mercoledì 28 luglio 2010

Giornalismo online: i predicatori

Sui Savonarola dei nostri tempi e su altri dettagli minimi.

Una caratteristica del giornalismo online che mi ha sempre colpito e la facilità con cui sa creare moderni Savonarola e predicatori di vario genere. Vale a dire, V.I.P, semi-V.I.P., sconosciuti, semi-sconosciuti che dall’oggi al domani, in virtù della facilità di pubblicazione in Rete, si impegnano in un quotidiano dirimere su ogni argomento possibile e immaginabile. Il più delle volte senza cognizione di causa. Lo dico con certezza perché io sono uno spirito-che-scrive a rischio trasformazione in un tal moderno Savonarola, e non potrei negare altrimenti.

Da dire vi è che simili figure esistevano ed esistono anche nel giornalismo tradizionale. Di fatto, un qualsiasi editorialista che commenta la notizia del giorno è un possibile predicatore. La differenza con i “colleghi online” è data soprattutto da due fattori: il controllo editoriale e la capacità minima di interazione che consente la pubblicazione cartacea. Gli effetti della supervisione editoriale sono, a loro volta, duplici. Da un lato assicureranno il controllo editoriale (appunto!) sul giornalista-commentatore (che è dunque sotto tutela formale dell’editore), dall’altro agiranno quale fondamentale elemento capace di conferire “importanza” a colui o colei che scrive. In altre parole, l’autorità morale (et non) di un qualsiasi commentatore tradizionale può derivare più facilmente dal prestigio della testata per cui lavora, piuttosto che dalla sua effettiva capacità di analisi.

Per converso, la ridotta possibilità di interazione con il lettore (che con il giornalismo tradizionale può manifestarsi solamente attraverso le lettere al giornale) è un altro elemento capace di limitare “l’esposizione” mediatica del commentatore che, a meno di un suo essere particolarmente brillante, difficilmente potrà “esistere” quale stella indipendente dall’universo-testata che la fa vivere. Problemi questi che certamente non incontra il “giornalista online”, non quando è veramente tale e può gestire in totale autonomia la sua attività.

Naturalmente, quest’ultimo ha altre “difficoltà” da considerare. È infatti proprio la mancanza di un valido filtro-editoriale la causa principale della Sindrome del Predicatore, ovvero di quel perniciosissimo processo che può rapidamente trasformare un onesto gentiluomo (o gentildonna) in una sorta di cyber-cronista vinto da manie di grandezza. Tale Sindrome è tanto più nefasta quando si considera la facilità con cui la Rete può creare l’equazione popolarità-del-sito=credibilità-della-notizia-riportata. Non è così naturalmente, ma dirigere in maniera accorta il traffico sulle intasate strade dell’interweb è compito improbo quasi quanto completare i lavori della Salerno-Reggio Calabria.

Il problema che ne deriva è dato dal fatto che, una volta creato, il “predicatore online” è praticamente inarrestabile. Per certi versi ricorda quelle instancabili comari che, dentro le dinamiche atrofizzate dei villaggi di provincia, si impongono quali organizzatrici della vita sociale, proponendo la realizzazione di mille futuri-progetti ad ogni raduno settimanale. Tra questi: la creazione di un centro ricreativo per la gioventù-che-non-si-sa-dove-sta-andando, di una discoteca psichedelica per anziani rampanti, di un centro polifunzionale per convegni sui tartufi caso mai qualche-cercatore-di-tartufi-interessato-passasse-di-qui. Nel tempo, arrivano ad occuparsi di qualsiasi argomento che esula dalle competenze, e vittime pure loro di un mal intenso senso di potenza (altrimenti noto come Sotto-sindrome del Ghe pensi mi) arrivano immancabilmente a sfidare l’autorità costituita (nello specifico il Sindaco e il Consiglio Comunale) candidandosi direttamente alle incombenti elezioni di paese.

Ironia a parte, la Storia, anche recente, ci insegna che questi rischi di esasperazione delle possibilità democratiche che offre la Rete sono qualcosa di più di un rischio, ovvero sono una concreta possibilità deleteria. Molto spesso con la complicità delle più oneste intenzioni del predicatore stesso: per intenderci, è un processo molto simile a quello delle incoronazioni per acclamazione popolare procurate più dal mood del momento che da una ponderata considerazione delle azioni che si stanno compiendo.

