E se la “P” stesse per Politica, la “I” per Intrallazzi, la “G” e la “S” per Giornalismo e Stampa?
Assodato che la corrente crisi finanziaria è soprattutto il risultato di anni di malaffare continuato, di uno spregiudicato gioco al rialzo, di un vizio speculativo mai venuto meno; assodata la necessità di invertire la rotta al più presto (perché tutto pare stia accadendo tranne questo); assodato che i P.I.G.S. (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna – non Italia, se il contentino può consolare) – ma in verità non solo loro – sono i Paesi che hanno avuto “la peggio” in questo gioco al massacro, non resta che da chiedersi quale futuro ci aspetta. E tenere le dita incrociate.
L’esercizio non servirà a molto però se, alla speranza di un domani più propizio, non si accompagnerà un’azione oltremodo virtuosa e mirata a dare man forte a quella possibilità. Questo vale anche nel campo del giornalismo. A maggior ragione, nel campo del giornalismo, direi!
Che la partita giocata dagli intrallazzi politici delle singole nazioni, dagli intrallazzi comunitari e internazionali, di concerto, o in apparente-contrasto con le-tane-dei-lupi-finanziari (controllori e controllati) sparse per ogni dove sotto il sole, e in dati luoghi più di altri (luoghi che non sono sicuramente né in Grecia, né in Portogallo), sia stata causa, concausa e ragione prima del presente disastro finanziario è anche questo un fattore assodato. Tuttavia, forse non è stata il solo elemento perturbatore che “tanto” ha potuto.
È indubbio, per esempio, che il ruolo avuto dalla Grande Stampa internazionale, nelle cose di questa terribile crisi finanziaria, non sia stato indifferente. Del resto, complici i nostri tempi digitali, non avrebbe potuto essere altrimenti!
Certo, le immagini dei newsboys (strilloni) che, durante la Grande Crisi del ’29, correvano incontro ai loro lettori affamati-di-notizie (et non), nelle strade e nelle piazze di New York, sono rimaste nell’immaginario collettivo. C’è da dire però che, per quanto si affrettassero e per quanto strillassero, quei volenterosi galoppini poco avrebbero potuto contro la potenza e la capacità di “attrazione” e di infiltrazione dei moderni news-media. Così come non più di tanto avrebbero potuto gli editoriali dei loro zelanti direttori e i titoli urlati a caratteri cubitali su quattro colonne.
Una differenza fondamentale, credo, tra il giornalismo che-è-stato, e quello che mi ostino a chiamare giornalismo-online (che non è una mera trasposizione digitale di obsolete metodologie riguardanti il fare-notizia-per-informare-l’onesto-lettore, ma è una applicazione scritturale che vive di sue particolarissime dinamiche e guarda ad un pubblico senz’altro più informato e/o smaliziato) è che il primo le notizie le consacrava a-posteriori, il secondo è in grado di produrle. O, per meglio dire, di anticiparle, di fomentarle, di deviarne il loro corso e, nei casi più gravi, di determinare azioni, tutt’altro che virtuali, che possono fare da backbone sostanziale a quelle novità così pre-confezionate.
Non è poco e non è un argomento da liquidare con leggerezza. Non è poco soprattutto se questo tremendo potenziale informativo (e, ahimé, in teoria, altrettanto “disinformativo”) viene studiato alla luce delle diverse micro-dinamiche che hanno contribuito ad ingigantire la già nefasta crisi finanziaria di cui sappiamo. Di fatto, la possibilità che il giornalismo-online diventi (o sia già diventato) strumento nelle mani degli speculatori e degli approfittatori di cui sopra, è molto forte.
Perché questo accada non è necessario avere una “famigerata” linea editoriale che propizi simili aberranti comportamenti, ma può essere sufficiente la mera “passione” che un onestissimo “professionista” mette nel suo lavoro. Sì, perché – a dispetto delle straordinarie risorse della tecnologia imperante – rincorrere-la-notizia, inseguire lo scoop-informativo sono doveri e sogni rimasti immutati per uno spirito-nato-affascinato dalle “possibilità” di questo mestiere. La differenza sta invece tutta nell’orizzonte d’attesa del fruitore-lettore (in senso lato), che, in genere, di “spirituale” ha ben poco, e guarda piuttosto, in maniera molto interessata, alle necessità del portafoglio. Spesso, come hanno dimostrato i molti Madoff di questo mondo, senza alcuna decenza morale nel perseguire l’obiettivo.
