Teoria-fisica-per-dummies ed altre robe inutili.
Dice che la Nasa ha finalmente dato il via libera alla missione AMS (Alpha Magnetic Spectrometer), lo strumento preparato dal Cern di Ginevra e a cui è stato affidato il futuristico compito di scovare l’antimateria e dunque gli eventuali antimondi intorno a noi. L’antimateria viene descritta come una aggregazione di antiparticelle (ovvero di particelle aventi una stessa massa, ma numeri quantici di segno opposto) corrispondenti alle particelle tipiche della materia ordinaria. Per esempio, un atomo di antidrogeno, sarà composto da un antiprotone caricato negativamente, attorno al quale orbita un positrone (antielettrone) caricato positivamente.
Dice che se una particella ed una antiparticella si toccano, le due si annichiliscono, ovvero si distruggono, si annientano emettendo radiazione elettromagnetica. Un poco come se un governo-del-fare venisse a contatto con un governo-del-quanto-me-la-godo e dalla collusione emergesse un popolo senza dirigenza. L’unica differenza con lo scontro particella-antiparticella sarebbe data dal fatto che le onde elettromagnetiche prodotte fanno meno rumore di una camera di rappresentanti del popolo che se la danno di santa ragione e non reclamano costosi fondi pensione a carico del contribuente.
Dice che gli antimondi potrebbero essere tutti intorno a noi. Insomma, non esisterebbe soltanto l’universo che abitiamo, tocchiamo, vediamo. Quasi come se qui in Italia, una opposizione politica organizzata esistesse veramente e non fosse solo una proiezione astratta di qualche teorico impenitente. Il problema che mi pare di individuare è che l’antimondo dovrebbe essere un negativo del mondo reale, arduo dunque capire se non si rischierebbe di cadere dalla padella nella brace, fermo restando che da noi nulla mai è se così non ci pare.
Dice che l’antimateria implicherebbe l’esistenza di un nostro doppione caricato al contrario. Facile quindi immaginare un antiuniverso benigno pullulante di mondi abitati da esseri civili e moralmente evoluti. Una antiterra abitata da uomini e donne apparentemente simili a noi ma capaci di accogliere gli altri piuttosto che rispedirli alla frontiera come indesiderati. Capaci di commuoversi davanti ad un altro bambino Rom sacrificato sull’altare della nostra stessa inadeguatezza o davanti all’infinita emergenza di un Pakistan prostrato dalle alluvioni, dove la morte non fa fatica a proporsi quale chimera amica. Facile finanche capire perché simili anti-esseri illuminati preferirebbero annichilirsi nel contatto piuttosto che coesistere.
Dice che la materia oscura è concezione totalmente diversa. E sarebbe quella componente di materia non osservabile direttamente ma intuibile nei suoi effetti gravitazionali. Individuarla significherebbe comprendere come hanno fatto a formarsi le galassie in un tempo così ridotto e come riescano a mantenere la loro integrità a dispetto di una gravità non sufficiente per lo scopo. Misteri minimi se comparati ai grandi misteri d’Italia, per la cui chiarificazione non basterebbero cento “modelli standard”. Ma che anche la colpa di quei nostri enigmi irrisolti e delle mille stragi impunite sia della materia-oscura mi pare fuori discussione. Del resto, se la risposta non la fornisse la Scienza… campa cavallo!
Rina Brundu
27/08/2010
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Fonte: http://rinabrundu.wordpress.com/
venerdì 27 agosto 2010
domenica 8 agosto 2010
Dis-unions
Sul ruolo dei sindacati in tempi di crisi
Dopo il default Lehman Brothers del 15 Settembre 2008, e nella successiva crisi finanziaria globale che ne seguì, uno degli aspetti che maggiormente mi colpirono in quel d’Irlanda fu il quasi totale venire meno del ruolo dei sindacati. Vi era qualcosa di paradossale in quello che stava accadendo, dato che mai come in quel momento una loro presenza attiva sarebbe stata indispensabile.
Di fatto, mi rendevo conto che l’assenza delle unions non era viziosa. Non era neppure un’assenza. Semplicemente, tanto più è perniciosa la crisi tanto più il ruolo del sindacato diventa marginale. È una verità e non può essere altrimenti. Di sicuro, non poteva essere altrimenti nel burrascoso aftermath del crollo Lehman quando i posti di lavoro cominciarono a rovinare a centinaia di migliaia come ciliegie appese ai rami fragili di un albero sbatacchiato dall’uragano più spaventoso.
Ma non poteva essere altrimenti neppure nel tempo che ne seguì quando, dopo mesi e mesi di orizzonte cupo, la situazione cominciò a stabilizzarsi. Solamente in apparenza si intende. In verità, era proprio in quel momento che cominciava uno status-quo veramente deleterio e che, a mio modo di vedere, nessuno si è mai preso la briga di andare a verificare con l’attenzione che meriterebbe. Uno status-quo insalubre soprattutto nell’Isola Smeralda, appena reduce da un boom continuato che, per più di una decade, aveva suo malgrado contribuito a distaccare mentalmente gli Irlandesi e i loro ospiti residenti dalle dinamiche lavorative più severe che di solito governano il mondo.
