sabato 30 gennaio 2010

On leadership: chi ci ama ci segua…

Non sono pochi i partiti politici, ma anche le grandi aziende, a lamentare una carenza nella capacità di guida e di direttiva: ma cos’è la leadership e perché manca?

di Rina Brundu

Non so se avete mai avuto modo di confrontarvi con gli insegnamenti delle “scuole” che tentano di spiegare i segreti della leadership, la sua vera natura, così come la ricetta base per farla venire alla superficie. Esistono diversi modelli teorici. Tra i più accreditati, vi sono i modelli che vedono la leadership come un target da raggiungersi attraverso il potenziamento di numerosi altri tratti della personalità. Tratti, questi ultimi, ben individuati e fondamentalmente comuni a tutti gli individui.

Per quanto mi riguarda, trovo questi moderni esercizi teorici applicati alle tecniche di gestione molto limitativi e limitanti. Il dubbio che ti sfiora è che ci si trovi, quasi sempre, in presenza di scaltrissime macchine-per-far-soldi travestite da astute-trappole-pseudo-intellettuali. Il dubbio si legittima soprattutto quando si va a fare una analisi della effettiva consistenza delle teorie esposte, e del terreno, più o meno fertile, dove sono nate e cresciute. Molto spesso, alla fine di quest’analisi, se ci va di lusso, tutto ciò che resta tra le mani è un sapore-da-vecchia-saggezza-contadina sparso come sale, e con generosa abbondanza, per ogni dove, onde non scontentare proprio nessuno.

Consequentia rerum è che, di frequente, il volere compiacere le legittime aspirazioni dei tanti, determina dei grossi fraintendimenti sulla vera essenza del concetto che si era voluto chiarire in partenza. Ma non solo. Per spiegarmi meglio debbo necessariamente partire dalla mia personalissima idea di cosa sia la leadership. Per me, infatti, la leadership è semplicemente l’unicità che fa la differenza. Ne deriva che il leader può essere solamente un individuo dotato di caratteristiche proprie (di fatto, un ispirato amalgama di quei già citati tratti comuni!), le quali, se opportunamente stimolate, possono produrre un impatto notevole (positivo ma anche negativo, purtroppo!) nel contesto di riferimento.

Detto altrimenti: leader si nasce! Soprattutto, i leader sono uomini e donne fondamentalmente soli. A mio modo di vedere poi, a queste personalità, ben si addicono le famose 24-qualità-comuni-agli-individui-geniali già individuate dal Dr. Alfred Barrious (e pubblicate dal National Enquirer nel 1980). Come sappiamo, queste qualità sono: lo spirito d’iniziativa, il coraggio, la determinazione nel settare e raggiungere gli obiettivi, la conoscenza, l’onestà, l’ottimismo, la capacità di discernere, la disponibilità ad accollarsi il rischio, la dinamicità, lo spirito imprenditoriale, la forza della persuasione, la socializzazione, il saper comunicare, la pazienza, l’intuito, il perfezionismo, il senso dell’umorismo, la versatilità, la capacità di adattarsi, la curiosità, l’individualismo, l’idealismo, l’immaginazione.

Naturalmente, anche in questo caso, sebbene concordi con lo psicologo Barrious sul fatto che queste siano le caratteristiche salienti che fanno di un individuo qualunque un qualcosa-di-più-speciale, e sebbene concordi con l’idea-sacrosanta che ciascuno di noi può lavorare per perfezionarsi, e quindi per diventare una persona ed un professionista migliore, mi preme sottolineare che, l’eventuale raggiungimento di un tale obiettivo, per come la vedo io, non fa dell’individuo che vi è riuscito un leader. Farlo credere è un grosso errore che può avere notevoli conseguenze sulla società di riferimento (sia civile che di business). In verità, un leader può essere semplicemente qualcuno su cui si manifesta, con notevole forza, UNO SOLO di questi elementi, ma dove, quel singolo quid è sufficiente a fare la differenza di cui dicevo! Detto terra terra, non è completamente vero che ognuno è artefice della sua fortuna, ma è vero piuttosto che, il nostro destino, noi lo possiamo cambiare sempre e soltanto un poco! Qualunque esso sia!