Ne deriva che, un serio giornalismo-online nasce già con date responsabilità a carico. La responsabilità di limitare il titolo-gridato, la responsabilità di moderare i toni e di non strafare, la responsabilità di evitare la vocazione alla voracità e alla bulimia informativa, la responsabilità di evitare la Sindrome Al-lupo Al-lupo, la responsabilità di controllare le fonti, la responsabilità di proteggere gli “interessi” del lettore, la responsabilità di promuovere una informazione libera, e ad un tempo puntuale e credibile.
Ora che ci penso, mi sembrano quasi tutte responsabilità che competevano interamente pure al giornalismo tradizionale. Sarà per questo che sono preoccupata?
Rina Brundu
Dublin, 30/04/2010
All rights reserved©
venerdì 30 aprile 2010
domenica 25 aprile 2010
Il principe
Teoria-politica-per-dummies applicata al recente “strappo” interno al PDL
“Tutte le grandi coalizioni politiche democratiche sono destinate a disgregarsi; il PDL è fondamentalmente una grande coalizione politica democratica; dunque è destinata a disgregarsi”. Parafrasando Aristotele, sarebbe forse questo un sillogismo che si potrebbe usare per raccontare lo “strappo politico” che si è consumato in seno alla maggioranza di governo.
Una lacerazione, un difficile momento-di-contrapposizione che però non può avere certamente sorpreso coloro che si fossero presi la briga di andare a studiare le diverse spinte “visionarie” che, fino ad oggi, hanno convissuto sotto lo stesso”tetto”. Non vi sono dubbi, infatti, che la “visione” politica che guida Silvio Berlusconi sia una visione pragmatica e assolutamente imprestata ad un background formativo di forte matrice imprenditoriale.
In virtù di questo, un governo-che-governa (e dunque una grande coalizione politica democratica che governa) non potrà che essere figlio di una carica sinergica mirata all’ottenimento del risultato. Ed il risultato sarà sempre il principio-primo da salvaguardare e da tenere sott’occhio, indipendentemente dall’ostacolo che decide di presentarsi sulla strada. Pena il fallimento.
A fare da spina dorsale a questa visione ideale sembrerebbe provvedere quindi una sorta di logica “deduttiva” che, partendo da alcuni precisi postulati (o, come testé detto, principi-primi), procede verso determinazioni particolari (action points) - da studiarsi e risolversi velocemente. Questi compiti a casa possono riguardare, di volta in volta, l’azione politica, la sfera economica, la quotidiana amministrazione, così come la vita civile tout court. Detto altrimenti, la nazione governata ma, nello specifico, la grande coalizione democratica sulla quale Berlusconi esercita sicuramente una leadership indiscussa, sarà sempre riflesso di una immagine creata-a-monte e già perfettamente composta quando ancora il “risultato-da-ottenersi” - risultato che quella stessa immagine anticipava -, non-esisteva.
La conseguente oggettivazione dello schema immaginato dal leader, ovvero il suo estrinsecarsi e diventare realtà - e quindi luogo fisico di interazione delle singole visioni di “base” che lo compongono - equivarrà dunque a (sarà sinonimo di) quello “spazio” che, dentro dinamiche più obsolete e più tradizionali, veniva chiamato… il-fare-politica. Spazio libero e liberato senz’altro – spazio che è finanche centro di ristoro e di tolleranza dei dubbi amletici ed etici che possono divorare i singoli. Ma, dato il suo essere figlio di un modello pre-costituito, spazio limitato e limitante. Oltre, vi è solamente il vuoto che necessariamente separa l’universo-di-appartenenza da ogni altro diverso-universo. Ne deriva che, varcare quel confine proibito significa fare un viaggio senza ritorno. Per chiunque. Per chi sta ai piedi, così come per chi sta in cima a questa possibile fantastica montagna.
