalismo non sarebbe tale. Meno che meno nella nostra bellissima Italia. L’alternativa sarebbe un ritrovarsi a concludere che il giornalismo con la “G” maiuscola da noi non esiste. O, per dirla con i miei quattro lettori “interessati”, che il punto “G” non esiste!
Rina Brundu
Dublin, 10/04/2010
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