giovedì 24 giugno 2010

On leadership: la sconfitta

Sulla resilience e su come una ipotetica squadra di calcio che perde una importantissima partita dovrebbe guardare al domani…

La resilience, ovvero la capacità di riprendersi e ripartire verso nuovi traguardi dopo una importante sconfitta, è una delle caratteristiche prime che rende tale ogni vero leader. Di fatto, per un simile individuo, una sconfitta non è mai un luogo d’arrivo, quanto piuttosto un punto di partenza.

Non potrebbe essere altrimenti! È, infatti, in quei momenti che i leader degni di questo nome si fanno notare. Ed è sempre in quei momenti che le loro speciali capacità possono fare la differenza. Soprattutto, possono provvedere quella speranza di futura rinascita che, sola, può traghettare un popolo, un team, una famiglia fuori dal pantano in cui, per demerito, destino avverso o poca lungimiranza, si sono venuti a trovare.

Naturalmente, tutto questo non potrebbe accadere se il leader in questione, oltre ad una grande capacità di resilience, non potesse fare affidamento su molte altre qualità che gli/le appartengono in maniera naturale. Tra queste: una formidabile coscienza della sua forza, una proverbiale onestà di metodo critico rispetto al suo operato e all’operato del suo gruppo, una indiscussa capacità di accettazione delle sue responsabilità, uno straordinario talento organizzativo e ri-organizzativo et, dulcis in fundo, una quanto-mai-chiara visione degli obiettivi futuri e dei risultati che intende ottenere.

Prendiamo, per esempio, una ipotetica squadra di calcio che perde una importantissima partita nel più delicato dei tornei internazionali. La perde di brutto. Ha giocato così male che anche figli e parenti dei singoli giocatori si dissociano e dichiarano di non conoscerli. Ha giocato così male che il Premier del Paese convoca d’urgenza un G20 agli antipodi onde non farsi trovare al rientro della squadra-vinta in Patria. Ha giocato così male che eventuali movimenti indipendentisti ne approfittano per “fare muro”, giustificandolo con l’idea che anche alla vergogna-dell’appartenenza ci dovrebbe essere sempre un limite!

Come dovrebbe guardare al domani questa squadra? Tutto finito? Tutto da rifare? Non proprio. Non se fosse una squadra-perdente ma gestita da un vero leader. Chissà perché la prima immagine che mi viene in mente a questo proposito è quella della “guardia” Aldo Fabrizi che, nel bellissimo film Guardie e ladri (1951), – insieme ad un irascibile turista americano appena derubato – insegue il ladro Totò. Il ladro è ovviamente deciso a non farsi prendere. La sua fuga è infinita. Stancante. Ad un certo punto il turista, uomo grande e grosso, cade. Rotolato a terra, confuso tra la polvere e la melma, lo straniero non può che guardare verso Fabrizi in cerca d’aiuto. Lo chiama ad alta voce. “Io… caduta!” grida. “E ri-arzate!” gli fa eco la guardia senza troppi complimenti e molto più interessata a non perdere di vista il ladro.

Proprio così! La squadra di un vero leader quando cade viene sempre spronata a “ri-arzarse!”. Tanto più che può capitare che questa ipotetica squadra sia pure una squadra di rango. Una squadra di nome. Magari ha vinto quattro o cinque coppe di quel medesimo trofeo. Innumerevoli volte è arrivata seconda, terza, quarta. Insomma, ha una storia importante alle spalle. Una storia a cui sono legati milioni di momenti ludici, di sogni, di ricordi dei connazionali di quei giocatori. Nessun dubbio dunque per il vero leader: la sua squadra deve riprendere coscienza di sé. Della sua storia. Delle sue possibilità. Finanche dei suoi doveri. È il primo passo. Importantissimo però. La conditio sine qua non per uscire dall’impasse e cominciare a guardare-oltre.