Di converso, la visione finiana sul come gestire una grande coalizione politica democratica, sembrerebbe governata da una logica induttiva che, muovendo dal particolare, mira a costruire una sorta di vademecum politico, politically-correct et universale. Di fatto, una proposizione notevole perché porterebbe con sé una investigazione nuova e più attenta alle necessità di tutti gli “action points” di cui sopra (alcuni magari pensati direttamente dalle “pendici” della montagna, piuttosto che fatti rotolare dalla sua sommità). Soprattutto, mirerebbe alla costruzione di un universo idealmente più democratico e sicuramente più “aperto” nel suo manifestarsi come spazio libero-non-precostituito, dentro cui far convergere visioni individuali eterogenee e indipendenti.
Come detto, notevole! Ne converrebbe, credo, pure un Machiavelli intento ad osservare il dettaglio della realtà dei fatti da par suo. Eppur-tuttavia, qualcosa, in questo scenario un pochino caciarone, in questo stranissimo scacchiere politico post rivoluzione digitale, dovrebbe risultargli stonato. Il problema è che forse lui avrebbe rigettato a priori la possibilità di un “principato” (perché di repubblica non si tratta!) dove, sotto lo stesso tetto, si fossero proposte di convivere pacificamente visioni politiche che, come dimostrato, possono apparire antitetiche. Così come avrebbe respinto d’istinto l’idea di un principato tanto atipico da rassegnarsi a dipendere dall’umore di un partito esterno per estrinsecare, in maniera attiva, la sua linea politica. Dulcis in fundo, ritengo che si sarebbe categoricamente rifiutato di considerare finanche l’esistenza di un principato in apparenza retto da due… principi. Impossibile!
Tanto impossibile che, naturalmente, Machiavelli avrebbe avuto ragione nel suo respingerne persino l’idea. Un simile principato infatti non è mai esistito: neppure nella recentissima scena politica italiana. Al più, è esistito un principe (la machiavellica volpe?) che, tanto tempo fa, ha abilmente pensato la sua futura partita, strategicamente piazzato le pedine vincenti e, quando è arrivato il momento giusto - lui, non l’altro (che forse ha invece sbagliato proprio nella gestione dei “tempi”) - ha brillantemente chiuso la partita, salvando capra (i.e. l’ambito reame) e cavoli (la possibilità di una sua disgregazione come da incipit).
Per la serie “Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito” e dunque, per dirla sempre con Orazio, “Cogli l'attimo, fiducios(o) il meno possibile nel domani”.
Rina Brundu
Dublin, 25/04/2010
All rights reserved©
Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
“Tutte le grandi coalizioni politiche democratiche sono destinate a disgregarsi; il PDL è fondamentalmente una grande coalizione politica democratica; dunque è destinata a disgregarsi”. Parafrasando Aristotele, sarebbe forse questo un sillogismo che si potrebbe usare per raccontare lo “strappo politico” che si è consumato in seno alla maggioranza di governo.
Una lacerazione, un difficile momento-di-contrapposizione che però non può avere certamente sorpreso coloro che si fossero presi la briga di andare a studiare le diverse spinte “visionarie” che, fino ad oggi, hanno convissuto sotto lo stesso”tetto”. Non vi sono dubbi, infatti, che la “visione” politica che guida Silvio Berlusconi sia una visione pragmatica e assolutamente imprestata ad un background formativo di forte matrice imprenditoriale.
In virtù di questo, un governo-che-governa (e dunque una grande coalizione politica democratica che governa) non potrà che essere figlio di una carica sinergica mirata all’ottenimento del risultato. Ed il risultato sarà sempre il principio-primo da salvaguardare e da tenere sott’occhio, indipendentemente dall’ostacolo che decide di presentarsi sulla strada. Pena il fallimento.
A fare da spina dorsale a questa visione ideale sembrerebbe provvedere quindi una sorta di logica “deduttiva” che, partendo da alcuni precisi postulati (o, come testé detto, principi-primi), procede verso determinazioni particolari (action points) - da studiarsi e risolversi velocemente. Questi compiti a casa possono riguardare, di volta in volta, l’azione politica, la sfera economica, la quotidiana amministrazione, così come la vita civile tout court. Detto altrimenti, la nazione governata ma, nello specifico, la grande coalizione democratica sulla quale Berlusconi esercita sicuramente una leadership indiscussa, sarà sempre riflesso di una immagine creata-a-monte e già perfettamente composta quando ancora il “risultato-da-ottenersi” - risultato che quella stessa immagine anticipava -, non-esisteva.