Tutto questo mentre di ogni altro in-più avrebbe bisogno il giornalismo online meno che di contribuire alla creazione di nuovi eroi, martiri della libertà di stampa capaci di spostare con la loro sola esistenza il baricentro dell’attenzione dai veri problemi che occorrerebbe risolvere. E che i “commentatori online” dovrebbero, nel loro piccolo, aiutare a risolvere. Magari limitandosi a proporre una diversa visione delle cose, che sommata alle altre visioni, potrebbe certamente permettere di cogliere momenti di verità altrimenti negata.

Rina Brundu

28/07/2010

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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/

Lo statista

Teoria-politica-per-dummies applicata alla qualità della leadership in Italia

Secondo alcune definizioni, il termine “statista” indicherebbe “un personaggio politico deputato a governare e regolare gli affari dello Stato”. Lo stesso termine non implicherebbe però “caratteristiche democratiche della figura: anche un dittatore può considerarsi uno statista”. Francamente questa spiegazione non mi convince. Sarà che ci avrei messo la mano sul fuoco sulla carica connotativa positiva della parola! Ma c’è di più! Chi è “deputato” a fare una qualsiasi cosa, di solito la fa perché è stato incaricato da qualcuno, o più di uno. Insomma, il verbo “deputare” non lo vedo bene con le cose delle dittatura. E questo lo dico ben sapendo di un significato originario del termine “dittatore” molto diverso da quello attuale.

Speculazioni linguistiche a parte, conservo dubbi anche di altra-natura. Prendiamo per esempio il caso di Winston Churchill, lo statista per eccellenza! Una figura molto controversa, il cui personale prestigio ha conosciuto alti e bassi. Mi chiedo come l’avrebbe ricordato la Storia se non avesse mai potuto sollevare al cielo le dita in segno di vittoria!! Questo per dire che forse i grandi statisti, indipendentemente dai risultati raggiunti, li consacra il Tempo. Un Tempo che confida nel suo stesso scorrere, nella memoria fallace degli uomini e soprattutto nell’inevitabile morire di ogni loro più accesa passione. Con tutto ciò che quelle passioni si portano dietro: invidia, gelosia, rancore. Ma, paradossalmente, anche la capacità di ricordare ogni scomoda-verità che, al fine di permettere la consacrazione “dell’eroe”, dovrà necessariamente venire rimossa. O almeno “obliata”.

Esistono oggidì sul suolo del Bel Paese dei leader meritevoli di essere ricordati come dei grandi statisti, o degli statisti-tout-court? Immagino che una onesta analisi dello status-quo politico italiano, implicherebbe una risposta positiva. E se ad una tale onestà di metodo vogliamo attenerci, è pure facile individuare nell’attuale Presidente del Consiglio la figura che più di ogni altra potrebbe aspirare a questo titolo. Se non altro perché l’Italia-berlusconiana è un fatto storico inconfutabile. Positivo o negativo, non è rilevante per i nostri scopi. Del resto, una simile conclusione concorderebbe perfettamente con le indicazioni fornite dalla definizione del termine “statista” già analizzata nell’incipit. Non mi sto riferendo naturalmente ad una fantomatica coincidenza della figura del Berlusconi-statista con quella di un dittatore (ritengo infatti che simili accostamenti siano delle grandi sciocchezze da bar-dello-sport – soprattutto, li ritengo manchevoli di rispetto nei confronti di coloro che le dittature, quelle vere, le soffrono sulla pelle), quanto piuttosto alla possibilità che uno “statista” possa essere tale indipendentemente dalla qualità della carica etica che marca il suo personaggio.

Detto questo, continuo a nutrire delle perplessità. Per esempio non ho difficoltà ad associare Silvio Berlusconi con la figura del “principe” di Machiavelli. Ovvero, la figura di un leader-nato che, in quanto tale, è capace di generare consenso e dissenso. Di stringere amicizie, così come di esasperare la disamistade. Di ottenere grandi risultati, ma ad un tempo vivere in bilico tra ciò che potrebbe essere e ciò che imprevedibilmente non sarà (per quanto accuratamente programmato!). Tuttavia, mi viene molto difficile considerarlo un grande statista. Non escludo che così sia perché i tempi moderni mal si addicono ai grandi statisti! O forse perché, a ben vedere, di grandi statisti non ce ne sono mai stati! Ci sono stati solo uomini (poche donne, purtroppo!) con i loro molti difetti e le poche virtù. Da qui anche la cautela etica nella definizione di “statista” più volte ricordata….