Ma guai a pensare che un leader degno di questo nome possa sorvolare su una lucida investigazione delle scellerate dinamiche che hanno portato a quel risultato! Impossibile! Così come non potrebbe mai sorvolare sulla necessità di una onesta critica delle possibilità del modulo di gioco adottato, nonché sulla effettiva capacità e potenzialità delle risorse messe in campo. Allo stesso modo, non potrebbe sorvolare sulla necessità di una onestà accettazione delle responsabilità personali e collettive, mentre non mancherebbe – qualora il suo ruolo fosse riconfermato – di procedere ad una salutare ristrutturazione dell’infausto team. Senza se e senza ma. E senza troppi sentimentalismi di contorno. Non potrebbe essere altrimenti: pena la sconfitta futura!

Da dire vi è anche che un vero leader difenderebbe comunque i suoi giocatori! La sua squadra! La sua avventura! Soprattutto, non avrebbe mai paura di ricordare a tutti – giocatori e tifosi – che, per quanto “vitale”, sempre di partita di calcio si trattava! Che le partite davvero importanti a cui deve guardare un Grande Paese si giocano su altri fronti. Perché è proprio dal risultato di una lunga serie di “incontri” meno-trendy che dipende il destino ultimo di quella stessa nazione. Il destino dei suoi figli. La loro sorte.

Non dovrebbe meravigliare quindi se fosse proprio quello stesso vero-leader – capace di grande resilience e di guardare al futuro con rinnovata speranza – il primo a ricordarci che occorre tifare, urlare, gridare, incazzarsi, ridere e piangere quando è il momento. Dopo, occorre farsene una ragione. Anche della sconfitta. Per una grande squadra, infatti (così come per una grande nazione), domani è sempre un altro giorno.

Rina Brundu
24/06/2010
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Fonte:http://rinabrundu.wordpress.com/

sabato 19 giugno 2010

Giornalismo online:l’ultima frontiera

Dal Quarto Potere allo Zerbino Informativo Digitale!

Occorre fare più attenzione! Ho scoperto, infatti, che in molti siti giornalistici, gli scritti vengono accuratamente analizzati da un software editoriale. Per meglio dire, da un programma informatico costruito ad hoc per carpire il “mood”, ovvero la carica emotiva dell’articolo considerato, e dunque dello spirito-che-scrive, attraverso una valutazione quasi-matematica della stessa. L’impressione che ne ricavo (potrei sbagliarmi!) è che le valutazioni positive, “Buono” o“Molto Buono”, vengano pubblicate, mentre quelle negative sembrerebbero non esistere. Per farla breve, i pezzi che proprio non-si-possono-leggere emotivamente, non ricevono alcuna nota. Un software gentiluomo, insomma: noblesse oblige!

Francamente, resto perplessa. Non tanto sulla scelta d’analisi, quanto piuttosto sulle modalità attuative della stessa. In particolare, il “giudizio emotivo” (perché alla fine sempre di giudizio si tratta, anche se l’intento non è certamente quello di esprimere giudizi, e questo è chiaro), positivo o negativo, sembrerebbe dipendere dalla valenza denotativa dei singoli aggettivi utilizzati. Per esempio, se all’interno di questo articolo il software leggerà un ideale campo semantico composto da termini quali: felice, contento, soddisfatto, appagato, allegro, gioioso, spensierato, raggiante, radioso, gaio, lieto, beato, delizioso, deliziato, luminoso, splendente, sfolgorante, fulgido, sfavillante, scintillante, splendido, raggiante (scusate, ma abbondo per ovvie ragioni!) e così scrivendo sulla-via-della-felicità, il voto finale non potrà che essere “buono” o “molto buono”.

