A proposito della manovra. Ovvero come, oltre al governo-del-fare,
serva anche un governo del saper-fare…
Non mi occupo di Politica in senso-attivo. Non sono iscritta ad alcun partito e non credo di volerlo fare per molto altro tempo ancora. Probabilmente mai. Penso infatti che ciascuno abbia il suo destino. E se io potessi scegliere il mio, sarebbe invece quello di riuscire a capire, nonché a studiare, le dinamiche anche politiche (ma non solo) che determinano la vita di un Paese. Nello specifico, il mio Paese.
La premessa è importante. Soprattutto, in Italia, dove non si riesce a dire “mah” senza sfuggire ai dubbi amletici delle anime-pie che si interrogano sulla qualità del colore che fa da sfondo a tale “impegnata” elucubrazione. Reclamo il diritto ad una mia indipendenza di pensiero; penso anche che questo sia il minimo diritto che una nazione civile dovrebbe garantire ai suoi figli.
Per ovvie ragioni quindi, non rientro nella categoria dei denigratori del governo in carica. E non vi rientrerei qualsiasi fosse il governo-in-carica. Penso anche che un dato rispetto per i cittadini che votano e scelgono occorra sempre averlo. Questo vale sia per coloro che militano nei partiti di opposizione ma, ancora di più, per coloro che sono stati votati e scelti.
Tra il denigrare e l’applaudire incondizionatamente esiste però un “gap” non indifferente. Senza considerare che nessun giornalista, scrittore, commentatore, opinionista davvero-tale dovrebbe mai applaudire l’operato di un governo-in-carica per partito-preso (è davvero il caso di rimarcarlo!). Di fatto, dovrebbero essere proprio queste le “pedine” che fanno da watchdog alle cose della politica, dell’amministrazione, alla possibilità di una sana estrinsecazione della vita civile e democratica dentro il contesto nazionale di riferimento. Francamente sono pure convinta che, in questa penisola così bistrattata, tale possibilità di “compiuta” espressione del nostro Essere esista più che in molti altri luoghi. A dimostrarmelo sono, di solito, proprio la variegate reazioni – a volte scomposte – che procurano simili affermazioni.
Nulla di nuovo sotto il sole dunque! Eppure è proprio di quel nuovo-che-manca che vorrei trattare in questo articolo. E della urgente necessità di spostare il baricentro dell’attenzione dalle esigenze del “fare” a quella del “saper-fare”. L’Italia resta certamente uno dei grandi Paesi tecnologicamente avanzati ma, a volte, si ha l’impressione che questa sua crescita avvenga soprattutto per inerzia. Insomma, perché, dati i fondamentali, non potrebbe essere altrimenti!
Conseguenza di una tale, particolare, modalità-evolutiva è il “grande divide tecnico” che separa alcune “frange più esposte” dalle altre. Non è questione da prendersi alla leggera; non se pensiamo che, nel mondo-che-verrà, l’alfabetizzazione tecnica sarà il minimo requisito richiesto per portare avanti un qualsiasi discorso di rilevanza sociale. Volendo portare il ragionamento agli estremi, si potrebbe forse dire che una presa-di-coscienza tecnica sarà la vera presa-di-coscienza civile del futuro. Perché è indubbio che un simile know-how determini una diversa visione dell’universo-intorno ma, soprattutto, ci rende davvero consapevoli di quali siano le reali possibilità-in-noi.
Guardando alle cose italiane da fuori, si ha come l’impressione che la nostra penisola sia ancora perfettamente stritolata dentro le logiche da saggezza-contadina che pur hanno saputo renderla grande. Una analisi davvero onesta, direbbe anche che forse sono state proprio queste dinamiche “obsolete” a far da importantissimo “cuscinetto-salvagente” durante l’evolversi della corrente, gravissima, crisi finanziaria. Questo però non dovrebbe autorizzare nessuno a pensare che lo status-quo sia anche la soluzione ottimale per il futuro.
Da cittadina che torna a casa dopo 13 anni, da figliol-prodigo che sceglie il suo Paese e che non vorrebbe vivere in nessun altro luogo al mondo che non sia il suo meraviglioso Paese, è inutile dire che i dubbi mi prendono. Tanto più che ho avuto la fortuna di trascorrere gli ultimi dieci anni della mia vita in una nazione, l’Irlanda, che - pur tenendo in conto gli immancabili eccessi speculativi e da politica-cacciarona responsabili delle sofferenze che sta scontando in questi tempi di vacche magre - ha saputo comunque cambiare il suo destino di nazione emigrante in terra di effettiva opportunità.
