giovedì 24 giugno 2010

On leadership: la sconfitta

Sulla resilience e su come una ipotetica squadra di calcio che perde una importantissima partita dovrebbe guardare al domani…

La resilience, ovvero la capacità di riprendersi e ripartire verso nuovi traguardi dopo una importante sconfitta, è una delle caratteristiche prime che rende tale ogni vero leader. Di fatto, per un simile individuo, una sconfitta non è mai un luogo d’arrivo, quanto piuttosto un punto di partenza.

Non potrebbe essere altrimenti! È, infatti, in quei momenti che i leader degni di questo nome si fanno notare. Ed è sempre in quei momenti che le loro speciali capacità possono fare la differenza. Soprattutto, possono provvedere quella speranza di futura rinascita che, sola, può traghettare un popolo, un team, una famiglia fuori dal pantano in cui, per demerito, destino avverso o poca lungimiranza, si sono venuti a trovare.

Naturalmente, tutto questo non potrebbe accadere se il leader in questione, oltre ad una grande capacità di resilience, non potesse fare affidamento su molte altre qualità che gli/le appartengono in maniera naturale. Tra queste: una formidabile coscienza della sua forza, una proverbiale onestà di metodo critico rispetto al suo operato e all’operato del suo gruppo, una indiscussa capacità di accettazione delle sue responsabilità, uno straordinario talento organizzativo e ri-organizzativo et, dulcis in fundo, una quanto-mai-chiara visione degli obiettivi futuri e dei risultati che intende ottenere.

Prendiamo, per esempio, una ipotetica squadra di calcio che perde una importantissima partita nel più delicato dei tornei internazionali. La perde di brutto. Ha giocato così male che anche figli e parenti dei singoli giocatori si dissociano e dichiarano di non conoscerli. Ha giocato così male che il Premier del Paese convoca d’urgenza un G20 agli antipodi onde non farsi trovare al rientro della squadra-vinta in Patria. Ha giocato così male che eventuali movimenti indipendentisti ne approfittano per “fare muro”, giustificandolo con l’idea che anche alla vergogna-dell’appartenenza ci dovrebbe essere sempre un limite!

Come dovrebbe guardare al domani questa squadra? Tutto finito? Tutto da rifare? Non proprio. Non se fosse una squadra-perdente ma gestita da un vero leader. Chissà perché la prima immagine che mi viene in mente a questo proposito è quella della “guardia” Aldo Fabrizi che, nel bellissimo film Guardie e ladri (1951), – insieme ad un irascibile turista americano appena derubato – insegue il ladro Totò. Il ladro è ovviamente deciso a non farsi prendere. La sua fuga è infinita. Stancante. Ad un certo punto il turista, uomo grande e grosso, cade. Rotolato a terra, confuso tra la polvere e la melma, lo straniero non può che guardare verso Fabrizi in cerca d’aiuto. Lo chiama ad alta voce. “Io… caduta!” grida. “E ri-arzate!” gli fa eco la guardia senza troppi complimenti e molto più interessata a non perdere di vista il ladro.

Proprio così! La squadra di un vero leader quando cade viene sempre spronata a “ri-arzarse!”. Tanto più che può capitare che questa ipotetica squadra sia pure una squadra di rango. Una squadra di nome. Magari ha vinto quattro o cinque coppe di quel medesimo trofeo. Innumerevoli volte è arrivata seconda, terza, quarta. Insomma, ha una storia importante alle spalle. Una storia a cui sono legati milioni di momenti ludici, di sogni, di ricordi dei connazionali di quei giocatori. Nessun dubbio dunque per il vero leader: la sua squadra deve riprendere coscienza di sé. Della sua storia. Delle sue possibilità. Finanche dei suoi doveri. È il primo passo. Importantissimo però. La conditio sine qua non per uscire dall’impasse e cominciare a guardare-oltre.

Ma guai a pensare che un leader degno di questo nome possa sorvolare su una lucida investigazione delle scellerate dinamiche che hanno portato a quel risultato! Impossibile! Così come non potrebbe mai sorvolare sulla necessità di una onesta critica delle possibilità del modulo di gioco adottato, nonché sulla effettiva capacità e potenzialità delle risorse messe in campo. Allo stesso modo, non potrebbe sorvolare sulla necessità di una onestà accettazione delle responsabilità personali e collettive, mentre non mancherebbe – qualora il suo ruolo fosse riconfermato – di procedere ad una salutare ristrutturazione dell’infausto team. Senza se e senza ma. E senza troppi sentimentalismi di contorno. Non potrebbe essere altrimenti: pena la sconfitta futura!

Da dire vi è anche che un vero leader difenderebbe comunque i suoi giocatori! La sua squadra! La sua avventura! Soprattutto, non avrebbe mai paura di ricordare a tutti – giocatori e tifosi – che, per quanto “vitale”, sempre di partita di calcio si trattava! Che le partite davvero importanti a cui deve guardare un Grande Paese si giocano su altri fronti. Perché è proprio dal risultato di una lunga serie di “incontri” meno-trendy che dipende il destino ultimo di quella stessa nazione. Il destino dei suoi figli. La loro sorte.

Non dovrebbe meravigliare quindi se fosse proprio quello stesso vero-leader – capace di grande resilience e di guardare al futuro con rinnovata speranza – il primo a ricordarci che occorre tifare, urlare, gridare, incazzarsi, ridere e piangere quando è il momento. Dopo, occorre farsene una ragione. Anche della sconfitta. Per una grande squadra, infatti (così come per una grande nazione), domani è sempre un altro giorno.

Rina Brundu
24/06/2010
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Fonte:http://rinabrundu.wordpress.com/

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