sabato 27 marzo 2010

Io, robot

Dicono che in America abbiano costruito un robot giornalista. Si chiamerebbe Stats Monkey. Dicono che sia capace di scattare fotografie, fare interviste e che sia particolarmente dotato nel “coprire” le cronache sportive. Dicono che abbia già acquisito il linguaggio standard di una agenzia di stampa ed abbia una abilità prodigiosa nel trovare - via twitter - tutto-lo-scritto (dagli altri) su un dato argomento, “aggiustarlo” e ri-pubblicarlo.

Sebbene manchi ancora della capacità di pensare, dicono che non ci sia compito che non si presti ad espletare. Ideato quindi per riprodurre in toto le caratteristiche tipiche del giornalista nostrano, a superarne le più tradizionali attitudini, contribuirebbe una mirabile obiettività di giudizio ed un fiuto pressoché infallibile nello scovare la notizia.

Finalmente il giornalista perfetto, insomma! Uno di quelli che, presentandosi alla conferenza stampa governativa di fine d’anno, lo fanno in giacca e cravatta e senza scarpe-da-lanciare. E che, prima di cominciare, si mostrano capaci di ripetere by-heart il testo di ciascun decreto-salva-pasticcio “eroicamente” bloccato dall’opposizione, così come di ricordare ogni “buona azione” (realizzata, ma anche solamente pensata) da un qualsiasi “savio” governo-del-fare. Uno di quei giornalisti che sanno distinguere il bene dal male, nonché le notizie “vere” dai pretesti falsi e tendenziosi creati-ad-arte-da-certa-stampa-schierata, uno di quelli che sono imbattibili nel saper contare - in meno di un nanosecondo - l’esatto numero di attivisti presenti (nonché gli assenti per “force majeure”) ad ogni manifestazione di partito, ponendo fine per sempre all’endemica rivalità tra le “basi” e la questura.

Che dire poi delle sue eccezionali capacità di cronista d’assalto? Sarebbe sufficiente pensare che diventerebbero un ricordo le stragi impunite, le inchieste sepolte, i “cold cases” da rispolverare in occasione del solito polpettone amarcord-criminal-televisivo. E quindi basta pure con i modellini-plastici in trasmissione, con gli opinionisti per professione, con le illazioni, le contro-illazioni, con i testimoni comprati ed istruiti ad arte, con i magistrati allineati, i politici collusi e conniventi. Basta finanche con i giornalisti-martiri e i martiri-giornalisti.

E se gli editori gongolano, sindacati ed organizzazioni di categoria non sono da meno. – Del resto, avevamo proprio in mente loro (NDA gli editori e le organizzazioni di categoria) quando lo abbiamo progettato – ha detto in una recente intervista uno dei senior-managers-di-punta della società che lo ha costruito. – Quale giornalista è migliore dal punto di vista pratico? Senz’altro quello che costa meno e rompe meno le balle. Operativamente parlando, fare quelle modifiche significava semplicemente semplificarlo. Ragion per cui abbiamo tolto tutto-quello-che-non-serviva-veramente e ci siamo concentrati sul “resto”. Per meglio dire, abbiamo eliminato l’uomo e fabbricato il giornalista-che-sarà!”.

Fenomenale! Dicono tuttavia che l’automa-professionista (la versione pubblicista non è contemplata per il momento) sarà comunque difficilmente reperibile sul mercato. Prudenza consiglierebbe una sua collocazione-più-naturale presso oligarchie editoriali rampanti, istituzioni finanziarie ed enti governativi sparsi dovunque sotto il sole. Saranno loro ad attaccare e staccare la spina. Vulpem pilum mutare, non mores!


Rina Brundu
Dublin, 27/03/2010
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venerdì 26 marzo 2010

Giornalismo online: il limite editoriale

Ma sono davvero un giornalista se pubblico solamente in Rete? Dubbi amletici ed ingiustificate fobie del giornalista “virtuale”

Il “limite” c’è: inutile negarlo! Prima di procedere ad analizzarne la natura nel dettaglio, vorrei precisare che, secondo me, le problematiche editoriali internettiane sono cosa ben distinta dalle macroscopiche questioni legate agli accordi e alle baruffe internazionali tese a dimostrare “chi comanda” in una simile, provvidenziale, dimensione alternativa.

Il limite editoriale che mi interessa analizzare in questa sede è dunque quello che riguarda il semplice utente, quando l’utente è un qualsiasi individuo, una qualsiasi società, una qualunque associazione che si propone di operare in Rete. Nello specifico, che si propone di operare in Rete nel campo giornalistico.

Il principale ostacolo editoriale che deve affrontare oggidì il giornalismo online è infatti un ostacolo di natura mentale. Il va sans dire, la stampa tradizionale, così come la vetrine radio o tv, detengono ancora un notevole primato di credibilità-sulla-fiducia. Frasi quali “era scritto sul giornale”, “lo ha detto il notiziario” sono comuni come il “buongiorno” e il “buonasera” e, temo, lo saranno ancora per molto tempo a venire.

Di converso, l’espressione “l’ho letto online”, ma anche statements più specifici quali “lo scrive Wikipedia”, o “era l’argomento del giorno su Facebook” non hanno la stessa “autorità” informativa. Al contrario, tali fonti virtuali vengono ancora viste, da un signor Rossi qualsiasi, come i-luoghi-per-eccellenza di nidificazione dei falsi scoop. Insomma, Internet alla stregua di un paradiso fiscale dell’inattendibilità giornalistica!