Se, viceversa, lo scrivente soffrisse della Sindrome Famiglia Addams e, vittima di una romantica malinconia, gli/le venisse da redigere un articolo dove abbondino aggettivi quali: tristo, funesto, tragico, mortale, fatale, letale, pericoloso, dannoso, nocivo, disastroso (uhm… meglio fermarsi qui!), il destino “emotivo” del suo lavoro non potrebbe che essere segnato. “L’umore” del campo semantico determinerebbe dunque la qualità del risultato ottenuto! O, almeno, una sua qualità. Ripeto, francamente, resto perplessa. Una delle peculiarità del giornalismo online è proprio la capacità unica di esprimere il “mood” dell’autore e del suo lavoro, in maniera diretta. Ovvero, data la maggiore vicinanza dell’io-che-scrive al suo scritto (argomento di cui ho già trattato in altre occasioni), all’autore di-cui-sopra, non resta che esplicitarlo nero su bianco se nel dato momento è incazzato, o in uno stato di grande beatitudine. E con una libertà mai avuta prima. Il suo editore-internet non si sognerebbe mai di impedirglielo!

Ma non basta. Caratteristica prima di ogni linguaggio (anche di quello giornalistico) è l’utilizzo di parole che denotano e connotano. Ancora, non vi è linguaggio dignitosamente evoluto che possa esistere senza una naturale “carica retorica”, quando “retorico” non è sinonimo di artificio-retorico, quanto piuttosto di “imagery”, ovvero di figura scritturale più complessa che rimanda a significati-altri. Per quanto mi riguarda, io ho molti dubbi sul fatto che un programma elettronico possa riuscire a “catturare” simili “momenti”. Sia perché dovrebbe trattarsi di un programma prodigiosamente complesso, sia perché, “per quanto complesso”, non potrebbe mai contenere in memoria tutte le “eccezioni” possibili. Ogni autore è infatti capace di creazioni brand-new ed estemporanee che appartengono solo e soltanto al suo personalissimo bagaglio stilistico. Senza considerare che, per loro natura, le possibilità straordinarie dell’arte-retorica (nonché della satira, della vena-goliardica), avrebbero gioco molto facile nell’imbrogliare un qualsiasi software. Di sicuro, basterebbe loro un mero guizzo “wit” per dire bianco laddove è scritto nero.

Ne deriva che il segno (inteso quale sinonimo di “terminologia utilizzata”) può essere solo e soltanto un mezzo. Il risultato, buono o meno buono, anche a livello di “emotivo”, non potrà che dipendere invece dalla valenza letteraria (et giornalistica) della carica connotativa complessiva prodotta dal singolo autore. Per dirla terra-terra, dal “valore aggiunto” – rispetto ad un qualsiasi parametro di riferimento – che quello scritto è capace di regalare al suo pubblico di lettori attenti. E dunque, indipendentemente dalla positività, o negatività, del campo semantico. In realtà, si tratta di spiegare l’ovvio. Di certo, vi è soltanto che una simile metodologia analitica può risultare molto fuorviante. Non è neppure da sottovalutare il rischio – ancora tutto da provare, s’intende – che possa favorire un ulteriore deterioramento qualitativo della scrittura-digitale.

Non è tutto. C’è un’altra “novità editoriale” riguardante il giornalismo online che io giudico altrettanto perniciosa. Sto parlando di quell’idea che un “algoritmo”, attraverso una veloce identificazione di ogni termine-trendy (e dunque più ricercato in Rete!), possa determinare il contenuto del “giornale”. Possa “farlo” il giornale. La sua prima pagina, così come la terza, la cronaca, la sezione sportiva. Finanche determinare il contenuto degli allegati. Signor Algoritmo al posto di Signor Direttore dunque! Per non parlare della redazione-fantasma, sparsa ovunque sotto il sole e intenta a scrivere sotto dettatura-informatica. Dal Quarto Potere allo Zerbino Informativo Digitale!