La mia speranza è dunque che alle tante parole che si sono sentite in questi giorni seguano pure i fatti. Che le giustissime misure restrittive adottate, non si trasformino in una modalità-tutta-nuova di castrazione della possibilità-del-sogno. Soprattutto, della possibilità di un sogno imprenditoriale. E cioè dell’unica, vera, opportunità di riscossa civile ed economica del nostro Sud. Del mio Sud. Della mia Sardegna. Della mia Ogliastra. Quella che scelgo come casa. A prescindere.
Rina Brundu
Dublin, 30/05/2010
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domenica 30 maggio 2010
sabato 22 maggio 2010
A "cuore" aperto.
Sul “far-ridere” di questi tempi. Riflessioni e considerazioni.
Readers, friends, if you turn these pages
Put your prejudice aside,
For, really, there's nothing here that's outrageous…
François Rabelais, introduzione a Gargantua e Pantagruel
“Nel mercato planetario far ridere é arma di potere. É meglio scrivere di riso che di lacrime, perché ridere é ciò che é proprio dell’uomo”. Vi é una grande verità in questa frase “bergsoniana” di Edoardo Sanguineti, il grande poeta italiano scomparso in questi giorni. A colpirmi é stata proprio la riflessione-nuova che può indurre sulle questioni del “ridere” e del “far-ridere”, quando vissute dentro il villaggio-globale, in un’epoca post rivoluzione digitale.
A scanso di equivoci, e dati i tempi che tirano, preciso che quando parlo di far-ridere, mi sto riferendo ad una capacità ingegnosa di procurare – negli altri - la “reazione nervosa” del “riso”, allo scopo di raggiungere un dato fine. Del resto, il saper-far-ridere, nei modi e nelle forme più disparate, è stata storicamente la conditio imprescindibile per demitizzare o irridere il Potere, così come la vita tronfia. Finanche la Morte.
Torna quindi in mente il comico sconcio di Gargantua e Pantagruel, così come quello accorto, teatralizzato e più complesso dei molti buffoni di corte. Ma non solo. Nell’Italia contadina, proletaria e rampante del XX secolo, torna alla memoria lo “wit” esuberante di Giovannino Guareschi. E, in tempi molto più vicini a noi, il ruolo importante giocato dalla satira irriverente di “Cuore” – il settimanale diretto da Michele Serra – durante le fasi salienti della caduta della Prima Repubblica.
Guardando a questo “passato” scenario, e mentalmente confrontandolo con la situazione presente, viene quasi naturale sottolineare un fondamentale passaggio-di-consegne avvenuto da quel-tempo-in-poi. Il far-ridere è diventato (in Italia più che altrove), arma-consacrante-il-potere (in opposizione al suo carattere storico di strumento-dissacrante dello stesso). Nel Paese dei campanili, ci si potrebbe spingere fino a dire che, è diventata arma-consacrante-il potere-del-partito.
In questo senso, nessuno è innocente! Di fatto, i modi con cui il comico, la satira, possono trasformarsi in armi-politiche-improprie sono vari ed avariati. Per esempio, possono diventare tali quando il simpatizzante-di-partito si trasforma in un forzato della positività-a-tutti-i-costi. Se è vero, infatti, che un approccio costruttivo-alle-cose può compiere molti miracoli, è pure vero che esiste una sorta di indispensabile-pesantezza-dell’Essere che reclama i suoi diritti “importanti”. E questi diritti vanno rispettati! Ma il comico e la satira possono diventare armi politically-incorrect anche quando vengono usate per una denigrazione-tout-court dell’avversario, o per sottolineare una “presunta-differenza” nei valori etici, morali, culturali ed intellettuali messi in campo.
Naturalmente, nessuno nega il sacrosanto diritto di una qualsiasi manifestazione formale del far-ridere ad esistere in tutta la sua dirompente demenzialità. Allo stesso modo, nessuno nega il suo diritto-dovere ad esprimersi in maniera creativa. Piuttosto, il contrario. Dato, infatti, il fondamentale ruolo giocato dentro le dinamiche libere di una collettività democratica, credo sia dovere di tutti noi vigilare affinché ne siano preservate, intatte, le peculiarità.
Tra queste, oltre alla naturale ritrosia ad essere “addomesticate” (non importa per quale fine), ritengo ci sia anche la straordinaria capacità di colpire il bersaglio senza grande fatica, senza strafare, senza prendere troppa coscienza-di-sé (detto terra-terra, senza avere la presunzione dell’equazione far-ridere=arma contundente tra le mani). Insomma, di colpire nel segno in maniera diretta, veloce, intelligente e con una genialità-di-metodo che, a volte, lascia il bersaglio-di-turno (per quanto potente) senza alcuna via di scampo. Di questi tempi non è poco. No, davvero.