La conseguente oggettivazione dello schema immaginato dal leader, ovvero il suo estrinsecarsi e diventare realtà - e quindi luogo fisico di interazione delle singole visioni di “base” che lo compongono - equivarrà dunque a (sarà sinonimo di) quello “spazio” che, dentro dinamiche più obsolete e più tradizionali, veniva chiamato… il-fare-politica. Spazio libero e liberato senz’altro – spazio che è finanche centro di ristoro e di tolleranza dei dubbi amletici ed etici che possono divorare i singoli. Ma, dato il suo essere figlio di un modello pre-costituito, spazio limitato e limitante. Oltre, vi è solamente il vuoto che necessariamente separa l’universo-di-appartenenza da ogni altro diverso-universo. Ne deriva che, varcare quel confine proibito significa fare un viaggio senza ritorno. Per chiunque. Per chi sta ai piedi, così come per chi sta in cima a questa possibile fantastica montagna.
Di converso, la visione finiana sul come gestire una grande coalizione politica democratica, sembrerebbe governata da una logica induttiva che, muovendo dal particolare, mira a costruire una sorta di vademecum politico, politically-correct et universale. Di fatto, una proposizione notevole perché porterebbe con sé una investigazione nuova e più attenta alle necessità di tutti gli “action points” di cui sopra (alcuni magari pensati direttamente dalle “pendici” della montagna, piuttosto che fatti rotolare dalla sua sommità). Soprattutto, mirerebbe alla costruzione di un universo idealmente più democratico e sicuramente più “aperto” nel suo manifestarsi come spazio libero-non-precostituito, dentro cui far convergere visioni individuali eterogenee e indipendenti.
Come detto, notevole! Ne converrebbe, credo, pure un Machiavelli intento ad osservare il dettaglio della realtà dei fatti da par suo. Eppur-tuttavia, qualcosa, in questo scenario un pochino caciarone, in questo stranissimo scacchiere politico post rivoluzione digitale, dovrebbe risultargli stonato. Il problema è che forse lui avrebbe rigettato a priori la possibilità di un “principato” (perché di repubblica non si tratta!) dove, sotto lo stesso tetto, si fossero proposte di convivere pacificamente visioni politiche che, come dimostrato, possono apparire antitetiche. Così come avrebbe respinto d’istinto l’idea di un principato tanto atipico da rassegnarsi a dipendere dall’umore di un partito esterno per estrinsecare, in maniera attiva, la sua linea politica. Dulcis in fundo, ritengo che si sarebbe categoricamente rifiutato di considerare finanche l’esistenza di un principato in apparenza retto da due… principi. Impossibile!
Tanto impossibile che, naturalmente, Machiavelli avrebbe avuto ragione nel suo respingerne persino l’idea. Un simile principato infatti non è mai esistito: neppure nella recentissima scena politica italiana. Al più, è esistito un principe (la machiavellica volpe?) che, tanto tempo fa, ha abilmente pensato la sua futura partita, strategicamente piazzato le pedine vincenti e, quando è arrivato il momento giusto - lui, non l’altro (che forse ha invece sbagliato proprio nella gestione dei “tempi”) - ha brillantemente chiuso la partita, salvando capra (i.e. l’ambito reame) e cavoli (la possibilità di una sua disgregazione come da incipit).
Per la serie “Mentre parliamo il tempo, invidioso, sarà già fuggito” e dunque, per dirla sempre con Orazio, “Cogli l'attimo, fiducios(o) il meno possibile nel domani”.
Rina Brundu
Dublin, 25/04/2010
All rights reserved©
Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
sabato 10 aprile 2010
Il punto “G”
Naturalmente la “G” sta per “Giornalismo”, ma non me la sono sentita di spiegarlo-a-catenaccio, soprattutto per timore di perdere quei quattro lettori “interessati”, e sulla cui “curiosità intellettuale” confido per una completa visione di questo articolo. Anticipo, che non si tratta di lettura “di piacere”. Né, tantomeno, di scrittura “per piacere”. Il punto-da-farsi in questione, riguarda, in verità, una mia visione (profana) dello status attuale del giornalismo italiano. Con una particolare attenzione a quello con la “G” maiuscola. Appunto!