Credo si sia capito che questo per me non è giornalismo: né online, né di alcun tipo! Non tanto perché scardinerebbe completamente la “vecchia impalcatura redazionale” (a dire il vero, questo sarebbe l’unico elemento positivo che vi riscontro!), quanto piuttosto perché il giornalismo, così come ogni altra espressione dello spirito-che-scrive, vive di una sua capacità creativa che per reputarsi tale non può fare a meno di un fondamentale elemento: l’originalità. Il vero giornalista, cane-sciolto-arrabbiato per sua natura, resta sempre colui, o colei, che va a ricercare il non-detto in opposizione al detto, ri-detto, trito e contrito che determina il clicking-folle degli internauti!

Ma non solo! Il vero giornalista resta sempre colui, o colei, che va a ricercare il “non-detto” perché imbavagliato, il non-detto perché scomodo-politicamente, il non-detto perché fastidioso affaristicamente-parlando, il non detto perché è-meglio-dimenticare, il non detto perché Tizio-e-Caio hanno famiglia, il non-detto perché gli-amici-non-si-toccano, il non detto perché speriamo-che-io-me-la-cavo e via così, imbavagliando.

Questo per ricordare che le vie del bavaglio-d’oro vanno sempre oltre l’ovvio. Quelle più subdole, sicuramente!

Rina Brundu
19/06/2010
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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/

venerdì 18 giugno 2010

La "vendetta"

Dell’ex Tigre Celtica defraudata calcisticamente e, perché no? Degli attuali campioni del mondo!

Dopo il 15 Settembre 2008 – giorno dell’infausto default Lehman Brothers – non sono state molte le occasioni di pubblica-felicità sul suolo della Repubblica d’Irlanda. In realtà, è stata proprio tale colossale bancarotta ad infliggere il “colpo fatale” che ha saputo arrestare il passo della Tigre Celtica (1). Ovvero, è stato dal quel momento in poi che migliaia di piccole e grandi società, nate come funghi durante il precedente, straordinario, boom economico (1997-2007 circa), hanno cominciato la loro politica di licenziamento selvaggio. Così, senza l’ombra di significative azioni sindacali o governative tese ad impedire la deriva, i posti di lavoro hanno cominciato a perdersi come ciliegie appese ai rami di un albero squassato dalla tempesta. Squassato dalla pioggia, dalla grandine. Da quel vero e proprio uragano che è stata la corrente crisi economico-finanziaria nell’Isola Smeralda.

“C’era una volta, tanto tempo fa, un’Irlanda fatta di milionari” ci informa una pubblicità che va per la maggiore sugli schermi RTÉ (2) in questi giorni. “C’era una volta, ma adesso non c’è più!” ammonisce quindi. Eggià!! Per quanto fenomenale il boom, è indubbio che quei tempi di vacche grasse possano apparire oggidì quali momenti appartenuti ad un passato favoloso. Mitico quasi. A consegnarli definitivamente al regno dell’impossibile-improbabile, ha contribuito inoltre l’inevitabile inclusione della Repubblica nello sciagurato circolo dei P.I.G.S, ovvero delle nazioni europee meno virtuose in tema di politica economica. Che botta per i figli di Erin (3) che pensavano di avercela fatta finalmente! Che pensavano di avere finalmente consegnato alla Storia i giorni miserabili dell’aut-aut “emigrazione o morte”! Che pensavano di avere detto addio per sempre alla fame, alla povertà, alla miseria che da un’eternità-di-tempo arrivavano loro in dono insieme al primo vagito!

Come spesso accade, scandalo attira scandalo. Non che il problema pedofilia negli ambienti ecclesiastici fosse cosa nuova nel territorio della Repubblica! É indubbio però che, dopo la pubblicazione del famoso Murphy Report(4), questa piaga-nazionale abbia mostrato tutta la sua virulenza. Tutta la sua infettività, la sua tossicità, la sua velenosità. Al punto che, per quanto ferma e decisa potrà essere l’azione di repressione e punizione, nulla e nessuno potrà mai compensare l’orrore del martirio subìto dalle migliaia di piccoli angeli che sono stati vittime designate e silenziose di tanto animo criminale. Impossibile! Tanto più impossibile se si pensa che, nell’Irlanda bigotta che continua a prosperare all’ombra di ogni onesta parrocchia, non sono mai mancate le parole in “difesa” di colpevoli dichiarati.