L’avere fatto questa lunga premessa per me è molto importante. La stessa mi permette infatti di confutare un dato approccio che ho notato nei modelli-teorici di cui parlavo nell’incipit e che, per me, sta alla base di un loro intrinseco, nonché madornale, “errore” di impostazione: ovvero, una certa confusione tra le cose del management e le cose della leadership! Semplicemente, io ritengo che questi due ultimi concetti siano universi molto diversi. Nello specifico, un leader raramente è un buon manager, per converso, il concetto di management fa quasi a pugni con quello di leadership.

Applicando questa idea alle necessità di un business, per esempio, si può forse dire che il leader è colui che ha la VISION, la capacità geniale e la disponibilità mentale ad accollarsi un rischio pur di creare una sua company, mentre i buoni manager saranno coloro che, una volta stabilita la MISSION, porteranno il lavoro avanti. Le due cose sono di fatto complementari, ma ben distinte. Capire questa differenza è fondamentale. L’impressione però è che, a volte, vuoi per questioni di civile e umana correttezza (ovvero, figlio mio non vi è nulla che tu non possa fare se così vorrai!), vuoi per mere-questioni-di-cassa da parte dei guru che propongono questi insegnamenti (e con quelli ci campano, nel lusso!), si faccia finta di non capire. Per questi stessi motivi, “’l’errore” di cui scrivevo è doverosamente virgolettato: penso infatti che di “errore” si tratti ma solo fino ad un certo punto.

Le conseguenze di questo paradossale status-quo, ripeto, possono essere gravissime. Se da un lato, sventolare la prospettiva di poter trasformare, in leader ascoltati, una pletora di onestissimi manager-operai può produrre tanta-inutile-ingiustificata-frustrazione, dall’altro, lo smussare i tratti importanti di un leader potenziale, onde livellarli e renderli più “accettabili” ad una data routine di business, può avere disastrosi impatti futuri. Ovvero, può diventare la prima causa della perniciosa malattia civile nota come “sindrome-da-mancanza-di-leadership” e di cui spesso si sente parlare. Sindrome temuta dalle aziende dove, l’esaurirsi della carica imprenditoriale procurata da una fortissima VISIONE iniziale, può condannare il business ad una stagnazione senza via d’uscita, ma tenuta anche da un intero Paese che, a sua volta, su scala più larga, non potrà non sfuggire ad un simile destino.

Se consideriamo infine che è di fatto la Politica a determinare, nella maniera più diretta, il domani di una intera nazione, è inutile sottolineare quanto, la capacità di saper chiaramente individuare un vero leader sia fattore cruciale. Pensare alla leadership che verrà dovrebbe essere dunque, per i veri (pochi, in verità) leader di oggi, un dovere imprescindibile. Di fatto, l’unica maniera per proteggere il Paese dagli effetti di un’altra sindrome non meno invalidante e tutta tesa verso lo sfascio anarchico, e cioè la Sindrome-vassallo-valvassino-valvassore (nota anche col nome dei Sindrome dei Caporali). Per la serie, “chi ci ama ci segua…. e fu così che ce ne andammo da soli!”.


Rina Brundu
Tortolì, 30/01/2010
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sabato 16 gennaio 2010

Giornalismo online: la leva “borghese”

Sul compromesso buonista corrente ed altre considerazioni

Nell’articolo “I giornali e gli operai” ("Avanti!", edizione Piemontese del 22 dicembre 1916), Antonio Gramsci così scriveva: “Centinaia di migliaia di operai, danno regolarmente ogni giorno il loro soldino al giornale borghese, concorrendo così a creare la sua potenza. Perché? Se lo domandate al primo operaio che vedete nel tram o per la via con un foglio borghese spiegato dinanzi, voi vi sentite rispondere: " Perché ho bisogno di sapere cosa c'è di nuovo". E non gli passa neanche per la mente che le notizie e gli ingredienti coi quali sono cucinate possono essere esposti con un'arte che diriga il suo pensiero e influisca sul suo spirito in un determinato senso….. E non parliamo di tutti i fatti che il giornale borghese o tace, o travisa, o falsifica, per ingannare, illudere, e mantenere nell'ignoranza il pubblico dei lavoratori. Malgrado ciò, l'acquiescenza colpevole dell'operaio verso il giornale borghese è senza limiti”.