C’era una volta un certo giornalismo schierato. Prima del “compromesso buonista” corrente, s’intende. Il giornalismo di-questi-tempi, più che “schierato”, mi pare invece “inquadrato”. Me ne sono resa conto pochi giorni fa, mentre guardavo un noto talk-show di intrattenimento “politico”. D’un tratto mi sono accorta che il suo conduttore mi rimaneva fondamentalmente simpatico. E pure i giornalisti che lavoravano con lui. Per non parlare degli ospiti in studio. Gli opinionisti di destra così come quelli di sinistra. Ma anche i convenuti di centro, finanche quelli di “tre-quarti”.
Subito dopo ho realizzato che mi accadeva di provare le stesse sensazioni quando guardavo le altre trasmissioni simili. Conduttori, commentatori, ospiti trendy, persino lo svagato assistente alla regia che correva trafelato per passare il “gelato” mancante: mi erano tutti simpatici! Niente di male, per carità! Fa piacere vedere tanti nemici-per-la-pelle scambiarsi convenevoli. “L’amore vince sempre sull’odio”, dicono. E se la nostra anima risponde con un guizzo-felice, tanto di guadagnato per il fegato! Il problema é semmai dato dal fatto che – oggidì - è in questo tipo di “agorà” post-rivoluzione-televisiva che si presentano argomenti pregnanti per il destino del Paese e si crea-opinione-di-conseguenza. Possibile dunque che nessuno degli ospiti-negli-studi riesca mai a dire qualcosa “degno” di farci incazzare veramente? Ma, soprattutto: possibile che nessuno dei giornalisti-di-grido che di solito presenziano a queste trasmissioni, riesca a mettere un po’ di pepe nella camomilla? Oltre il trito ed il contrito, si capisce.
Quando ripenso, per esempio, alla modalità politico-giornalistica – tanto ormai è difficile capire dove finisce un “seminato” e ne inizia un altro – con cui sono state gestite le “cose” di queste ultime elezioni regionali, non riesco a togliermi dalla mente Winston Churchill. Quel grande statista sosteneva che:” Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Io aggiungerei che preparano pure le elezioni dei loro rappresentanti con lo stesso spirito caciarone. Nello specifico mi riferisco alle querelle e contro-querelle giornalistiche montate ad arte (sia da chi era pro che da chi era contro) in occasione della “chiusura” dei talk-show, alle candidature di facciata, ai comizi da carnevale-di-Rio-andato-a-male, ai soliti giochi e giochetti e via così trotterellando perché, è noto, non è opportuno porre limiti alla Provvidenza.
Fortuna che poi a far digerire le sconfitte, o a diluire le gioie delle vittorie, ci hanno pensato le vacanze pasquali”. Non a caso, i connazionali ci si sono buttati da par loro. E giù dunque con le tavole imbandite di agnello arrosto e patate al forno, con le uova colorate, con i regalini ultima-generazione, con le gite fuoriporta nel deserto del Gobi. Del resto, perché preoccuparsi quando si sa dell’esistenza di cotanto, insonne, cane-da-guardia (nda: il giornalismo “inquadrato”) intento a vigilare?
Ma mentre il giornalismo “inquadrato” vigila, a noi cittadini-scettici-e-maldestri, non pare poco ciò che “sembra accadere” in questo nostro disgraziato Paese. Visto dalla destra-del-signore, infatti, parrebbe che una solida maggioranza possa finalmente dare quella garanzia di stabilità a lungo ricercata. Come non bastasse, sembrerebbe ci sia una possibilità-storica, per quello stesso Esecutivo, di mettersi finalmente al lavoro. Indisturbato. Eppur-tuttavia, è proprio in presenza di simili “fortunate-congiunture” che una Stampa davvero libera e davvero degna di questo nome, avrebbe il DOVERE di vigilare con rinnovata attenzione. Questo perché, da noi, man mano che gli anni passano, il “seggio-politico-faticosamente-conquistato” a titolo-individuale, tende a diventare feudo-di-famiglia per usucapione. Ed è inutile dire che, quando ci toccano la famiglia, qui, in Italia, siamo capaci di fare cose “turche”. Spetterebbe dunque anche al Giornalismo con la “G” maiuscola, ricordare, a tutti noi, che i diritti e i privilegi che derivano dalla lotta politica (non vi è nulla di scandaloso, a mio modo di vedere, nel fatto che esistano) vanno conquistati ogni giorno sul campo. E non solamente quando in vista dell’ennesima tornata elettorale.