Da un certo punto di vista, mi pesa associare i gravi argomenti trattati fino a questo momento, con gli altri più leggeri che seguiranno. É mia opinione però che la vita degli esseri umani, di tutti gli esseri umani, a qualunque Paese essi appartengano, sia fatta di momenti diversi. Di momenti felici e ad un tempo tristi. Di momenti terribili e ad un tempo esaltanti. Di momenti “poveri” e ad un tempo “ricchi” dell’energia-del-vivere che li supporta. Ne deriva, che tentare di cogliere “l’umore” più generale di una qualsiasi nazione, in un dato momento della sua Storia, non può prescindere da un’analisi di tutte le “componenti” che determinano quel mood.

Di sicuro, “l’umore” della Nazione irlandese non era uno dei migliori lo scorso 18 Novembre 2009. È stato infatti in quel fatidico giorno che, a Parigi, alla fine di una controversa partita contro la Francia, gli isolani hanno dovuto dire addio alle loro speranze di qualificazione mondiale. E dire che gli Irlandesi ci avevano tanto sperato! E dire che avevano vissuto gli ultimi tempi-calcistici in maniera esaltante, grazie soprattutto agli ottimi risultati ottenuti dalla nazionale sotto la guida di Giovanni Trappattoni. Un altro dio del pallone, appunto! Perché, anche nella cattolicissima Irlanda, la passione per il calcio è un’altra di quelle passioni-frivole per le quali val comunque la pena vivere. Basti pensare che il gol segnato da Ray Houghton, contro gli azzurri di Italia 90, è rimasto impresso nella loro memoria meglio dei comandamenti di Mosé.

Ma se quel lontano “avvenimento-italiano” è rimasto “impresso”, il fattaccio accaduto allo Stade de France continua ad ossessionarli scolpito a caratteri cubitali. Non a caso, sebbene acciaccata e sofferente, la vecchia Tigre non ha mai smesso di sorvegliare il “progresso” dei Francesi nel mondiale sudafricano. Quieta e silenziosa ne attendeva il prevedibile passo falso. Certo, una performance così sotto-tono come quella prodotta dai transalpini contro il Messico, non se la sarebbe immaginata neppure nei suoi sogni più “wild”. Ma a caval donato non si guarda in bocca! Dopo un tempo infinito, ecco dunque un’occasione davvero “buona” per tracannare altra Guinness nella Terra Smeralda. Echissene finanche dello spettro-emigrazione che, si mormora, avrebbe ripreso a vagare in lungo e in largo per il Paese. E poi, sarà pure una magra consolazione, ma almeno i pub fanno affari. Del resto, per far ripartire l’economia da qualche parte occorrerà pure iniziare, o no?

Magra-consolazione per magra-consolazione perché non pensare anche a quella degli attuali campioni del mondo (i.e. noi), che lo scorso 11 Giugno, durante la cerimonia di apertura del mondiale 2010, hanno dovuto vedere la “loro” coppa alzata al cielo da Patrick Vieira. Proprio vero: la “vendetta”, soprattutto quella calcistica, è un piatto da servirsi sempre freddo!

Note:

1) Un altro modo per definire l’Irlanda del boom.

2) Televisione pubblica irlandese.

3) Il nome Erin deriva dalla dea Ériu. Ma era anche l’appellativo dato all’Irlanda dai poeti romantici nazionalisti del XIX secolo.

4) Il Murphy Report ha dato visibilità dei risultati delle inchieste portate avanti nella diocesi di Dublino, rispetto al fenomeno degli abusi pedofili sui minori. È stato reso pubblico il 26 Novembre 2009.