Di sicuro, nel mio immaginario privato, un grande statista è uno spirito capace di “governare e regolare gli affari” dello Stato affidatogli con mano ferma e decisa. Ma è anche qualcuno che accompagna a tanta pragmatica determinazione, una notevole capacità d’intelletto. Insomma, è un uomo o una donna che conduce a spasso un’anima vecchia di secoli. E in virtù di una tale esperienza, è capace di portare sulle spalle, con notevole onestà di metodo e la dovuta accortezza, l’enorme responsabilità che gli è stata affidata. Mi chiedo anche se i più grandi uomini (e donne) di Stato non siano venuti e andati nel silenzio.

Ma la mia è solo una opinione come un’altra. E i dubbi restano. Triste arte quella di noi umani che viviamo credendo di vedere, sperando di capire, ma intuendo di sbagliare!

Rina Brundu

24/07/2010

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sabato 17 luglio 2010

U.F.O. e afa

Diario di un’estate strana.

Che “strana” questa estate 2010: U.F.O. in Cina, scandali in Italia! Naturalmente, agli scandali in Italia ci siamo abituati. Piuttosto, è questa storia degli U.F.O. in Cina che dà da pensare (si fa per dire). Peraltro, ho come l’impressione che tra gli oggetti volanti non identificati che pattugliano i cieli cinesi e gli scandali italiani non ci sia una grossa differenza. In entrambi i casi si tratta di fenomeni noti per i quali non è mai stata trovata una spiegazione convincente. Meno che meno si sa chi e cosa c’è dietro; soprattutto, i “veri” X files o verbali che li riguardano restano segretati in eterno.

Del resto, che gli eventuali “alieni” a bordo di queste improbabili astronavi interstellari vogliano sorvolare i soli cieli cinesi non è davvero credibile. Diverso sarebbe se, in questa estate “strana”, gli stessi U.F.O., guidati da Esseri di intelligenza e di levatura morale superiore alla nostra, “circumnavigassero” il globo in lungo e in largo ma evitassero accuratamente i confini del Bel Paese. Ecco, questo sarebbe senz’altro un primo segno di “vita extraterrestre” capace di discernere.

Secondo me ad attirarli è l’afa! Parlo degli scandali estivi italiani, s’intende! Più precisamente, a richiamarli è quella “inevitabile distrazione” che, sotto il solleone, immancabilmente prende chi è deputato a coprirli. Una distrazione finanche comprensibile quando il “lavoro” si ammonticchia sul tavolo. E se partiamo dall’imprescindibile verità: fatto l’appalto trovato l’inganno, è indubbio che sul territorio della Repubblica il da fare non è poco. La stessa pseudo-formula matematica che se ne potrebbe ricavare non mente 1ap = 1sc*sc∞= ap∞, dove un appalto equivale ad uno scandalo moltiplicato per un numero infinito di scandali (sc∞) tanti quanti sono gli appalti in Italia (ap ∞). Infiniti, appunto!

Ma non basta. A mio modo di vedere, infatti, l’arcinoto statement shakespeariano “Ci sono più cose (nda occultate) in cielo e in terra (nda d’Italia), Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia” non si riferiva a possibili “realtà-altre”, sconosciute ai suoi contemporanei (incluse le futuristiche dimensioni abitate dagli improbabili U.F.O. cinesi), quanto piuttosto preconizzava lo status quo affaristico-politico-sociale della nostra penisola tra il XX e il XXI secolo. Questo per dire che la “malattia” sembrerebbe datata, cronica, endemica, radicata. Incurabile. Imperscrutabile ma non per questo meno assente, proprio come capita con il fenomeno degli avvistamenti di oggetti volanti non identificati.

Che fare per risolvere? Non ho dubbi che per quanto riguarda gli U.F.O. la faccenda verrà chiusa presto. Magari basteranno dei radar o dei satelliti di nuova generazione nelle decadi a venire. Strumenti di rilevazione molto avanzati che ci sveleranno tutto sulle nuove tecnologie aereonautiche Made in China. Molto più complessa mi pare la questione della corruzione italiana. A qualsiasi livello. Senza considerare che una credibile “cura” da adottare sembrerebbe di là da venire.

