Sui tempi distopici: da “Il Grande Fratello ti vede” ad un più prosaico “Fatti gli affari tuoi che io mi faccio i miei”.
C’è qualcosa di tanto straordinario quanto paradossale in ciò che sta avvenendo in Italia in questi giorni. Per certi versi mi tornano alla mente i tempi distopici proposti da George Orwell nel suo “1984” (1948). Tuttavia, vi é qualcosa che non mi torna. Intendiamoci, che l’età che stiamo vivendo sia tutto meno che un’utopia da letteratura di genere dei secoli andati è indubbio, ma l’eventuale distopia proposta non è certamente la più tradizionale. Piuttosto, la definirei una distopia-sui-generis.
Prendiamo per esempio le questioni poste dall’infausto ddl anti-intercercettazioni, e quindi le polemiche legate alla libertà di stampa e alla tutela della privacy. Se dovessimo replicare, all’interno degli schemi orwelliani, la fitta rete di dinamiche che affiorano alla superficie (in senso lato), il risultato ottenuto sarebbe straordinario. Di fatto, ad un primo guardare (e per amor di ragionamento s’intende, dato che non può esistere una sovrapposizione-possibile tra la struttura organizzativa di comando proposta da Orwell ed il nostro universo da governo-del-popolo), si potrebbe forse dire che il Partito Interno (formato dalla classe dirigente), si rifiuterebbe di spiare (con i suoi occhi telecamere) il Partito Esterno (formato dalla classe subalterna e dai burocrati) battendo sul motto: “La nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri”. Per converso, i burocrati (la Stampa?) lamenterebbero quelle “televisioni” spente in nome del diritto di tutti ad essere “informati”. A sapere, a conoscere, a “vedere”. Dal mitico slogan “Il Grande Fratello ti vede” ad un più prosaico “Fatti gli affari tuoi che io mi faccio i miei” dunque.
Ma c’è di più. Diversamente da quanto leggevo ieri su alcuni editoriali dei quotidiani italiani, io non credo che la “Giornata di silenzio” proclamata dagli organi di Stampa sia stata “sentita”, fatta propria dalla nazione. E questo nonostante fosse stata pensata per difendere il diritto alla libera informazione di quella stessa gente. Insomma, è un poco come se gli abitanti di Distopia mandassero a quel paese gli scocciatori di Utopia e tutte le loro paradisiache delizie democratiche.
Perché accade questo? Perché – purtroppo – in Italia anche diritti fondamentali come il diritto ad una informazione libera, riescono non-si-sa-come a rimanere invischiati nei giochi, giochetti della Politica più becera. Ne deriva che chi sostiene Tizio lo sosterrà anche quando la campagna che caldeggia non è una delle più illuminate, mentre i sostenitori di Caio faranno altrettanto con il loro leader. E lo faranno dimenticando l’importantissima regola che dice che non tutte le battaglie sono uguali. E che per le sorti della guerra, alcuni confronti è forse meglio perderli.
Non è questione da prendere sotto gamba. Non quando tali battaglie riguardano i diritti dell’individuo e del cittadino. Senza considerare che l’apparente funzionare all’incontrario dell’universo distopico descritto nell’incipit, è appunto solo apparente. Di fatto, anche le “buone” ragioni del Partito Interno per spegnere i suoi stessi occhi andrebbero verificate con attenzione dentro le dinamiche democratiche che reggono il nostro universo reale. Mentre il controllarle con impegno spetta proprio a quei burocrati sgraditi al Partito. Non si discute!
É in questi momenti dunque che il concetto di libertà-ideale che muove e commuove l’animo di ogni Americano (soprattutto, quando intento a guardare una qualsiasi produzione hollywoodiana degli ultimi 50 anni), ci appare più attraente. E desidereremo vederlo meno evanescente sul suolo italico. Meno vittima di questa o di quell’altra mira politica: meno incatenato ai desideri di questo o di quel governo, di questa o di quell’altra fazione. Magari, legato con doppio spago al destino ultimo di ciascun individuo. In Italia certamente l’unica maniera per “sentirlo” davvero nostro.
Rina Brundu
11/07/2010
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