Rina Brundu

17/06/2010

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domenica 13 giugno 2010

La partita

Finalmente Obama rende la pariglia agli inglesi per i disastri combinati dalla British Petroleum nel Golfo del Messico. E grazie agli allenatori nostrani!


Il 3 Dicembre 1984, una fuga di 40 tonnellate di isocianato di metile, dalla stabilimento indiano della Union Carbide – multinazionale chimica americana - fu causa di una immane tragedia nella città di Bhopal (India centrale). L’incidente provocò la morte di migliaia di persone, mentre i contaminati furono centinaia di migliaia. Nonostante l’intervento del governo indiano, che si propose come diretto rappresentante dei suoi cittadini, la vicenda giudiziaria che ne seguì – tra battaglie politiche e legali internazionali - si trascinò per anni. Alla fine della stessa, buona parte dei 470 milioni di dollari versati dalla Union Carbide, molto tempo dopo la tragedia, sarebbero stati usati per pagare le parcelle degli avvocati e le tangenti di rito. Alle vittime non sarebbe rimasto che un mortificante ed umiliante obolo.

Il 20 Aprile 2010, nel Golfo del Messico è esploso un pozzo petrolifero sfruttato dalla British Petroleum. La scoppio ha causato la morte di 11 persone e il ferimento di un’altra ventina. Migliaia sono stati invece i barili di carburante che, da quel momento in poi, si sono riversati nel Golfo del Messico, provocando la più grande catastrofe ambientale nella storia degli Stati Uniti. Nonostante la pressione politica, le diverse “special operations” pensate dalla BP per bloccare la fuoriuscita del greggio, non hanno ottenuto il risultato sperato: la falla non si è chiusa!

“Plug the damn hole!” avrebbe urlato un esasperato Obama durante un’altra riunione d’emergenza nella stanza ovale. Purtroppo, senza risultati visibili fino ad oggi. Almeno per quanto riguarda la falla! Per il resto, è indubbio che le teste hanno cominciato a cadere e che la BP si sia affrettata a dirsi disponibile a pagare il salatissimo conto. Di certo, vi è che il senior management della società petrolifera britannica potrà difficilmente contare sulle molte scappatoie che sarebbero state provviste dal diritto internazionale (et non) ad alcuni colleghi della Carbide, in quell’altra infelice occasione. Così come sembrerebbe altrettanto certo che la BP pagherà subito per il disastro ecologico provocato.

Un Obama determinato come non si era mai visto dunque!. Un Obama che per ottenere il risultato non ha esitato ad alzare il tiro della polemica, fino quasi a porre a repentaglio il “rapporto privilegiato” sempre esistito tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Ma a giudicare dallo spazio datole sui maggiori canali di informazione britannici, è indubbio che tale polemica abbia indispettito parecchio i sudditi di Sua Maestà. Forse è anche per questo che, proprio stasera, Obama avrebbe ribadito a Cameron – sotto pressione sulla difesa del management BP – un suo non-interesse ad indebolire, o minare, la società petrolifera inglese.

Del resto, le preoccupazioni del primo Presidente nero della Storia americana sembrerebbero essere più interne che internazionali. E, disastro ecologico a parte, la vera partita a cui egli guarda dovrebbe senz’altro essere quella che si giocherà nella tornata elettorale di Novembre, quando i nodi creati dalle mai risolte questioni legate all’immigrazione clandestina, alla disoccupazione, alla crisi economica strisciante, alla rivoluzionaria riforma sanitaria approvata, alla guerra in Afghanistan, non potranno non venire al pettine.

Nell’attesa del redde rationem - e partita per partita – meglio distrarsi! Meglio accontentarsi di ogni magra soddisfazione che passa il convento. Come, per esempio, quella regalatagli quest’oggi dalla nazionale di calcio statunitense che ha “costretto” al pareggio i leoni bianchi di Sua Maestà! Indubbiamente, un evento da ricordare! Eppur-tuttavia, un risultato che, a sentire i commenti dopo-partita dei cronisti sportivi inglesi e irlandesi, non sarebbe da ascriversi al “solo” merito degli americani.