Per esserne certi basta guardare alle mille e mille cattedrali nel deserto che popolano il territorio della Repubblica da Nord a Sud. Monumenti fatiscenti celebranti il nulla che non avrebbe dovuto esistere. Per esserne certi basta fermarsi il tanto necessario per scoprire sotto il solleone anche una miriade di piccoli altri “scandali” da dimenticare e che però dicono tutto di noi: lo sfregio delle statue di Falcone e Borsellino in Sicilia, gli incendi in Sardegna, la violenza continuata contro le donne e i bambini. Contro i più indifesi… in questa ennesima estate sul tetto che scotta.

Difficile capire perché così è. Difficile capire le ragioni imperscrutabili che determinano questi fenomeni. I fenomeni corruttivi dell’Essenza così come quelli dell’avvistamento degli U.F.O. nei cieli della Cina. Anche se, lo abbiamo già detto, in fondo questi eventi si somigliano. Una sicura differenza è però data dal fatto che gli oggetti volanti non identificati – cinesi o meno – hanno fatto meno danni. Almeno fino ad ora.

Rina Brundu

17/07/2010

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mercoledì 14 luglio 2010

Vita smeralda

A m’arcord…

Non so a voi, ma a me quasi mancano! Mi pare infatti di vederli mentre si trastullavano nell’acqua salata, giochicchiavano sulla spiagge di finissima sabbia rosata, facevano shopping nelle boutiques griffate, partecipavano a raduni glamour e saltavano di yacht-favoloso-in-yacht-favoloso come api birichine e mai stanche. Sto parlando dei potentati made-in-Italy, dei vip e vipetti nostrani, naturalmente. Sto parlando di veline, velone, letterine, letteronze, dei figli del Grande Fratello e dei nipoti da salutaci-a-soreta che faceva-tanto-cool nei cinepanettoni.

Che tristezza queste spiagge sarde semi-deserte! Che mestizia questi sfondi arroventati dove l’eco della gloria-che-fu muore dentro il più tonante sciabordio delle onde! Non che non ci si trastulli nell’acqua salata anche oggidì. Non che non si giochicchi sulla spiaggia, non che si sia smesso di frequentare negozi trendy, non che le celebrazioni siano più morigerate, non che gli yacht-da-mille-e-una-notte siano meno lunghi (piuttosto, il contrario!), ma di sicuro occorre stare attenti a non strafare. Occorre dare meno nell’occhio. Occorre darsi una regolata, insomma.

Colpa di questa crisi perniciosa! Colpa degli operai e dei precari che si lamentano, del governo, dell’opposizione che non esiste, dell’afa continuata, persino dell’acqua del mare che dopo lo scandalo BP non sembra davvero più quella. Ma colpa anche della brutta figura rimediata dalla nazionale di Lippi! Perché, il va sans dire, quando perdono perdono loro quando vincono vinciamo noi. Certo, resta il contentino che, coppa del mondo considerata, la crisi non sparagna re di Francia né di Spagna ma, vuoi mettere i bei tempi andati?

A m’arcord… quando si organizzavano feste megagalattiche e l’esserci faceva la differenza tra gli individui-che-contano e quelli che non contano un cazzo. I poveri Cristi come noi tanto per capirci. Quelli dai turni massacranti (quando fortunati abbastanza da averlo un lavoro), dall’abbronzatura da muratore, dalla stanchezza cronica e che dopo il telegiornale si addormentano sempre sul divano perdendosi gli approfondimenti-giornalistici-in-seconda-serata.

A m’arcord… le frotte di paparazzi che sulle vespe-ronzanti fotografavano qualsiasi cosa si muovesse-a-tiro. Essere umano o animale. Minerale finanche. E che servizi in prima sui più prestigiosi rotocalchi scandalistici: love-story esotiche, love-story taroccate, love story per tutti, tutti per le love story. A m’arcord… gli arrivi degli sceicchi, le corse automobilistiche extra-lusso, le esagerazioni dei magnati, le bizze da modella, lo scialacquare continuato, l’orgoglio dell’appartenenza. A m’arcord… Madoff che si arricchiva, il debito sub-prime, la Lehman Brothers in default, il rapporto deficit/PIL che cresceva come sempre accade quando, tra un onesto intrattenimento e l’altro, ci si dimentica che ci sono redditi da dichiarare, imposte dirette e/o indirette da versare.