A parte il termine “borghese” che, di questi tempi, sembra davvero un residuato di una lontanissima era geologica, ciò che colpisce in queste considerazioni gramsciane è la loro estrema attualità. Basta infatti una svagata lettura per comprendere che, lungi dal soffrire di una deprecabile sindrome degenerativa moderna, il giornalismo italiano è purtroppo nato con le sue croniche magagne.

Particolarmente interessante, a mio modo di vedere, è la metaforica “leva” descritta da Gramsci nel paragrafo considerato. Ovvero, l’arte di indirizzare il pensiero del lettore nella direzione desiderata. Il tema diventa tanto più interessante quando pensiamo al segmento temporale trascorso. Neppure la nostra epoca digitale, e senz’altro più smaliziata, sembra infatti in grado di liberarsi da simili importanti condizionamenti.

Un valido esempio? Gli effetti del corrente compromesso buonista politico sulle “notizie” presenti in prima nei principali siti giornalistici italiani. Ritengo infatti che, nulla, se non l’azione di una provvidenziale leva-smacchia-tutto, avrebbe potuto determinare questo miracolo neanche figurabile solamente pochi mesi fa. Di quale miracolo parlo? Di quello della moderazione dei toni, dei titoli meno strillati, delle critiche da oratorio se comparate alle scudisciate-senza-pietà inferte quando la battaglia infuriava a colpi di indimenticabili scoop-del-cactus e via così.

C’eravamo tanto odiati, insomma! Purtroppo però, così come non penso che l’espressione “Politica buonista” sia sinonimo di “buona Politica”, allo stesso modo non penso che il buon giornalismo si misuri con la sua “bontà” d’approccio. Rispetto al primo punto, si potrebbe forse dire che non si può immaginare scenario peggiore, per chi si aspetta risposte dalla Politica, di un momento in cui governo e opposizione vanno a braccetto e si scambiano salamelecchi nei salotti televisivi. Il portare rispetto per l’avversario politico, l’evitare esagerazioni da circo equestre, dovrebbero essere la minima “qualifica professionale” che mette in tavola chi di Politica vuole occuparsi. Questo fattore però non dovrebbe impattare, in nessuna maniera, sulla forza e l’incisività della linea d’azione portata avanti. Perché non è con le buone parole e i salamelecchi che si ottengono risultati, ma con una capacità di chiara visione delle soluzioni da portare a ciascun problema considerato. E con la determinazione a implementarle.

Di converso, in simili contingenze, il compito del buon giornalismo dovrebbe essere quello di suonare la carica. E magari risvegliare le coscienze addormentate da tanta soporifera bontà. E’ in questi momenti infatti che un giornalista davvero indipendente dovrebbe dimostrarsi capace di fare il suo lavoro al meglio. Dovrebbe darsi da fare per portare in primo piano le molte questioni “nascoste” dalla cappa anestetica che le circonda. Dovrebbe “frustare” laddove gli “altri” si complimentano a vicenda, dovrebbe ammonire laddove gli altri rassicurano.

Nella nostra epoca digitale, oltre alla parola “borghese”, è purtroppo diventata obsoleta anche la parola “operaio”. Mi viene da pensare che questo possa essere accaduto perché la stessa aveva acquistato, col passare del tempo, e per merito delle lotte portate avanti da chi lavoratore si sentiva davvero, una dignità ed una novità che procura fastidio. Di fatto, gli operai dei nostri tempi si chiamano extra-comunitari, si chiamano badanti, si chiamano turnisti dei call-center, si chiamano nei modi più “cool” e disparati.

Tuttavia, con gli operai di cui parla Gramsci condividono le stesse aspettative, lo stesso desiderio di conoscere e di sapere. E soprattutto godono, o dovrebbero godere, degli stessi diritti. Il diritto ad essere rappresentati, il diritto a ricevere risposte oneste da chi li rappresenta e… dulcis in fundo, il diritto a leggere un giornale che, sebbene “borghese” nella sua impronta (quando borghese significa padrone, o più modernamente datore di lavoro), gli/le propone scenari quanto più possibili veritieri. Ed impegnati.

Questo, anche quando il romantico “soldino” di Gramsci, si è di fatto trasformato in un click pure distratto sulla Prima Pagina di un quotidiano online. In altre parole, la serietà d’intenti della stessa pubblicazione e del suo editore non dovrebbe mai potersi mettere in discussione. “L’acquiescenza”, di questi tempi, infatti, un qualche limite ce l’ha.

Rina Brundu