Secondo questi professionisti, la terribile prestazione della squadra inglese sarebbe dovuta piuttosto all’infausta predizione di Johan Cruyff. Il quale Cruyff, giusto pochi giorni fa, avrebbe escluso la nazionale di Capello dalla lista delle “papabili” per la vittoria, proprio in quanto allenata da un tecnico italiano. Come non bastasse, la leggenda calcistica olandese avrebbe aggiunto che tutta la “filosofia” del calcio inglese sarebbe messa “in pericolo” dall’influenza nefasta dei molti allenatori italiani che lavorano in Gran Bretagna. E che sarebbero interessati solamente al risultato!

“Il risultato?” avrebbe mormorato Barack Obama. Per l’appunto tutto ciò che i tecnici inglesi della BP non riescono a portargli! Nel dubbio dunque che l’eccezionale pareggio di stanotte sia stato ottenuto soprattutto grazie alle “variegate potenzialità” espresse dal calcio del Bel Paese, voci si rincorrono su una presunta intenzione del Presidente di inviare subito nel Golfo del Messico un qualche allenatore nostrano esonerato. Target? Tappare finalmente la dannata falla! Mossa molto azzeccata a mio modo di vedere! Soprattutto in vista della vera partita da giocarsi a Novembre. Se qualcosa dovesse andare male, infatti: nessun dubbio, colpa dell’arbitro!


Rina Brundu
Dublin, 12/06/2010
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venerdì 4 giugno 2010

Giornalismo online: l’anello mancante

Sul giornalismo di questi tempi. Riflessioni e considerazioni.

Secondo la normativa italiana, chi non è iscritto all’Ordine, pur svolgendo un lavoro di tipo giornalistico, non può considerarsi un giornalista. La professione del giornalista è dunque formalmente regolamentata ed è fondata su una precisa deontologia, ovvero su una sorta di meccanismo etico che le appartiene e che lega in un binomio inscindibile la bontà del fine con la liceità del mezzo utilizzato per raggiungerlo quel fine. Più semplicemente, chi esercita il mestiere del giornalista si occupa di giornalismo, ovvero di quell’attività editoriale specializzata “nella raccolta, nell’elaborazione e nella trasmissione di notizie”.

Rimarcare che questa è una professione legalmente riconosciuta, che ha una sua ragione morale, che ha un suo scopo e una sua precisa modalità di estrinsecazione operativa non è un esercizio fine a se stesso. In questi tempi digitali, serve soprattutto a rammentare che il “mestiere” ha una identità ben definita.

Anche l’etimologia è un elemento importante. Ci ricorda che il termine giornalismo deriva dalla parola “giornale”; e che non si può parlare di “giornale”, o di “giornali”, senza conoscerne il particolarissimo universo. Nello specifico, un mondo fatto di carta, di costosi macchinari per la stampa, di necessità tecniche e di spazio, di scrittura ridotta all’essenza, di redazioni e di redattori, di editori e di un dato potere. Il cosiddetto “quarto potere” appunto. Un centro decisionale nevralgico che nel corso del XX secolo ha avuto un ruolo determinante nel modellare l’immagine del mondo-intorno.

Tutto questo, mentre il mito della “libertà di stampa” - in America più che in ogni altro luogo - non ha mai smesso di affascinare molti spiriti. Agli altri, non è rimasto che imparare a convivere con la certezza che una tale perfetta autodeterminazione non avrebbe mai potuto esistere. Bisognava accontentarsi quindi. Accontentarsi dell’idea che a “filtrarla” per noi fossero stati “chiamati” gli occhi di una casta. Perché non vi sono dubbi che anche il giornalismo – persino quello più “illuminato”, quello che ha saputo farsi grande con i suoi tanti martiri – non ha mai fatto eccezione; e dunque non ha mai saputo, o voluto, fuggire il destino segnato di struttura piramidale governata da... uomini. Con tutti i loro limiti.