Dedicato alla memoria di Raimondo Vianello.
Rina Brundu
Dublin, 20/05/2010
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François Rabelais, introduzione a Gargantua e Pantagruel
“Nel mercato planetario far ridere é arma di potere. É meglio scrivere di riso che di lacrime, perché ridere é ciò che é proprio dell’uomo”. Vi é una grande verità in questa frase “bergsoniana” di Edoardo Sanguineti, il grande poeta italiano scomparso in questi giorni. A colpirmi é stata proprio la riflessione-nuova che può indurre sulle questioni del “ridere” e del “far-ridere”, quando vissute dentro il villaggio-globale, in un’epoca post rivoluzione digitale.
A scanso di equivoci, e dati i tempi che tirano, preciso che quando parlo di far-ridere, mi sto riferendo ad una capacità ingegnosa di procurare – negli altri - la “reazione nervosa” del “riso”, allo scopo di raggiungere un dato fine. Del resto, il saper-far-ridere, nei modi e nelle forme più disparate, è stata storicamente la conditio imprescindibile per demitizzare o irridere il Potere, così come la vita tronfia. Finanche la Morte.
Torna quindi in mente il comico sconcio di Gargantua e Pantagruel, così come quello accorto, teatralizzato e più complesso dei molti buffoni di corte. Ma non solo. Nell’Italia contadina, proletaria e rampante del XX secolo, torna alla memoria lo “wit” esuberante di Giovannino Guareschi. E, in tempi molto più vicini a noi, il ruolo importante giocato dalla satira irriverente di “Cuore” – il settimanale diretto da Michele Serra – durante le fasi salienti della caduta della Prima Repubblica.
Guardando a questo “passato” scenario, e mentalmente confrontandolo con la situazione presente, viene quasi naturale sottolineare un fondamentale passaggio-di-consegne avvenuto da quel-tempo-in-poi. Il far-ridere è diventato (in Italia più che altrove), arma-consacrante-il-potere (in opposizione al suo carattere storico di strumento-dissacrante dello stesso). Nel Paese dei campanili, ci si potrebbe spingere fino a dire che, è diventata arma-consacrante-il potere-del-partito.
In questo senso, nessuno è innocente! Di fatto, i modi con cui il comico, la satira, possono trasformarsi in armi-politiche-improprie sono vari ed avariati. Per esempio, possono diventare tali quando il simpatizzante-di-partito si trasforma in un forzato della positività-a-tutti-i-costi. Se è vero, infatti, che un approccio costruttivo-alle-cose può compiere molti miracoli, è pure vero che esiste una sorta di indispensabile-pesantezza-dell’Essere che reclama i suoi diritti “importanti”. E questi diritti vanno rispettati! Ma il comico e la satira possono diventare armi politically-incorrect anche quando vengono usate per una denigrazione-tout-court dell’avversario, o per sottolineare una “presunta-differenza” nei valori etici, morali, culturali ed intellettuali messi in campo.
Naturalmente, nessuno nega il sacrosanto diritto di una qualsiasi manifestazione formale del far-ridere ad esistere in tutta la sua dirompente demenzialità. Allo stesso modo, nessuno nega il suo diritto-dovere ad esprimersi in maniera creativa. Piuttosto, il contrario. Dato, infatti, il fondamentale ruolo giocato dentro le dinamiche libere di una collettività democratica, credo sia dovere di tutti noi vigilare affinché ne siano preservate, intatte, le peculiarità.
Tra queste, oltre alla naturale ritrosia ad essere “addomesticate” (non importa per quale fine), ritengo ci sia anche la straordinaria capacità di colpire il bersaglio senza grande fatica, senza strafare, senza prendere troppa coscienza-di-sé (detto terra-terra, senza avere la presunzione dell’equazione far-ridere=arma contundente tra le mani). Insomma, di colpire nel segno in maniera diretta, veloce, intelligente e con una genialità-di-metodo che, a volte, lascia il bersaglio-di-turno (per quanto potente) senza alcuna via di scampo. Di questi tempi non è poco. No, davvero.
Dedicato alla memoria di Raimondo Vianello.
Rina Brundu
Dublin, 20/05/2010
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Satira
mercoledì 12 maggio 2010
Il buco nero
C’è! Questa volta è sicuro che c’è!
Dicono che le centinaia di miliardi di euro del maxi-piano varato nei giorni scorsi dall’Unione Europea – insieme agli ingenti contributi del Fondo Monetario Internazionale - non siano sufficienti per “salvare l’Euro”.