A m’arcord… ma l’è tutto finì! Almeno così sembrerebbe se ci appare! Che tristezza queste spiagge sarde semi-deserte! Che mestizia questi sfondi arroventati dove l’eco della gloria-che-fu muore dentro il più tonante sciabordio delle onde, etc etc. Non so a voi, ma a me quasi manca quella Vita smeralda degli altri che avrebbe dovuto giustificare l’ottimismo nella mia. Ho detto “quasi”. A volte m’arcord… infatti, però poi mi passa.

Rina Brundu

13/07/2010

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domenica 11 luglio 2010

2010

Sui tempi distopici: da “Il Grande Fratello ti vede” ad un più prosaico “Fatti gli affari tuoi che io mi faccio i miei”.

C’è qualcosa di tanto straordinario quanto paradossale in ciò che sta avvenendo in Italia in questi giorni. Per certi versi mi tornano alla mente i tempi distopici proposti da George Orwell nel suo “1984” (1948). Tuttavia, vi é qualcosa che non mi torna. Intendiamoci, che l’età che stiamo vivendo sia tutto meno che un’utopia da letteratura di genere dei secoli andati è indubbio, ma l’eventuale distopia proposta non è certamente la più tradizionale. Piuttosto, la definirei una distopia-sui-generis.

Prendiamo per esempio le questioni poste dall’infausto ddl anti-intercercettazioni, e quindi le polemiche legate alla libertà di stampa e alla tutela della privacy. Se dovessimo replicare, all’interno degli schemi orwelliani, la fitta rete di dinamiche che affiorano alla superficie (in senso lato), il risultato ottenuto sarebbe straordinario. Di fatto, ad un primo guardare (e per amor di ragionamento s’intende, dato che non può esistere una sovrapposizione-possibile tra la struttura organizzativa di comando proposta da Orwell ed il nostro universo da governo-del-popolo), si potrebbe forse dire che il Partito Interno (formato dalla classe dirigente), si rifiuterebbe di spiare (con i suoi occhi telecamere) il Partito Esterno (formato dalla classe subalterna e dai burocrati) battendo sul motto: “La nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri”. Per converso, i burocrati (la Stampa?) lamenterebbero quelle “televisioni” spente in nome del diritto di tutti ad essere “informati”. A sapere, a conoscere, a “vedere”. Dal mitico slogan “Il Grande Fratello ti vede” ad un più prosaico “Fatti gli affari tuoi che io mi faccio i miei” dunque.

Ma c’è di più. Diversamente da quanto leggevo ieri su alcuni editoriali dei quotidiani italiani, io non credo che la “Giornata di silenzio” proclamata dagli organi di Stampa sia stata “sentita”, fatta propria dalla nazione. E questo nonostante fosse stata pensata per difendere il diritto alla libera informazione di quella stessa gente. Insomma, è un poco come se gli abitanti di Distopia mandassero a quel paese gli scocciatori di Utopia e tutte le loro paradisiache delizie democratiche.

Perché accade questo? Perché – purtroppo – in Italia anche diritti fondamentali come il diritto ad una informazione libera, riescono non-si-sa-come a rimanere invischiati nei giochi, giochetti della Politica più becera. Ne deriva che chi sostiene Tizio lo sosterrà anche quando la campagna che caldeggia non è una delle più illuminate, mentre i sostenitori di Caio faranno altrettanto con il loro leader. E lo faranno dimenticando l’importantissima regola che dice che non tutte le battaglie sono uguali. E che per le sorti della guerra, alcuni confronti è forse meglio perderli.

Non è questione da prendere sotto gamba. Non quando tali battaglie riguardano i diritti dell’individuo e del cittadino. Senza considerare che l’apparente funzionare all’incontrario dell’universo distopico descritto nell’incipit, è appunto solo apparente. Di fatto, anche le “buone” ragioni del Partito Interno per spegnere i suoi stessi occhi andrebbero verificate con attenzione dentro le dinamiche democratiche che reggono il nostro universo reale. Mentre il controllarle con impegno spetta proprio a quei burocrati sgraditi al Partito. Non si discute!