Sulla possibilità che – a livello informativo - il nuovo-che-sta-arrivando possa essere chiamato giornalismo, o giornalismo online, che dir si voglia, mantengo invece le mie riserve. Più esattamente, mantengo le mie riserve sull’idea che l’informazione raccolta, elaborata e trasmessa per via digitale possa essere considerata “giornalismo” in senso tecnico. La precisazione è importante, perché altra cosa è l’aspetto intellettivo-creativo che accomuna il destino di ogni spirito-che-scrive (i.e. giornalisti si nasce!). Di sicuro, la personale incapacità di capire questa probabile verità (ovvero l’eventualità della non perfetta macro-corrispondenza tra le dinamiche del giornalismo tradizionale e quelle della sua trasposizione digitale, nonché le differenze riscontrabili a seconda dell’approccio analitico) è stato l’anello mancante che per molto tempo mi ha impedito di chiudere con la mia analisi di queste tematiche.

Conseguenza delle cose, è la mia rafforzata convinzione che il giornalismo morirà con i giornali! Mentre la risposta all’amletica domanda: “Sono un giornalista se pubblico solo in Rete?” non potrà che essere “No!”. Un informatore, un opinionista, un commentatore che esercitasse la sua professione solamente online non potrebbe mai essere considerato un giornalista. Lo abbiamo appena visto. Non potrebbe esserlo da un punto di vista legale, non potrebbe esserlo da un punto di vista di mera organizzazione del lavoro, ma non potrebbe esserlo neppure rispetto alle necessità operative dell’universo digitale di riferimento.

Alla maniera del vecchio “mestiere”, infatti, anche l’informazione trasmessa in Rete ha delle necessità proprie di “produzione”. Delle modalità di estrinsecazione senza le quali non potrebbe esistere. Tra le tante, mi viene in mente la maggiore comunione tra lo “scrittore” ed il suo scritto, in virtù del quale lo stile dell’informatore online diventa la sua firma. Riconoscibilissima e refrattaria ad una qualsiasi omologazione formale e formalizzante. La scrittura informativa digitale – liberata da ogni costrizione editoriale – acquista colore e carattere. Espressione compiuta della forza delle idee che la giustificano. Mentre la concreta possibilità di un suo scadimento qualitativo non potrà che essere una delle grandi sfide da risolvere per l’editoria che sarà.

Di certo, vi è soltanto che il giornalista “storico dell’istante” di camusiana memoria, vedrà accresciuta questa sua responsabilità. A fare in modo che ciò accada, ci penserà la capacità unica della Rete di moltiplicare ogni istante-informativo in milioni di altri istanti. Diversi e contestuali. Per associazione mentale, mi torna alla memoria l’effetto avuto dalla teoria della relatività di Einstein sul concetto assoluto di spazio-tempo che aveva dominato fino a quel momento. Un modo come un altro per dire che se la raccolta e l’elaborazione della notizia tradizionale poteva essere compito non facile, una raccolta e una elaborazione digitale professionale non sarà un lavoro meno impegnativo.

Al contrario, richiederà quasi certamente risorse umane e intellettuali non indifferenti. Un superuomo e una superdonna forse. Speriamo siano tali anche nella loro moralità.


Rina Brundu
Dublin, 04/06/2010
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La fabbrica

Esteri. A proposito dei suicidi alla Foxconn.

Era una fabbrica molto carina,
bel ristorante bella piscina,
non si poteva riderci dentro,
perché scattava il licenziamento,
non si riusciva a riposare,
c’era l’iPhone da assemblare,
non era permesso manco morire,
quando l’iPad doveva uscire.
Ma era bella, bella davvero,
in via dei matti numero zero…

Ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato (Karl Kraus)

Rina Brundu
Dublin 3.06.2010