E che dire dell’uovo-pasquale visto dall’altra parte della barricata, se si fa fatica ad individuare finanche una credibile linea d’azione politica? Un qualsiasi valido piano di riscossa? Un piano di lotta importante soprattutto quando, da quello stesso lato dello steccato, corrono le speranze dei lavoratori, dei precari, dei meno privilegiati tra i nostri conterranei. Di quella parte del Paese che, se cinquanta anni fa si illudeva di avere comunque una propria valida rappresentanza – e, grazie a quella, di riuscire ad esprimere in maniera visibile la propria insoddisfazione, di contare qualcosa - oggi si ritrova privata persino dell’illusione-che-così-possa-essere. L’aspetto che salta immediatamente all’occhio, è il tentativo stoico di aggrapparsi ad una leadership carismatica (che non vuole dire fare riferimento ad un leader incaricato) attraverso una cooptazione a-random. Di fatto, per diventare parte dell’establishment sembrerebbe sia sufficiente essere affetti dalla Sindrome del basta-che-qualcuno-dica-qualcosa-di-sinistra-da-un-qualunque-pulpito-a-favore-del-partito. Ed ecco allora il grande capo spirituale: pronto, cotto a puntino, impacchettato e già-illuminato-sulla-via-di-Damasco. Francamente, di-questi-tempi-tecnologicamente-industriati, non basta!
Anche davanti a codeste prospettive di immobilismo perenne, é inutile dire che, ad attivarsi per sensibilizzare l’opinione pubblica con una certa urgenza, dovrebbe essere compito di un “dato” Giornalismo. Non si nega che sia uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. Difficilmente però potrà farlo un giornalismo apertamente schierato o, viceversa, “inquadrato”. Quasi “piacione” nel suo bearsi dell’essenza-arrivata. Insomma, quel giornalismo che si produce quando lo spirito-che-scrive cede il passo al corpo-che-si-mostra.
Naturalmente, non credo affatto che il giornalismo del corpo-che-si-mostra sia tutto ciò che produce la madrepatria in questo campo. C’è senz’altro anche un giornalismo con la “G” maiuscola. O, per meglio dire, ci sarebbe. In Italia però, quest’ultima categoria, avrebbe il vizio di guardare e di lasciar-fare. Alla meno-peggio, osserverebbe con attenzione. Magari da un qualche rifugio inarrivabile situato in alta montagna. In un luogo romito, ideale. Un sito fisico, e virtuale ad un tempo, da dove dirigere, come valenti professori d’orchestra, le infinite querelle con i colleghi di pari grado. Perché, date intese intellettuali riguardano solo un ristretto drappello di eletti.
Per i comuni-mortali basta un saggio, pubblicato con puntualità svizzera, ad ogni fine d’anno. O inizio. O giù di lì. Basta per i contemporanei, ma soprattutto basta per i posteri. Saranno loro, infatti, a beneficiare-al-meglio delle perle-di-saggezza contenute in quei preziosi tomi e a ritrovarsi il cammino illuminato di conseguenza. Saranno soprattutto loro, a capire, nel giusto tempo, la vera-natura-dei-nostri-mali contemporanei e ad “intuirne” la cura che-avrebbe-fatto-il-miracolo, man mano che procedono nella lettura. Peccato però che la pastiglia della felicità serva adesso. Dopo, potrebbe essere troppo tardi. Soprattutto per i posteri, s’intende!
Credo che una differenza fondamentale tra la letteratura e il giornalismo, possa essere il fatto che la letteratura, volendo, può limitarsi a puntare il dito verso il guado melmoso, mentre il giornalismo deve necessariamente sporcarsi mani e i piedi nel tentativo di attraversarlo quel guado. Insieme agli uomini e alle donne di buona volontà. Politici-per-professione o apolitici che siano. Senza quel sacrificio, il giornalismo non sarebbe tale. Meno che meno nella nostra bellissima Italia. L’alternativa sarebbe un ritrovarsi a concludere che il giornalismo con la “G” maiuscola da noi non esiste. O, per dirla con i miei quattro lettori “interessati”, che il punto “G” non esiste!