Dicono che una delle ragioni “importanti” che impedirebbero l’ottenimento di un risultato-in-questo-senso, sia senza dubbio la mancanza di dettaglio, di chiarezza sulla modalità prescelta per rendere questi fondi “accessibili”. Soprattutto, “preoccupa” la loro “non-immediata availability”. Insomma, meglio sarebbe ingozzarsi con tutto-il-panettone-subito, piuttosto che attendere di scroccarlo fetta-a-fetta dalla cucina della nonna-distratta nei mesi-a-venire.
Dicono che, rispetto alle “cose” dell’Euro, a Wall Street il “corto” sia di moda. Ne deriva che, onde propiziare una eventuale movimentazione “favorevole” nel cambio euro/dollaro, occorrerebbe avere molti più miliardi in entrata e molti meno in uscita. Dicono però che, un simile favoloso-scenario, potrebbe risultare comunque compromesso da una eccessiva, possibile, stretta fiscale dei singoli Stati; la qual stretta, spaventando gli investitori, li dirotterebbe verso altri lidi più accomodanti et/o compiacenti.
Dicono che, sebbene un Euro in ribasso procurerebbe vantaggi non indifferenti per l’export di Eurolandia, gli investitori più “accorti” starebbero già puntando sull’oro. Dicono, tuttavia, che, per quanto “dolorosa”, una seria e decisa lotta alla speculazione sembrerebbe oramai davvero inevitabile. Dicono, infatti, che, date situazioni-dubbie recenti farebbero pensare che sia meglio non affidarsi completamente al solo occhio-allenato delle agenzie di rating. Potrebbe risultare “rischioso”!
Dicono che i problemi della Grecia sarebbero emersi in maniera chiara-et-lampante solamente negli ultimi mesi dell’anno appena trascorso. Dicono che, accertatene cause-e-concause, l’Europa-comunitaria-deputata sarebbe impegnata a “far fare una svolta” epocale ai fondamentali vigenti della governance economica. Onde rafforzarla. Dicono quindi che, any-moment-now, a “svoltare” dovranno essere anche le politiche-di-settore dei singoli Paesi. Dicono che la sorveglianza dei regulators aumenterà.
Dicono che, alla maniera di una stella che si è data ad una combustione-folle per milioni di anni (o per almeno una ultima-decade-to-remember!) – e che è dunque destinata a comprimersi, nonché, vittima della forza gravitazionale, a curvare lo spazio-tempo onde diventare novello buco nero – il collasso finanziario corrente sarebbe stato determinato dal cedimento di importanti “equilibri” strutturali.
Due anni fa circa, quando il CERN di Ginevra si apprestava a far partire gli straordinari esperimenti con il Large Hadron Collider, i tecnici impegnati nel progetto videro i lavori “ostacolati” dalla causa intentata-contro da due cittadini molto preoccupati. Costoro lamentavano i “rischi” che tali attività scientifiche avrebbero potuto comportare. In particolare, la possibile generazione di un black-hole capace di inghiottire l’intero sistema solare. Nell’occasione però, non si sottolineò abbastanza come, anche davanti al concretizzarsi dello scenario considerato, la circonferenza dell’eventuale oggetto-cosmico-così-prodotto, sarebbe stata senz’altro inferiore a quella di un capello umano.
Quisquilie, bazzecole, naturalmente, se comparate alle misure-minime della voragine che si otterrebbe sommando i buchi-di-bilancio dei singoli Stati occidentali di-questi-tempi. Possibile dunque che un tal disgraziato, quanto compiuto-armageddon, senz’altro più vicino e molto più reale, non generi altrettanta preoccupata-apprensione? Eppure, il buco nero c’è! Questa volta, è sicuro che c’è!
Rina Brundu
Dublin, 12/05/2010
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Dicono che le centinaia di miliardi di euro del maxi-piano varato nei giorni scorsi dall’Unione Europea – insieme agli ingenti contributi del Fondo Monetario Internazionale - non siano sufficienti per “salvare l’Euro”.
Dicono che una delle ragioni “importanti” che impedirebbero l’ottenimento di un risultato-in-questo-senso, sia senza dubbio la mancanza di dettaglio, di chiarezza sulla modalità prescelta per rendere questi fondi “accessibili”. Soprattutto, “preoccupa” la loro “non-immediata availability”. Insomma, meglio sarebbe ingozzarsi con tutto-il-panettone-subito, piuttosto che attendere di scroccarlo fetta-a-fetta dalla cucina della nonna-distratta nei mesi-a-venire.