Fu allora dunque che, con lo spettro del licenziamento che vagava libero lungo le verdi colline d’Irlanda, iniziò quel periodo di assoluto padroneggiare delle company sul destino dei loro uomini e delle loro donne. E proprio come accade durante il periodo più oscuro di un qualsiasi regime dittatoriale la paura serpeggiava. La paura di dire la paura di fare. Ricordo soprattutto il silenzio rassegnato che lentamente andò prendendo il posto delle grasse risate e dell’incoscienza propiziata da anni di abbondanza e di edonismo esagerato.
Ricordo il passo affrettato degli Irlandesi che la mattina si alzavano insolitamente presto per andare al lavoro, ricordo i loro visi segnati dallo stress, ricordo i titoloni sui giornali e ricordo i cartelli ON SALE appesi dalle agenzie immobiliari alle decine e decine di graziose villette spuntate come funghi durante la decade precedente. Ricordo anche cartelloni giganti aggrappati lungo tutta la superficie di edifici destinati ad uffici, e che un tempo avevano procurato affari d’oro, nei quali si leggeva un invito alle società a trasferirvisi e a pagare soltanto le spese.
E infine ricordo quel ritrovato parlare di emigrazione, di visita ai parenti in Australia, di desiderio di cambiamento. Erano gli stessi discorsi che gli avi di sempre avevano conosciuto per una vita e che per un fuggevole istante il tempo avevo dato l’illusione che potessero non farsi più. Ma si facevano. Occorreva farli. E ogni lavoratore d’Irlanda li faceva a sé stesso. Nella più completa solitudine.
Ripensando a quel tempo mi viene adesso da parafrasare Proust. E da dire quindi che i legami tra gli esseri umani esistono solamente nel pensiero. La difficoltà (la crisi finanziaria?) nell’acutizzarsi li allenta, “e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri (o veniamo ingannati?) noi viviamo soli. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente”.
Rina Brundu
08/08/2010
All rights reserved©
Dopo il default Lehman Brothers del 15 Settembre 2008, e nella successiva crisi finanziaria globale che ne seguì, uno degli aspetti che maggiormente mi colpirono in quel d’Irlanda fu il quasi totale venire meno del ruolo dei sindacati. Vi era qualcosa di paradossale in quello che stava accadendo, dato che mai come in quel momento una loro presenza attiva sarebbe stata indispensabile.
Di fatto, mi rendevo conto che l’assenza delle unions non era viziosa. Non era neppure un’assenza. Semplicemente, tanto più è perniciosa la crisi tanto più il ruolo del sindacato diventa marginale. È una verità e non può essere altrimenti. Di sicuro, non poteva essere altrimenti nel burrascoso aftermath del crollo Lehman quando i posti di lavoro cominciarono a rovinare a centinaia di migliaia come ciliegie appese ai rami fragili di un albero sbatacchiato dall’uragano più spaventoso.
Ma non poteva essere altrimenti neppure nel tempo che ne seguì quando, dopo mesi e mesi di orizzonte cupo, la situazione cominciò a stabilizzarsi. Solamente in apparenza si intende. In verità, era proprio in quel momento che cominciava uno status-quo veramente deleterio e che, a mio modo di vedere, nessuno si è mai preso la briga di andare a verificare con l’attenzione che meriterebbe. Uno status-quo insalubre soprattutto nell’Isola Smeralda, appena reduce da un boom continuato che, per più di una decade, aveva suo malgrado contribuito a distaccare mentalmente gli Irlandesi e i loro ospiti residenti dalle dinamiche lavorative più severe che di solito governano il mondo.
Fu allora dunque che, con lo spettro del licenziamento che vagava libero lungo le verdi colline d’Irlanda, iniziò quel periodo di assoluto padroneggiare delle company sul destino dei loro uomini e delle loro donne. E proprio come accade durante il periodo più oscuro di un qualsiasi regime dittatoriale la paura serpeggiava. La paura di dire la paura di fare. Ricordo soprattutto il silenzio rassegnato che lentamente andò prendendo il posto delle grasse risate e dell’incoscienza propiziata da anni di abbondanza e di edonismo esagerato.
Ricordo il passo affrettato degli Irlandesi che la mattina si alzavano insolitamente presto per andare al lavoro, ricordo i loro visi segnati dallo stress, ricordo i titoloni sui giornali e ricordo i cartelli ON SALE appesi dalle agenzie immobiliari alle decine e decine di graziose villette spuntate come funghi durante la decade precedente. Ricordo anche cartelloni giganti aggrappati lungo tutta la superficie di edifici destinati ad uffici, e che un tempo avevano procurato affari d’oro, nei quali si leggeva un invito alle società a trasferirvisi e a pagare soltanto le spese.
E infine ricordo quel ritrovato parlare di emigrazione, di visita ai parenti in Australia, di desiderio di cambiamento. Erano gli stessi discorsi che gli avi di sempre avevano conosciuto per una vita e che per un fuggevole istante il tempo avevo dato l’illusione che potessero non farsi più. Ma si facevano. Occorreva farli. E ogni lavoratore d’Irlanda li faceva a sé stesso. Nella più completa solitudine.
Ripensando a quel tempo mi viene adesso da parafrasare Proust. E da dire quindi che i legami tra gli esseri umani esistono solamente nel pensiero. La difficoltà (la crisi finanziaria?) nell’acutizzarsi li allenta, “e, nonostante l’illusione di cui vorremmo essere le vittime, e con la quale, per amore, per amicizia, per cortesia, per rispetto umano, per dovere, inganniamo gli altri (o veniamo ingannati?) noi viviamo soli. L’uomo è l’essere che non può uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente”.
Rina Brundu
08/08/2010
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