Rina Brundu
Dublin, 10/04/2010
All rights reserved©
C’era una volta un certo giornalismo schierato. Prima del “compromesso buonista” corrente, s’intende. Il giornalismo di-questi-tempi, più che “schierato”, mi pare invece “inquadrato”. Me ne sono resa conto pochi giorni fa, mentre guardavo un noto talk-show di intrattenimento “politico”. D’un tratto mi sono accorta che il suo conduttore mi rimaneva fondamentalmente simpatico. E pure i giornalisti che lavoravano con lui. Per non parlare degli ospiti in studio. Gli opinionisti di destra così come quelli di sinistra. Ma anche i convenuti di centro, finanche quelli di “tre-quarti”.
Subito dopo ho realizzato che mi accadeva di provare le stesse sensazioni quando guardavo le altre trasmissioni simili. Conduttori, commentatori, ospiti trendy, persino lo svagato assistente alla regia che correva trafelato per passare il “gelato” mancante: mi erano tutti simpatici! Niente di male, per carità! Fa piacere vedere tanti nemici-per-la-pelle scambiarsi convenevoli. “L’amore vince sempre sull’odio”, dicono. E se la nostra anima risponde con un guizzo-felice, tanto di guadagnato per il fegato! Il problema é semmai dato dal fatto che – oggidì - è in questo tipo di “agorà” post-rivoluzione-televisiva che si presentano argomenti pregnanti per il destino del Paese e si crea-opinione-di-conseguenza. Possibile dunque che nessuno degli ospiti-negli-studi riesca mai a dire qualcosa “degno” di farci incazzare veramente? Ma, soprattutto: possibile che nessuno dei giornalisti-di-grido che di solito presenziano a queste trasmissioni, riesca a mettere un po’ di pepe nella camomilla? Oltre il trito ed il contrito, si capisce.
Quando ripenso, per esempio, alla modalità politico-giornalistica – tanto ormai è difficile capire dove finisce un “seminato” e ne inizia un altro – con cui sono state gestite le “cose” di queste ultime elezioni regionali, non riesco a togliermi dalla mente Winston Churchill. Quel grande statista sosteneva che:” Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”. Io aggiungerei che preparano pure le elezioni dei loro rappresentanti con lo stesso spirito caciarone. Nello specifico mi riferisco alle querelle e contro-querelle giornalistiche montate ad arte (sia da chi era pro che da chi era contro) in occasione della “chiusura” dei talk-show, alle candidature di facciata, ai comizi da carnevale-di-Rio-andato-a-male, ai soliti giochi e giochetti e via così trotterellando perché, è noto, non è opportuno porre limiti alla Provvidenza.
Fortuna che poi a far digerire le sconfitte, o a diluire le gioie delle vittorie, ci hanno pensato le vacanze pasquali”. Non a caso, i connazionali ci si sono buttati da par loro. E giù dunque con le tavole imbandite di agnello arrosto e patate al forno, con le uova colorate, con i regalini ultima-generazione, con le gite fuoriporta nel deserto del Gobi. Del resto, perché preoccuparsi quando si sa dell’esistenza di cotanto, insonne, cane-da-guardia (nda: il giornalismo “inquadrato”) intento a vigilare?
Ma mentre il giornalismo “inquadrato” vigila, a noi cittadini-scettici-e-maldestri, non pare poco ciò che “sembra accadere” in questo nostro disgraziato Paese. Visto dalla destra-del-signore, infatti, parrebbe che una solida maggioranza possa finalmente dare quella garanzia di stabilità a lungo ricercata. Come non bastasse, sembrerebbe ci sia una possibilità-storica, per quello stesso Esecutivo, di mettersi finalmente al lavoro. Indisturbato. Eppur-tuttavia, è proprio in presenza di simili “fortunate-congiunture” che una Stampa davvero libera e davvero degna di questo nome, avrebbe il DOVERE di vigilare con rinnovata attenzione. Questo perché, da noi, man mano che gli anni passano, il “seggio-politico-faticosamente-conquistato” a titolo-individuale, tende a diventare feudo-di-famiglia per usucapione. Ed è inutile dire che, quando ci toccano la famiglia, qui, in Italia, siamo capaci di fare cose “turche”. Spetterebbe dunque anche al Giornalismo con la “G” maiuscola, ricordare, a tutti noi, che i diritti e i privilegi che derivano dalla lotta politica (non vi è nulla di scandaloso, a mio modo di vedere, nel fatto che esistano) vanno conquistati ogni giorno sul campo. E non solamente quando in vista dell’ennesima tornata elettorale.