Dicono che, rispetto alle “cose” dell’Euro, a Wall Street il “corto” sia di moda. Ne deriva che, onde propiziare una eventuale movimentazione “favorevole” nel cambio euro/dollaro, occorrerebbe avere molti più miliardi in entrata e molti meno in uscita. Dicono però che, un simile favoloso-scenario, potrebbe risultare comunque compromesso da una eccessiva, possibile, stretta fiscale dei singoli Stati; la qual stretta, spaventando gli investitori, li dirotterebbe verso altri lidi più accomodanti et/o compiacenti.
Dicono che, sebbene un Euro in ribasso procurerebbe vantaggi non indifferenti per l’export di Eurolandia, gli investitori più “accorti” starebbero già puntando sull’oro. Dicono, tuttavia, che, per quanto “dolorosa”, una seria e decisa lotta alla speculazione sembrerebbe oramai davvero inevitabile. Dicono, infatti, che, date situazioni-dubbie recenti farebbero pensare che sia meglio non affidarsi completamente al solo occhio-allenato delle agenzie di rating. Potrebbe risultare “rischioso”!
Dicono che i problemi della Grecia sarebbero emersi in maniera chiara-et-lampante solamente negli ultimi mesi dell’anno appena trascorso. Dicono che, accertatene cause-e-concause, l’Europa-comunitaria-deputata sarebbe impegnata a “far fare una svolta” epocale ai fondamentali vigenti della governance economica. Onde rafforzarla. Dicono quindi che, any-moment-now, a “svoltare” dovranno essere anche le politiche-di-settore dei singoli Paesi. Dicono che la sorveglianza dei regulators aumenterà.
Dicono che, alla maniera di una stella che si è data ad una combustione-folle per milioni di anni (o per almeno una ultima-decade-to-remember!) – e che è dunque destinata a comprimersi, nonché, vittima della forza gravitazionale, a curvare lo spazio-tempo onde diventare novello buco nero – il collasso finanziario corrente sarebbe stato determinato dal cedimento di importanti “equilibri” strutturali.
Due anni fa circa, quando il CERN di Ginevra si apprestava a far partire gli straordinari esperimenti con il Large Hadron Collider, i tecnici impegnati nel progetto videro i lavori “ostacolati” dalla causa intentata-contro da due cittadini molto preoccupati. Costoro lamentavano i “rischi” che tali attività scientifiche avrebbero potuto comportare. In particolare, la possibile generazione di un black-hole capace di inghiottire l’intero sistema solare. Nell’occasione però, non si sottolineò abbastanza come, anche davanti al concretizzarsi dello scenario considerato, la circonferenza dell’eventuale oggetto-cosmico-così-prodotto, sarebbe stata senz’altro inferiore a quella di un capello umano.
Quisquilie, bazzecole, naturalmente, se comparate alle misure-minime della voragine che si otterrebbe sommando i buchi-di-bilancio dei singoli Stati occidentali di-questi-tempi. Possibile dunque che un tal disgraziato, quanto compiuto-armageddon, senz’altro più vicino e molto più reale, non generi altrettanta preoccupata-apprensione? Eppure, il buco nero c’è! Questa volta, è sicuro che c’è!
Rina Brundu
Dublin, 12/05/2010
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Satira
sabato 8 maggio 2010
On leadership: siamo uomini o caporali?
Considerazioni e riflessioni.
Non è assolutamente vero, a mio modo di vedere, che un leader riesca ad “ispirare” tutti. Per quanto trascinatore di folle, ci saranno sempre degli individui, o gruppi di individui, che resteranno immuni al suo carisma e alla sua “affabilità”. Naturalmente, quando parlo di “individui, o gruppi di individui”, non sto parlando di “oppositori” alla sua linea (politica, affaristica, etica), quanto piuttosto di cellule interne alla sua sfera d’influenza e al suo raggio d’azione. In altre parole, sto parlando di quell’opposizione-silenziosa che, senza eccezione, si forma dentro microcosmi governati da una presenza indiscutibilmente dominante.
In epoche neppure troppo lontane dalla nostra, il destino dei nuclei-irrequieti era fondamentalmente segnato. Di fatto, il leader di turno doveva semplicemente attendere un tempo propizio prima di procedere ad una “salutare” epurazione. Mentre il riuscire ad annichilire i diversi centri-di-dissenso, a schiacciarli, finanche a sopprimerli, diventava la conditio-sine-qua-non per assicurare la sopravvivenza dello status quo, o per propiziare il consolidamento del progetto politico, civile, amministrativo in-progress. Non avrebbe potuto essere altrimenti! Sicuramente, non dentro le oliate dinamiche dei regimi, più o meno illuminati, che hanno fatto da palcoscenico ai grandi avvenimenti della nostra Storia.