É in questi momenti dunque che il concetto di libertà-ideale che muove e commuove l’animo di ogni Americano (soprattutto, quando intento a guardare una qualsiasi produzione hollywoodiana degli ultimi 50 anni), ci appare più attraente. E desidereremo vederlo meno evanescente sul suolo italico. Meno vittima di questa o di quell’altra mira politica: meno incatenato ai desideri di questo o di quel governo, di questa o di quell’altra fazione. Magari, legato con doppio spago al destino ultimo di ciascun individuo. In Italia certamente l’unica maniera per “sentirlo” davvero nostro.

Rina Brundu

11/07/2010

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sabato 3 luglio 2010

Il grande sonno

Dal “Ghe pensi mi” al “Mo, che sa da fa?”.

Avete presente quelle società d’affari dove il capo fa di tutto e di più? Si rompe la macchinetta del caffè e lui/lei si offre di ripararla. Manca la carta igienica in bagno e lui/lei passa a ritirarla mentre di ritorno dal CDA mensile. C’è da cambiare la tappezzeria e lui/lei individua tre o quattro motivi-disegni tra i quali il dipartimento-deputato potrà “liberamente” scegliere quello più adatto per sostituire la vecchia decorazione. Difficilmente un tocco “stonato” fugge l’attenzione di lui/lei che, venuta la sera, si guarda intorno soddisfatto/a: tutto a posto! Ah, fortuna che “ghe pensi mi!”.

Animato dalle migliori intenzioni, non si rende conto il capo che i sottoposti non sono altrettanto felici. Senza considerare che odiano quei muri tappezzati da motivi lineari, esteticamente noiosi, animati da percorsi prevedibili nella loro impeccabilità. E ci sarebbero dei giorni in cui preferirebbero andare in giro con il deretano sporco, vedere il caffè spillare sui muri dalla macchinetta impazzita pur di rientrare dentro una normalità che li veda partecipi. Ma naturalmente non dicono nulla: tacciono e soffrono. Nel tempo, alcuni dipendenti vanno via, pochi mostrano segni di insofferenza, i più cadono vittime di uno straordinario stato comatoso: il grande sonno.

Dentro le dinamiche particolari di una società d’affari, un simile inconsueto status-quo non è necessariamente catastrofico. Vi sono delle company infatti che vivono il loro presente in simbiosi con la personalità del capo. Il capo è la company. La company è il capo. Paradossalmente sarà proprio quando questa figura verrà a mancare che inizieranno i problemi. Problemi procurati soprattutto dalla mancanza di un leader capace di esercitare la stessa autorità del collega che lo ha preceduto. Con tutte le conseguenze, anche gravi, che possono derivarne.

Ma cosa accadrebbe se un simile modello fosse esportato in Politica? Cosa accadrebbe se, in virtù di un capo che si esalta nel fare, comandare, pregare, ordire, supplicare, stipulare, redigere, stendere, firmare, concludere, una stessa nazione finisse con l’identificarsi con la sua persona? Il capo è la nazione. La nazione è il capo. Soprattutto: cosa accadrebbe se disgraziatamente il capo non fosse più disponibile? E se questo accadesse proprio mentre “dipendenti e sottoposti” stanno soffrendo la fase più acuta della depressione da “grande sonno”? Senza considerare che opzioni societarie quali “o così, o quella è la porta” non sono possibilità valide dentro le dinamiche democratiche di un grande Paese moderno. Mentre il mostrare segni di insofferenza-politica, da parte di questo o quel “dipendente” più accorto, non dovrebbe essere visto come segnale di un ammutinamento-in-nuce, quanto piuttosto come sintomo di una vitalità-di-gruppo forse non ancora del tutto spenta.

L’infelice scenario non è comunque il più nefasto. Peggio sarebbe se, ad un ipotetico Governo del “Ghe pensi mi” dovesse corrispondere una Opposizione del “Mo, che sa da fa?”. Di fatto, il destino stesso della nazione interessata resterebbe in balìa del Grande Sonno e di una dialettica da vernacolo. Tutto questo mentre, indifferente a tanto fervore “intellettuale”, la crisi continuerebbe a “strisciare”, il deficit a fiorire, la disoccupazione a crescere e l’infelicità complessiva del popolo-governato potrebbe risultare (nella realtà dei fatti) anche inversamente proporzionale alla soddisfazione di chi governa.

Del resto si sa, soltanto chi ha davvero fame non ha sicuramente sonno.

Rina Brundu

03/07/2010

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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/