È paradossale! Ferma restando la sua storia ancora giovane (a ben guardare, credo sia proprio questo il vero tallone di Achille), pensiamo per un attimo alle potenzialità di un sito come Wikipedia. Nessuna enciclopedia cartacea, per quanto blasonata, e per quanto credibile, potrebbe mai sperare di fare meglio! Questo perché Wikipedia (ovvero la sua idea-essenza) ha una possibilità di espressione universale che nessun editore-altro può eguagliare: nessuno meglio della fonte che l’ha vissuta (qualunque essa sia e a qualunque titolo) potrebbe raccontare meglio, e con più precisione, una vita, una esperienza, una visione critica, una storia, un ricordo. Ma anche una costruzione intellettuale più impegnata. Sì, è proprio così semplice come donare (non rubare) caramelle ad un bambino. E capire questo significa avere capito tanto. Senz’altro, significa lavorare molto bene in questa già-determinante dimensione virtuale che, nel futuro prossimo, condizionerà ogni nostra esperienza quotidiana.

Ma naturalmente viviamo tempi internettiani che sono la preistoria della loro straordinaria avventura. Ne deriva che la Rete sta ancora lottando per aggiustare la sua dimensione-credibile: e con la Rete stanno lottando i giornalisti online. Non tutti s’intende, ma quelli che sono veramente tali sicuramente. Soprattutto, lottano contro le proprie fobie, le proprie idiosincrasie: sono davvero un giornalista se pubblico solamente in Internet?

Data la mia ferma convinzione che giornalisti si nasce, non voglio neppure prendermi l’impiccio di rispondere ad una simile sciocca domanda. Questo non vuol dire che il problema di costruire una base operativa credibile sparisca di suo. Di sicuro, l’unico modo che ha il giornalismo online di superare l’ostacolo-mentale di cui si diceva è di mantenere una serietà di metodo che è fondamentalmente la stessa serietà di metodo che ci si aspetta dal giornalismo tradizionale (e che, purtroppo, pure quest’ultimo, in molte situazioni, fatica a garantire).

Questa modalità severa non dovrebbe però implicare approcci-bigotti di qualsiasi natura verso un universo virtuale che ha naturalmente esigenze proprie. Mai sottovalutare il rischio di disattenderne le necessità-fisiologiche! Questo per dire che il giornalismo online non deve proporsi come piattaforma intellettuale digitale ripetitiva di schemi obsoleti (sebbene noti e vincenti), quanto piuttosto come occasione importante di improvement e di crescita. Per esempio, qualunque sia la rubrica giornalistica sotto esame, questa non potrà presentarsi con il ritmo monocorde e bi-dimensionale del cartaceo, ma dovrà rispecchiare le esigenze di dinamicità (in senso lato) dello spazio virtuale.

Il tema diventa tanto più vero quando si guarda all’essenza che caratterizzerà il giornale ed il giornalista “virtuale”. Ad entrambe queste pedine sarà infatti richiesto un ulteriore “sforzo” intellettivo che dovrà manifestarsi sottoforma di espressione multipla delle diverse potenzialità. E dunque attraverso una notevole capacità immaginifica, e dunque attraverso una variegata visione da applicarsi alle necessità di analisi dell’argomento studiato. Qualunque esso sia.

In generale, io penso che questo limite mentale editoriale potrà dissolversi soltanto con il tempo. Meglio ancora, quando morirà la generazione che Internet lo ha concepito. Morto il genitore saccente e intransigente, il figlio si responsabilizzerà di conseguenza. Soprattutto, potrà concentrarsi a risolvere gli altri “limiti più mondani” che affliggono gli internauti-di-questi-tempi. E quindi anche il loro editore (sempre, in senso lato).

A mio modo di vedere, questi ultimi sono soprattutto limiti legati al tempo e legati all’ancora scarsa attenzione che mettiamo nel nostro operare online (e sono limiti determinati, per esempio, da un editing mai completo degli articoli, da una forma linguistica censurabile – parlo della mia -,da un’analisi degli argomenti trattati che raramente “lavora” sotto la superficie e via discorrendo). Attualmente, l’importanza della necessità di superare questi ostacoli viene percepita davvero solo dal giornalista, o dal futuro-giornalista che si propone in Rete così come si propone nella vita. In primis, presentandosi con tanto di nome e di cognome. C’è da dire infatti che se la FIRMA del professionista poteva contare qualcosa nel giornalismo tradizionale, nella dimensione virtuale la FIRMA sarà tutto. Sarà senz’altro la conditio sine qua non che determinerà il successo di una rubrica. E quindi il successo di quelle somme-di-rubriche che saranno i giornali digitali del futuro.

Questo perché, se è vero che il grande editore – tradizionale o “virtuale” che sia - avrà sempre le sue variegate ed infinite carte da giocare, è anche ipotizzabile che la Rete conserverà in eterno quel suo tratto benigno-abbastanza da concedere, finanche-al-pesce-piccolissimo, l’opportunità di giocarsi l’asso nella manica. E di farlo, in maniera indiscutibilmente vincente.


Rina Brundu
Dublin, 20/03/2010
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