Molto più problematica può diventare invece una negoziazione con simili “frange-in-disaccordo”, dentro un universo democratico moderno. Il va sans dire, per esempio, che una politica liberale di-questi-tempi, chiami un’etica gestionale in grado di supportare la qualità della sua linea d’azione. Tuttavia, è pure difficile credere che le “oliate dinamiche” di cui sopra, particolarmente quando legate ad una leadership “importante” (ovvero, quando riguardano il governo di una nazione, il management di una grande società di business e via così) possano mutare per appagare la vanagloria della moda politically-correct in auge nel dato momento.
Non è possibile! Mentre un ritenere altrimenti, potrebbe diventare gioco molto pericoloso. Queste dinamiche si reggono, infatti, su precisi meccanismi interattivi (et non) che da soli ne hanno sempre giustificato l’esistenza e garantito la sopravvivenza nei secoli. Meglio ancora, si potrebbe forse dire che simili “situazioni” sono figlie di archetipi comportamentali che dicono davvero tutto di noi. Dicono chi siamo, cosa facciamo, come ci relazioniamo. Soprattutto, dicono a cosa guardiamo. Definiscono, in maniera straordinaria, il nostro personale orizzonte d’attesa. Quello vero. Quello importante. Specificando, insomma, anche il ruolo che, in virtù del raggiungimento del target che abbiamo in mente, ci proponiamo di giocare.
Detto altrimenti, tali peculiari-dinamiche chiariscono in maniera inequivocabile il nostro essere prime-donne o comparse. O l’uno o l’altro, perché a dati livelli non ci sono vie di mezzo! Ma se il ruolo di una prima-donna nasce dannato alla radice (come già detto si trattava e – ahimè, si tratta ancora - solo di una questione-di-tempo prima che si arrivi ad una sua “salutare” epurazione), molto più importante resta, secondo me, la partita portata sul tavolo dalle “comparse”.
Non ho quindi dubbi nel ritenere che sia stata sempre la “comparsa”, o più particolarmente l’evoluzione della sua figura, a garantire la stabilità di un qualsiasi principato, e dunque la leadership del principe che lo abitava. E, dato che nella vita tutto-si-paga (questa è una legge ferrea-e-immutabile a cui non sono mai riusciti a sfuggire neppure i leader di ogni tempo e di ogni luogo), ecco allora i libri di Storia riempirsi delle “eroiche gesta” di molti emeriti sconosciuti. Ovvero, di uomini-come-tanti improvvisamente assurti al ruolo di potentissimi e temibilissimi vassalli, valvassini, valvassori, grazie, soprattutto, alla comune e non-trascurabile afflizione procurata dalla pericolosissima Sindrome di Richelieu.
Sempre in virtù delle necessità importanti dei nostri moderni universi democratici, ci fa un poco-strano scomodare termini quali “vassallo”, “valvassino”, “valvassore”. Fortunatamente, la verità recita che le notti insonni dagli illuminati leader di oggidì sono per-lo-più procurate dagli “uomini” (altrimenti detti “lo staff”) di cui si circondano. Nonché dai loro caporali.
Distinguere tra “l’uomo” ed il “caporale” non è così semplice come si potrebbe pensare. Di fatto, leggenda vuole l’uomo (ideale) sinceramente animato da intenzioni lodevoli e notevoli, nonché dotato di altrettante rare virtù. Ne deriva che l’uomo-leader non potrà che rivelarsi exempla da cui imparare, l’uomo-comparsa non potrà che risplendere di-sua-saggezza, l’uomo-politico non potrà che “pretendere” gli interessi del popolo che serve, l’uomo-d’intelletto non potrà che servire-verità, mentre l’uomo-di-strada, destinatario ultimo di tanta “onorabilità”, dovrebbe avere ben poco di cui lamentare.
Temo però che lo status-quo sia leggermente diverso. Lo temo, soprattutto, in virtù dell’idea che l’uomo-accorto (che tiene-famiglia, un mutuo subprime da ripagare, nonché una memoria da elefante quando si tratta di ricordare il destino di ogni prima-donna-de-noiartri che si rispetti) sia suo-malgrado portato ad “aggiustare la mira”. E a trasformarsi di conseguenza. Magari, proprio in un caporale! Detto così, terra-terra, il caporale sembrerebbe perciò… solamente un altro uomo-qualunque determinato a non soccombere davanti ad un futuro altrimenti segnato.