E che dire dell’uovo-pasquale visto dall’altra parte della barricata, se si fa fatica ad individuare finanche una credibile linea d’azione politica? Un qualsiasi valido piano di riscossa? Un piano di lotta importante soprattutto quando, da quello stesso lato dello steccato, corrono le speranze dei lavoratori, dei precari, dei meno privilegiati tra i nostri conterranei. Di quella parte del Paese che, se cinquanta anni fa si illudeva di avere comunque una propria valida rappresentanza – e, grazie a quella, di riuscire ad esprimere in maniera visibile la propria insoddisfazione, di contare qualcosa - oggi si ritrova privata persino dell’illusione-che-così-possa-essere. L’aspetto che salta immediatamente all’occhio, è il tentativo stoico di aggrapparsi ad una leadership carismatica (che non vuole dire fare riferimento ad un leader incaricato) attraverso una cooptazione a-random. Di fatto, per diventare parte dell’establishment sembrerebbe sia sufficiente essere affetti dalla Sindrome del basta-che-qualcuno-dica-qualcosa-di-sinistra-da-un-qualunque-pulpito-a-favore-del-partito. Ed ecco allora il grande capo spirituale: pronto, cotto a puntino, impacchettato e già-illuminato-sulla-via-di-Damasco. Francamente, di-questi-tempi-tecnologicamente-industriati, non basta!
Anche davanti a codeste prospettive di immobilismo perenne, é inutile dire che, ad attivarsi per sensibilizzare l’opinione pubblica con una certa urgenza, dovrebbe essere compito di un “dato” Giornalismo. Non si nega che sia uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. Difficilmente però potrà farlo un giornalismo apertamente schierato o, viceversa, “inquadrato”. Quasi “piacione” nel suo bearsi dell’essenza-arrivata. Insomma, quel giornalismo che si produce quando lo spirito-che-scrive cede il passo al corpo-che-si-mostra.
Naturalmente, non credo affatto che il giornalismo del corpo-che-si-mostra sia tutto ciò che produce la madrepatria in questo campo. C’è senz’altro anche un giornalismo con la “G” maiuscola. O, per meglio dire, ci sarebbe. In Italia però, quest’ultima categoria, avrebbe il vizio di guardare e di lasciar-fare. Alla meno-peggio, osserverebbe con attenzione. Magari da un qualche rifugio inarrivabile situato in alta montagna. In un luogo romito, ideale. Un sito fisico, e virtuale ad un tempo, da dove dirigere, come valenti professori d’orchestra, le infinite querelle con i colleghi di pari grado. Perché, date intese intellettuali riguardano solo un ristretto drappello di eletti.
Per i comuni-mortali basta un saggio, pubblicato con puntualità svizzera, ad ogni fine d’anno. O inizio. O giù di lì. Basta per i contemporanei, ma soprattutto basta per i posteri. Saranno loro, infatti, a beneficiare-al-meglio delle perle-di-saggezza contenute in quei preziosi tomi e a ritrovarsi il cammino illuminato di conseguenza. Saranno soprattutto loro, a capire, nel giusto tempo, la vera-natura-dei-nostri-mali contemporanei e ad “intuirne” la cura che-avrebbe-fatto-il-miracolo, man mano che procedono nella lettura. Peccato però che la pastiglia della felicità serva adesso. Dopo, potrebbe essere troppo tardi. Soprattutto per i posteri, s’intende!
Credo che una differenza fondamentale tra la letteratura e il giornalismo, possa essere il fatto che la letteratura, volendo, può limitarsi a puntare il dito verso il guado melmoso, mentre il giornalismo deve necessariamente sporcarsi mani e i piedi nel tentativo di attraversarlo quel guado. Insieme agli uomini e alle donne di buona volontà. Politici-per-professione o apolitici che siano. Senza quel sacrificio, il giornalismo non sarebbe tale. Meno che meno nella nostra bellissima Italia. L’alternativa sarebbe un ritrovarsi a concludere che il giornalismo con la “G” maiuscola da noi non esiste. O, per dirla con i miei quattro lettori “interessati”, che il punto “G” non esiste!
Rina Brundu
Dublin, 10/04/2010
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