Siamo uomini o caporali dunque? Difficile dire. Di certo vi è che in genere la nostra esistenza – così come quella dei leader-di-qualunque-specie – è nelle mani dei caporali. E che, a volte – a livello di gerarchia-di-gregge, e particolarmente negli italici lidi - quei caporali possiamo essere pure noi. Magari, senza rendercene conto. Magari, facendo finta di ignorare-verità.
Tuttavia, assodato che il leader (in teoria, solo un leader spirituale potrebbe vivere liberato da tali viziose dinamiche!), e dunque la nazione, la società d’affari, la parrocchia su cui egli/ella esercita la sua leadership è davvero nelle mani dei caporali, sarebbe sciocco comportarsi come se così non fosse. Senza considerare che, benché nobile, la speranza che s’inneschi un reverse-process capace di riportare il caporale ad un più congeniale status-originario di “uomo”, è senz’altro meno utile da coltivare (nell’immediato, almeno), della speranza che esista comunque una qualche etica-governante il diverso-universo e a cui ci si possa raccomandare.
Se il fattore dovesse cadere malato, infatti, l’esperienza insegna che spunta sempre un qualche spirito-generoso-abbastanza, nonché disposto – pur di vedere garantita la felicità in fattoria - a condurre il carro di cucuzze fino alla fiera di paese. Ma, nella terribile eventualità, che la cancrena (altrimenti detta, “il malaffare”) dovesse cogliere finanche una sola cucuzza, sarebbe un attimo prima che il contagio mandi in rovina tutto il cucuzzaro. Per la fattoria, inutile dirlo, cavoli amari!
Rina Brundu
Dublin, 08/05/2010
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Non è assolutamente vero, a mio modo di vedere, che un leader riesca ad “ispirare” tutti. Per quanto trascinatore di folle, ci saranno sempre degli individui, o gruppi di individui, che resteranno immuni al suo carisma e alla sua “affabilità”. Naturalmente, quando parlo di “individui, o gruppi di individui”, non sto parlando di “oppositori” alla sua linea (politica, affaristica, etica), quanto piuttosto di cellule interne alla sua sfera d’influenza e al suo raggio d’azione. In altre parole, sto parlando di quell’opposizione-silenziosa che, senza eccezione, si forma dentro microcosmi governati da una presenza indiscutibilmente dominante.
In epoche neppure troppo lontane dalla nostra, il destino dei nuclei-irrequieti era fondamentalmente segnato. Di fatto, il leader di turno doveva semplicemente attendere un tempo propizio prima di procedere ad una “salutare” epurazione. Mentre il riuscire ad annichilire i diversi centri-di-dissenso, a schiacciarli, finanche a sopprimerli, diventava la conditio-sine-qua-non per assicurare la sopravvivenza dello status quo, o per propiziare il consolidamento del progetto politico, civile, amministrativo in-progress. Non avrebbe potuto essere altrimenti! Sicuramente, non dentro le oliate dinamiche dei regimi, più o meno illuminati, che hanno fatto da palcoscenico ai grandi avvenimenti della nostra Storia.
Molto più problematica può diventare invece una negoziazione con simili “frange-in-disaccordo”, dentro un universo democratico moderno. Il va sans dire, per esempio, che una politica liberale di-questi-tempi, chiami un’etica gestionale in grado di supportare la qualità della sua linea d’azione. Tuttavia, è pure difficile credere che le “oliate dinamiche” di cui sopra, particolarmente quando legate ad una leadership “importante” (ovvero, quando riguardano il governo di una nazione, il management di una grande società di business e via così) possano mutare per appagare la vanagloria della moda politically-correct in auge nel dato momento.
Non è possibile! Mentre un ritenere altrimenti, potrebbe diventare gioco molto pericoloso. Queste dinamiche si reggono, infatti, su precisi meccanismi interattivi (et non) che da soli ne hanno sempre giustificato l’esistenza e garantito la sopravvivenza nei secoli. Meglio ancora, si potrebbe forse dire che simili “situazioni” sono figlie di archetipi comportamentali che dicono davvero tutto di noi. Dicono chi siamo, cosa facciamo, come ci relazioniamo. Soprattutto, dicono a cosa guardiamo. Definiscono, in maniera straordinaria, il nostro personale orizzonte d’attesa. Quello vero. Quello importante. Specificando, insomma, anche il ruolo che, in virtù del raggiungimento del target che abbiamo in mente, ci proponiamo di giocare.
Detto altrimenti, tali peculiari-dinamiche chiariscono in maniera inequivocabile il nostro essere prime-donne o comparse. O l’uno o l’altro, perché a dati livelli non ci sono vie di mezzo! Ma se il ruolo di una prima-donna nasce dannato alla radice (come già detto si trattava e – ahimè, si tratta ancora - solo di una questione-di-tempo prima che si arrivi ad una sua “salutare” epurazione), molto più importante resta, secondo me, la partita portata sul tavolo dalle “comparse”.
Non ho quindi dubbi nel ritenere che sia stata sempre la “comparsa”, o più particolarmente l’evoluzione della sua figura, a garantire la stabilità di un qualsiasi principato, e dunque la leadership del principe che lo abitava. E, dato che nella vita tutto-si-paga (questa è una legge ferrea-e-immutabile a cui non sono mai riusciti a sfuggire neppure i leader di ogni tempo e di ogni luogo), ecco allora i libri di Storia riempirsi delle “eroiche gesta” di molti emeriti sconosciuti. Ovvero, di uomini-come-tanti improvvisamente assurti al ruolo di potentissimi e temibilissimi vassalli, valvassini, valvassori, grazie, soprattutto, alla comune e non-trascurabile afflizione procurata dalla pericolosissima Sindrome di Richelieu.
Sempre in virtù delle necessità importanti dei nostri moderni universi democratici, ci fa un poco-strano scomodare termini quali “vassallo”, “valvassino”, “valvassore”. Fortunatamente, la verità recita che le notti insonni dagli illuminati leader di oggidì sono per-lo-più procurate dagli “uomini” (altrimenti detti “lo staff”) di cui si circondano. Nonché dai loro caporali.
Distinguere tra “l’uomo” ed il “caporale” non è così semplice come si potrebbe pensare. Di fatto, leggenda vuole l’uomo (ideale) sinceramente animato da intenzioni lodevoli e notevoli, nonché dotato di altrettante rare virtù. Ne deriva che l’uomo-leader non potrà che rivelarsi exempla da cui imparare, l’uomo-comparsa non potrà che risplendere di-sua-saggezza, l’uomo-politico non potrà che “pretendere” gli interessi del popolo che serve, l’uomo-d’intelletto non potrà che servire-verità, mentre l’uomo-di-strada, destinatario ultimo di tanta “onorabilità”, dovrebbe avere ben poco di cui lamentare.
Temo però che lo status-quo sia leggermente diverso. Lo temo, soprattutto, in virtù dell’idea che l’uomo-accorto (che tiene-famiglia, un mutuo subprime da ripagare, nonché una memoria da elefante quando si tratta di ricordare il destino di ogni prima-donna-de-noiartri che si rispetti) sia suo-malgrado portato ad “aggiustare la mira”. E a trasformarsi di conseguenza. Magari, proprio in un caporale! Detto così, terra-terra, il caporale sembrerebbe perciò… solamente un altro uomo-qualunque determinato a non soccombere davanti ad un futuro altrimenti segnato.
Siamo uomini o caporali dunque? Difficile dire. Di certo vi è che in genere la nostra esistenza – così come quella dei leader-di-qualunque-specie – è nelle mani dei caporali. E che, a volte – a livello di gerarchia-di-gregge, e particolarmente negli italici lidi - quei caporali possiamo essere pure noi. Magari, senza rendercene conto. Magari, facendo finta di ignorare-verità.
Tuttavia, assodato che il leader (in teoria, solo un leader spirituale potrebbe vivere liberato da tali viziose dinamiche!), e dunque la nazione, la società d’affari, la parrocchia su cui egli/ella esercita la sua leadership è davvero nelle mani dei caporali, sarebbe sciocco comportarsi come se così non fosse. Senza considerare che, benché nobile, la speranza che s’inneschi un reverse-process capace di riportare il caporale ad un più congeniale status-originario di “uomo”, è senz’altro meno utile da coltivare (nell’immediato, almeno), della speranza che esista comunque una qualche etica-governante il diverso-universo e a cui ci si possa raccomandare.
Se il fattore dovesse cadere malato, infatti, l’esperienza insegna che spunta sempre un qualche spirito-generoso-abbastanza, nonché disposto – pur di vedere garantita la felicità in fattoria - a condurre il carro di cucuzze fino alla fiera di paese. Ma, nella terribile eventualità, che la cancrena (altrimenti detta, “il malaffare”) dovesse cogliere finanche una sola cucuzza, sarebbe un attimo prima che il contagio mandi in rovina tutto il cucuzzaro. Per la fattoria, inutile dirlo, cavoli amari!
Rina Brundu
Dublin, 08/05/2010
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